Coronavirus, lo studio sulla Lombardia: «A Lodi in terapia intensiva è morto il 54% dei ricoverati»

Nell’ospedale di Lodi, una delle prime strutture che si è trovata a fare i conti con la pandemia, sono morti 51 pazienti in terapia intensiva su 94. A oggi, il tasso di mortalità in Lombardia per i pazienti gravi è del 49%

«Mentre pensavamo a come affrontarla, la pandemia succedeva». Le parole di Enrico Storti, primario di terapia intensiva al Maggiore di Lodi, sono una fotografia perfetta dei primi giorni del Coronavirus in Italia. I primi pazienti Covid-19 in Lombardia hanno pagato più di tutti lo scotto dell’impreparazione, così come gli stessi ospedali e medici e operatori sanitari che li hanno trattati. Soprattutto nel lodigiano, primo focolaio dell’epidemia, si è cercato di gestire l’emergenza ben prima che si capisse quale fosse la strategia migliore per contenerla.

Uno studio pubblicato su Jama, una tra le riviste americane più autorevoli al mondo, ha indagato la situazione delle terapie intensive in 72 ospedali lombardi durante il primo mese di emergenza, dal 20 febbraio al 25 marzo. Prendendo in considerazione 1591 pazienti, gli autori dello studio hanno analizzato i trattamenti riservati ai pazienti in terapia intensiva a seconda delle patologie, l’età dei ricoverati e il tasso di mortalità. Tra gli autori c’è anche lo stesso Storti.

«Lo studio descrive come è costituita la popolazione delle strutture, le patologie, le età, a quali trattamenti è stata sottoposta e la mortalità», spiega Storti. Ed è proprio nel suo ospedale di Lodi che si registra uno dei dati più significativi: «Fino al 15 aprile abbiamo ricoverato 94 pazienti – spiega Storti -. La mortalità è stata del 54% e ha riguardato, cioè, 51 malati. La degenza media in terapia intensiva è stata di 9 giorni per i malati poi deceduti (che avevano tutti malattie associate rilevanti) e 11 per gli altri».

La difficoltà dell’ospedale di Lodi è stata segnata, appunto, dal triste primato temporale che è toccato all’area. «Altri ospedali per raggiungere lo stesso numero di malati che noi abbiamo avuto nel giorno zero hanno impiegato almeno 7 giorni», ha spiegato Storti. «A differenza di altri che hanno potuto allestire aree senza pazienti, noi abbiamo dovuto farlo con un flusso di malati che continuava a incrementarsi, senza ridurre il livello di assistenza».

In generale, in Lombardia l’indice di mortalità nelle terapie non è stato di molto inferiore. Se fino al 26 marzo è stato del 26%, man mano che la macchia pandemica andava espandendosi i numeri sono saliti: a partire dal 15 aprile, la media è arrivata al 49%.

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