Coronavirus e gravidanze a rischio. Il collegamento è plausibile, ma difficile da accertare

La Covid-19 potrebbe collegarsi anche a parti prematuri e aborti? Se lo chiedono alcuni ricercatori britannici

In una lettera pubblicata recentemente su JAMA (Journal of the American Medical Association), si porta all’attenzione dei ricercatori, in vista di futuri studi, un presunto aumento dei bimbi nati morti correlati al Coronavirus. Gli autori non presentano però dati che confermino il fenomeno, ipotizzando anche la concomitanza di circostanze sociali, dovute all’emergenza sanitaria.  

Forse le pazienti in gravidanza in questo periodo sono state in qualche modo disincentivate a comunicare i propri sintomi? Oppure l’emergenza ha reso meno disponibili gli operatori sanitari, portando a ridurre il numero di controlli necessari? Questa ricerca si basa su un campione troppo ridotto per darci una risposta. Fornisce tuttavia spunti di riflessione importanti, per future ricerche sulle dinamiche in gioco in situazioni pandemiche. 

Al momento, precisiamo fin da subito, che un eventuale incremento di bimbi nati morti – come accennano gli stessi autori – potrebbe essere dovuto maggiormente alle carenze del Sistema sanitario, oberato dai ricoveri dovuti alla pandemia. Non è da escludere che si riscontrino incrementi anche in altri frangenti, nella mortalità dei malati oncologici e varie malattie croniche, come quelle cardiovascolari o il diabete.

La Covid-19 non è paragonabile all’influenza, sappiamo però che sono raccomandati per esempio i vaccini antinfluenzali nelle donne in gravidanza, proprio per prevenire eventuali complicazioni:

«La vaccinazione antinfluenzale rappresenta il modo più sicuro ed efficace per prevenire il contagio – spiegano gli autori di uno studio pilota pubblicato su Epicentro (portale di epidemiologia e sanità pubblica) – proteggendo non solo le gravide e i nascituri, ma anche i neonati fino ai sei mesi di età».  

La corsa a un vaccino sicuro contro SARS-CoV2 potrebbe essere importante anche per proteggere le gravidanze e la salute dei futuri nascituri, ragione che giustifica l’interesse dei ricercatori, visto che il nuovo Coronavirus si è dimostrato ben più pericoloso dei virus influenzali.

Al contrario, assistiamo anche al riemergere di fake news sui vaccini, con tanto di sedicenti collegamenti con gli aborti spontanei, un tema che approfondiremo prossimamente più in dettaglio nella sezione del progetto Fact checking

Gravidanze a rischio durante la pandemia

Secondo il Sistema di sorveglianza ostetrica britannico, su 247 donne in gravidanza positive al SARS-CoV2, con piena manifestazione della malattia, sono stati in tutto tre i bimbi nati morti. Tuttavia i ricercatori sembrano rispondere a tesi riguardanti un possibile incremento rispetto al tasso nazionale. 

Nella ricerca si osservano i dati provenienti unicamente dal St. George’s University Hospital. Sono stati così comparati gli esiti dei parti in due periodi differenti: prima della pandemia (dal primo ottobre 2019 al 31 gennaio 2020); durante la pandemia (dal primo febbraio al 14 giungo 2020). 

Vengono presi in considerazione diversi casi di gravidanze a rischio, non necessariamente con esito tragico, ma che contemplavano più in generale, l’ammissione in terapia intensiva neonatale; quindi non solo i nati morti, ma anche i parti precoci e il ricorso al cesareo. Del resto, se prima dell’emergenza si sono contate 1681 nascite, durante la pandemia queste sono salite a 1718. Tuttavia secondo gli autori, «l’incidenza di nati morti è stata significativamente più alta durante il periodo pandemico».

Da quando è nota la presenza del SARS-CoV2 nel Regno Unito, nell’Ospedale sono state contate 19 pazienti positive, ricoverate in maternità. Nella lettera i ricercatori osservano 9,31 casi su mille nascite, eppure, nessuna di queste gravidanze con esito tragico risulta associata al Covid-19. Lo stesso discorso vale per i parti prematuri.

«Nessuna delle donne in gravidanza che hanno avuto un parto prematuro presentava sintomi indicativi di COVID-19, – continuano i ricercatori – né gli esami post mortem o placentare hanno suggerito un’infezione da SARS-CoV-2. I test universali per SARS-CoV-2 sono iniziati il ​​28 maggio 2020 e solo 1 donna incinta, che ha avuto un parto in vita, è risultata positiva».

Un fenomeno da non tenere sotto gamba

Nonostante gli autori non trovino dati che colleghino il SARS-CoV2 alle gravidanze a rischio, ritengono che l’aumento dei bimbi nati morti possa esserne una conseguenza diretta:

«Questo studio dimostra un aumento del tasso di nati morti durante la pandemia. È possibile [che sia] una conseguenza diretta dell’infezione da SARS-CoV-2».

Lo fanno però alla luce di altri studi osservazionali su donne in gravidanza, dove risulterebbe che il 90% delle Covid positive erano asintomatiche, a questo si aggiunge una iniziale limitazione dei test su pazienti con sintomi sospetti (qui non ci è chiaro se si riferiscano solo alle donne in gravidanza o a tutta la popolazione che richiedeva una ospedalizzazione). 

Tali dati però indicano solo una incertezza nel raccogliere informazioni precise sul numero esatto di positivi al SARS-CoV2, da noi già esplorata in diversi contesti. Con così pochi riscontri diretti, gli autori non escludono l’ipotesi che questo collegamento possa essere indiretto: 

«In alternativa – spiegano i ricercatori – l’aumento dei nati morti può essere derivato da effetti indiretti come riluttanza ad andare in ospedale quando necessario (ad esempio, con movimenti fetali ridotti), paura di contrarre l’infezione o non voler aggiungere al carico del Servizio sanitario nazionale. I cambiamenti nei servizi ostetrici potrebbero aver avuto un ruolo secondario rispetto alla carenza di personale o alla riduzione delle visite prenatali».

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