Achille Lauro e le origini nella periferia romana: «Canto per dire ai ragazzi di non sprecare il loro tempo»

«Prima capisci quello che vuoi fare, prima arrivi al successo. E il successo non è la fama; è la riuscita del proprio percorso». «Il mio momento preferito del Festival? Morgan che improvvisa “Le brutte intenzioni, la maleducazione, la tua brutta figura di ieri sera…”»

Le luci dell’Ariston si son ormai spente da una settimana, ma alcune cose successe durante Sanremo 2020 continuano ad aver sostanza e a vivere anche oltre il Festival. Non solo i brani, ma anche gli artisti in gara e soprattutto le loro storie di vita personale.

Nel Festival che ha visto il trionfo del cantautore Diodato con Fai rumore, ne sono successe veramente di tutti i colori. Ma a catalizzare l’attenzione sempre crescente del pubblico è stato certamente Achille Lauro, al secolo Lauro De Marinis, classe 1990, nato in Veneto e cresciuto a Roma. 

L’artista romano ogni volta che ha calcato il palco dell’Ariston ha portato con sé una “maschera” e una performance a tutto tondo, per lanciare messaggi ben più profondi e variegati ma che, a voler sintetizzare al massimo, riconducono sempre al concetto di “libertà”.

San Francesco, Ziggy Stardust, la Divina Marchesa Luisa Casati Stampa e infine la regina Elisabetta I: la libertà di abbandonare i beni materiali per scegliere una vita volta a un bene superiore, la libertà sessuale, la libertà di scegliere come plasmare la propria vita e di renderla un’opera d’arte, la libertà di tener testa al potere, immolandosi financo per la propria idea o per l’amore del proprio popolo.

Achille Lauro oltre Sanremo

Ma dietro tutto questo c’è la storia reale che ha plasmato non solo Achille Lauro, ma proprio l’animo e l’attitudine di Lauro De Marinis nei confronti del mondo e degli altri.

Una storia che Lauro non ha vergogna di raccontare: «Non mi è mai mancato nulla. Mio padre si chiama Nicola De Marinis, è stato professore universitario e avvocato, ha scritto quattro libri, per meriti insigni è diventato consigliere della Corte di Cassazione», racconta.

Al contempo una madre, quella di Lauro, che ha dedicato la vita agli altri: «casa nostra era sempre piena di ragazzi presi in affido. Sono sempre stato abituato a condividere», spiega De Marinis in una lunga intervista al Corriere della Sera

Una famiglia che, come tante, ha avuto alti e bassi e momenti di crisi e di rotture, tant’è che Lauro De Marinis ha iniziato a vivere in una comune con suo fratello Federico. Una comune – collettiva (Quarto Blocco) dove «c’erano altri venti ragazzi: chi scriveva, chi dipingeva, chi incideva musica a torso nudo. Così ho iniziato a scrivere, disegnare, incidere. Ora anche a dipingere». 

Ed è stato in quel momento che in Lauro è scoccata la scintilla per l’arte sui generis, non certo senza le difficoltà della periferia romana che però spesso hanno “macchiato” impropriamente l’immagine di Achille Lauro nel presente.

La riscossa parte dalla periferia romana

«Nelle periferie la droga esiste. Far finta che non esista è più sbagliato che parlarne. È una piaga sociale che non va nascosta: ne va dato un giudizio negativo. Non posso dire che queste cose non le ho mai viste», spiega Lauro.

«Al contrario, le conosco, e cerco di aiutare le persone a non distruggere la loro vita. Vengono a intervistarmi e poi scrivono “Lauro spaccia”, al presente, “Lauro ruba”, al presente”», prosegue il giovane.

E da qui la voglia di riscossa, che passa anche per Sanremo, «Canto per dire ai ragazzi di non sprecare il loro tempo: prima capisci quello che vuoi fare, prima arrivi al successo. E il successo non è la fama; è la riuscita del proprio percorso».

Un percorso ambizioso, cresciuto nel vedere «per tutta la vita i miei (i genitori di Lauro, ndr) farsi il culo e non riuscire, mio padre spaccarsi la schiena senza avere quello che gli spettava, mia madre fare lavoretti saltuari umilianti. Da questo è nata la mia ambizione», sino a riuscire, grazie all’indiscutibile successo raggiunto, a riscattare i gioielli della nonna Flavia dal monte dei pegni.

Achille Lauro, il coraggio e il carpe diem

Libertà e indipendenza, ma anche tanto coraggio. «C’è il coraggio dell’eroe, o del chirurgo – prosegue Lauro – E c’è il coraggio di essere chi vuoi essere, di fare quel che vuoi fare. Di fregartene di quel che il mondo pensa di te».

Lo stesso invito che Lauro ha inserito nella sua Me ne frego, in gara a Sanremo 2020 e piazzatasi ottava, che nulla ha a che vedere col motto fascista: «La canzone non c’entra con la politica. Non significa “non mi interessa”, significa facciamolo, viviamolo».

Ma se certamente Achille Lauro ha lasciato e dato molto alla settantesima edizione del Festival, anche la kermesse ha lasciato qualcosa in lui. Il suo secondo momento preferito è stato l’omaggio dei Pinguini Tattici Nucleari (arrivati terzi) che, nella serata delle cover,  hanno cantato la sua Rolls Royce (in gara l’anno scorso). 

E il primo? «Morgan che improvvisa il testo: “La tua brutta figura di ieri sera…”». Il tanto discusso, amato e odiato, Morgan che, a detta anche di Achille Lauro – che ha duettato con lui in passato – «È un grande artista, ha grande cultura musicale».

Leggi anche: