Smart working, freelance, stagisti: sei modeste proposte agli Stati Generali per rilanciare il lavoro fra gli under 35

Tutto pronto – o quasi – per il confronto sulla ripartenza tra politici, organizzazioni, parti sociali e “menti brillanti”. Ma oggi più che mai è necessario non dimenticarsi dei giovani

Più che fare un discorso sulla ripartenza, agli Stati Generali che partiranno sabato si dovrà parlare di ricostruzione. Il danno economico e sociale subito dall’Italia durante l’emergenza Coronavirus è senza precedenti nel Dopoguerra. Che sarebbe stata un’onda lunga di crisi lo si era previsto fin dalle prime battute – soprattutto per alcuni settori. Per quanto riguarda i giovani, il piano della task force di Vittorio Colao ha toccato la tematica solo con dichiarazioni di principio: ma c’è bisogno ora di andare a mettere le mani nelle macerie.

Secondo i dati forniti dal Ministero del Lavoro, la fetta più giovane del mercato del lavoro è stata quella maggiormente colpita nel primo trimestre del 2020, con un calo dei nuovi contratti del 13% rispetto allo scorso anno. Stando ai numeri Istat, inoltre, solo ad aprile il dato sugli occupati under 35 è sceso del 4,4% rispetto allo 0,2% degli over 50. Un crollo più marcato nella fascia 25-34 anni, dove il tasso è diminuito dell’1,3% e quello di inattività aumentato del 2,7%.

Alle porte del “forum” organizzato da Giuseppe Conte tra governo, associazioni, parti sociali e “menti brillanti” (dalla qualifica non ben specificata), la situazione è a dir poco drammatica. Open ha raccolto i dati più importanti ed evidenziato le proposte più urgenti per la generazione che si sta affacciando oggi al lavoro. Le urgenze sono molte e in larga misura già fossilizzate nella coda della crisi finanziaria del 2008. Dieci anni dopo da quel crollo, però, non ci si può permettere un’altra lost generation.

Investire nell’istruzione e nella ricerca

Grafiche: Vincenzo Monaco per Open

Per prima cosa, c’è bisogno di ripartire dai fondamentali. L’emergenza Coronavirus ci ha insegnato che avere una ricerca che funziona è una questione di vita o di morte. Il caso degli specializzandi di medicina in sciopero contro l’imbuto formativo in piena Fase 2 è solo la punta dell’iceberg di un sistema istruzione non adeguatamente finanziato. In tempi recenti, a partire dalla riforma Gelmini del 2010, i tagli alle università hanno creato un esercito di ricercatori senza borse di studio e senza la certezza di una luce alla fine del lungo tunnel dei contratti e dei concorsi.

Stando invece ai dati dell’Eurostat riferiti al 2017, l’Italia ha investito nell’istruzione pubblica il 7,9% della sua spesa pubblica totale. Una cifra che la posiziona all’ultimo posto in Europa – appena sotto la Grecia e la Romania. Nel 2009, la spesa ammontava al 9%: l’1,1 per cento in più rispetto al 2017. Una premessa che ha condotto al famoso boom di expat e che ha reso l’Italia uno dei Paesi meno attrattivi al mondo. Stando ai dati forniti dall’indicatore Ocse sull’attrattività dei Paesi per le persone altamente qualificate, l’Italia si posiziona al quartultimo posto mondiale, davanti solo alla Grecia, al Messico e alla Turchia.

Investire nell’istruzione significa anche puntare sulle risorse che escono dalle Università. Tania Scacchetti, segretaria confederale della Cgil, ha spiegato che il Coronavirus ha reso cristalline le falle già evidenti nel nostro sistema di sviluppo. «L’emergenza ha dimostrato che il nostro è un Paese per vecchi», ha detto. «Il tema è quello di come vengono trattate le intelligenze. La fuga dei cervelli è determinata proprio dalla difficoltà di valorizzare le risorse e introiettarle. Oggi la centralità della risposta sanitaria alla crisi può consentire un’inversione di rotta, come è stato accennato già nei decreti in vigore».

Creare una rete sociale a sostegno dei freelance

Grafiche: Vincenzo Monaco per Open

In Italia sono 3 milioni e 363mila: sono lavoratori autonomi senza dipendenti che cercano di rimanere a galla in un sistema che garantisce una scarsa rete di tutele. Gli under 35 sono quasi il 16% del totale, ma, per quanto il numero complessivo ci posizioni tra i primi paesi in Ue – e per quanto la prospettiva di lavorare in proprio sia sempre più popolare tra i giovani – c’è stato un progressivo abbandono dell’opzione nel corso degli anni. Una conseguenza degli scarsi progressi fatti in tema di regolamentazione.

La legge sul lavoro autonomo del 2017 non ha mai avuto decreti attuativi e ora, nel pieno della crisi da Coronavirus, i più fortunati sono riusciti a prendersi appena i 600 euro previsti dal Cura Italia prima e dal Dl Rilancio poi. La discontinuità lavorativa è già una delle caratteristiche di questo tipo di impiego, e già prima dell’emergenza i sindacati e i lavoratori chiedevano che venisse accompagnata da una serie di ammortizzatori sociali e di tutele previdenziali e contributive (diritti, cioè) indispensabili alla sopravvivenza.

Dal punto di vista specifico dei freelance – liberi professionisti in senso stretto, che si distinguono dai commercianti per tutele e gestione dei contributi – la rete Acta (l’associazione dei freelance) ha individuato tre proposte concrete per fare un passo in avanti definitivo. Come spiega la vicepresidente Susanna Botta, è necessario che:

  • Venga rivisto il criterio di richiesta dei 1000 euro previsto dal Dl Rilancio, che è basato su fatture incassate tra marzo/aprile 2019 e marzo/aprile 2020, su cui si deve certificare una perdita del 30%. Ma le fatture e i pagamenti possono arrivare anche mesi dopo dall’incarico preso, e in quel caso sarebbe difficile dimostrare l’inattività su carta
  • Vengano sospesi i pagamenti fiscali e retributivi di Inps e Irpef fino a gennaio 2021. Pagarli poi da quel momento in poi attraverso una rateizzazione
  • Creare un sistema di welfare, soprattutto dal punto di vista della disoccupazione: i freelance non perdono il lavoro nel senso classico, ma perdono effettivamente le entrate. E su questo non c’è nessun sostegno.

Il problema della gig-economy e della deregolamentazione

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Lo hanno già dimostrato anni di risultati fallimentari, ma ora l’emergenza Covid-19 lo ha portato ulteriormente alla ribalta: la deregolamentazione del lavoro non conduce alla fine della disoccupazione, né tanto meno alla scomparsa del precariato. Al contrario, anzi, il diktat della deregulation cristallizza l’occupazione in una dimensione aleatoria, temporanea e senza prospettiva. Durante i giorni di lockdown, l’assenza di tutele per i lavoratori senza contratto – su tutti, quelli legati ai grandi colossi delle piattaforme di mediazione economica – ha contribuito a creare altri problemi ai lavoratori, trovatisi improvvisamente senza certezze economiche a causa del sistema di cottimo ed esposti al rischio del contagio.

Ora il consigliere del ministro dell’Economia, Marco Leonardi, ha proposto di sospendere le causali sui contratti a tempo determinato (e quindi dare la possibilità al datore di lavoro di creare contratti a termine per un numero definito di volte) con lo scopo di stimolare le assunzioni. Ma la strada finale non è, né può essere, quella di un’ulteriore frammentazione dei rapporti di lavoro. Come spiega bene l’economista Emiliano Brancaccio, tra gli autori di un’importante ricerca sulla deregolamentazione del lavoro, per quanto riguarda i Paesi Ocse, «il 72% delle analisi empiriche pubblicate tra il 1990 e il 2019 non conferma che la flessibilità crea occupazione. Una percentuale che addirittura sale all’88% se osserviamo gli studi tecnicamente più avanzati che sono usciti nell’ultimo decennio».

Regolare lo smart working

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Lo ha scritto anche la task force di Colao nel secondo punto dedicato alle imprese e al lavoro: lo smart working va promosso. Ma, come hanno sottolineato giuslavoristi ed esperti di diritto del lavoro, va anche regolato meglio e reso possibile per tutti: per fare in modo che sia davvero lavoro agile – e non telelavoro o continua reperibilità – c’è bisogno che rispetti l’equilibrio tra vita personale e professionale, che preveda l’uso intelligente della tecnologia, che sia un’opportunità di crescita.

Ma è necessario anche che questa agilità non sia privilegio di pochi ma che venga resa una possibilità estesa a tutti. Secondo uno studio diffuso dall’Istat, ad esempio, nel Mezzogiorno il 41,6% delle famiglie è senza computer in casa e solo il 14,1% ha a disposizione almeno un computer per ciascun componente. Come primo passo per la transizione potrebbe essere l’investimento pubblico negli spazi di co-working gratuiti.

Percorsi di inserimento e formazione per i “Neet”

Grafiche: Vincenzo Monaco per Open

«Bisogna pensare a delle misure shock», dice Scacchetti. Il problema dei “lavoretti” non è slegato totalmente da quello degli inattivi, che molto spesso sono incastrati nell’economia degli impieghi saltuari e discontinui. I bonus alle imprese sono misure a breve termine che non possiamo più permetterci. «C’è bisogno che lo Stato si muova in prima persona a creare posti di lavoro nel pubblico. Bisogna creare nuovo lavoro: si approfitti del turnover nella pubblica amministrazione (veniamo dalla stagione del pensionamento di oltre 300mila persone) e si scommetta su professionalità nuove legate alle nuove competenze giovanili».

Quella degli inattivi è una questione storicamente legata all’Italia. Il nostro Paese è primo in Europa per numero di “Neet” (Not in education, employment or training). Con la crisi senza precedenti che stiamo vivendo, nei primi 4 mesi dell’anno sono state registrati circa 500mila persone in più rispetto allo stesso periodo del 2019 che hanno smesso di cercare lavoro. L’aumento di inattività è stato più accentuato nella fascia di età tra i 35-49 (+10,4%, 278mila unità) e 25-34 anni (+8,8%, 172mila unità). Un dato che si unisce alla contemporanea riduzione della disoccupazione in queste classi di età (rispettivamente -26,9%, 182mila unità, e -17,0%, 90mila unità).

Riforma dei tirocini, degli stage e degli apprendistati

Grafiche: Vincenzo Monaco per Open

La famosa “trappola dei tirocini” è uno dei grandi temi dell’occupazione giovanile. Ragazzi e ragazze che si trovano a fare esperienze del genere a catena senza vedere una via d’uscita per l’inserimento. Il punto fondamentale, secondo Scacchetti, è creare delle normative valide regionali. Negli ultimi anni c’è stata una riforma delle linee guida a livello nazionale, ma sui vari territori, poi, ogni amministrazione ha imposto il proprio modello.

«Ora bisogna pensare a rafforzare la parte formativa tramite certificazione e controlli, perché stage, tirocini e apprendistati sono in primo luogo questo», spiega Scacchetti. «E invece noi delle parti sociali abbiamo iniziato ad avere un dialogo con gli stagisti, perché sono trattati a tutti gli effetti – e unicamente – come forza lavoro sostitutiva e a basso costo». Secondo Botta di Acta, gli stagisti stanno affrontando un periodo particolarmente nero, non essendo né in cassa integrazione né in partita iva.

Secondo il Rapporto annuale delle comunicazioni obbligatorie del Ministero del Lavoro, sono stati oltre 350mila gli stage extracurriculari attivati nel 2019. Che fine hanno fatto ora durante col Covid19? «La maggior parte sono stati sospesi e poi ripresi in queste settimane», spiega Scacchetti. «Secondo noi sarebbe giusto riconoscere un’indennità ai tirocinanti, perché hanno perso una parte importante del percorso e hanno diritto a un compenso. Sono centinaia di migliaia e sono stati i grandi esclusi di queste settimane dai discorsi generali».

Foto copertina: elaborazione di Vincenzo Monaco per Open

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