Coronavirus, l’ospedale di Cremona e il triangolo dei focolai sul lavoro: cosa ci dicono davvero i numeri dei ricoveri

I dati sui ricoveri nell’Asst Cremona non ci parlano di una nuova crisi alle porte, ma sono in parte collegati ai nuovi cluster tra il Mantovano e il Cremonese. E sono un monito per l’autunno

La testimonianza dell’infermiere dell’Asst di Cremona, Luca Alini, ha creato un nuovo dibattito sull’attuale situazione Coronavirus in Lombardia. Lo sfogo dell’infermiere, che nel post dell’11 luglio aveva descritto – preoccupato – una ripresa dei ricoveri gravi nell’ospedale, era poi stato ridimensionato dal direttore sanitario della struttura, Rosario Canino, che aveva chiesto di «non fare allarmismi privi di fondamento».

Seppur non allarmante in senso assoluto, quanto accaduto nei reparti di Cremona in questi giorni è bastato a far ricadere nel panico il personale sanitario stremato da mesi di incessante emergenza. Inoltre, stando ad alcuni numeri forniti dalla stessa struttura, l’ultima settimana non è stata irrilevante dal punto di vista dei ricoveri per Covid-19: il 10 luglio, in un’intervista all’Huffington post, il primario di pneumologia Giancarlo Bosio parlava di un piccolo ma rapido aumento dei casi. Da 2 pazienti erano passati, in appena 6 giorni, ad averne 11 (uno era stato poi dimesso lo stesso giorno, per un totale di 10).

I numeri

Nel rispondere alle parole del signor Alini, il direttore Canino aveva ricordato sulla pagina Facebook dell’Asst di Cremona che «la nostra Terapia Intensiva è “Free” da più di tre settimane». Giusto il tempo di dirlo che, in un post successivo, datato sempre 11 luglio, era arrivato l’aggiornamento sulla situazione ricoveri, nonché la prima – nuova- segnalazione di una terapia intensiva per Sars-Cov-2. Al momento, stando a quanto comunicato dalle autorità sanitarie, si trovano ricoverati nella struttura 9 pazienti positivi al Covid-19: uno in Pneumologia, 7 alle Malattie infettive e 1 in Terapia intensiva.

«Il paziente che necessitava di ventilazione assistita – rende noto Rosario Canino nel post- è stato trasferito dalla Pneumologia in Terapia Intensiva per aggravamento dell’Insufficienza respiratoria».

L’area dei focolai e l’attesa dei nuovi tamponi

Stando alle parole di Bosio all’Huffington Post, i ricoverati in Pneumatologia al 10 luglio erano 2: «Un 30enne e un 60enne», entrambi provenienti dall’area di Casalmaggiore (provincia di Cremona) e della vicina Viadana, in provincia di Mantova. Da quelle due aree provenivano i 33 dei 42 dipendenti della Parmovo, azienda di ovoprodotti in provincia di Parma, risultati per primi positivi al Coronavirus nelle settimane passate.

Ora, spiegava sempre Canino (residente a Viadana), sarà necessario aspettare i nuovi tamponi – attualmente in corso nelle aree in cui sono stati registrati i positivi. Non è escluso che il conto dei ricoveri aumenti, perché «la bestiaccia non si può dire sia sotto controllo». Al 10 luglio, nei focolai dei macelli del Mantovano, circa 80 persone sono risultate positive (e il conto è in continua crescita). Ieri, 11 luglio, altri 10 lavoratori di un macello nella stessa area sono stati trovati positivi dall’Ats Val Padana.

L’area tra Cremona, Mantova e Parma dove sono nati i cluster di positivi in luoghi di lavoro

I dati della Regione Lombardia nelle 2 province

Secondo quanto comunicato dalla Regione Lombardia, oggi 12 luglio, l’aumento dei casi positivi nelle ultime 24 è stato di +6 nel Cremonese e ben +27 nel Mantovano. Nelle settimane passate, un aumento significativo (ma sempre circoscritto) era stato registrato sempre nel mantovano:

Più controllata invece la situazione nel cremonese, che è rimasta tra gli 1 e i 7 contagi dopo l’exploit del 6 luglio (+23 casi).

Un monito per l’autunno

A prescindere da quanti siano stati trasferiti nella struttura, il collegamento tra ripresa epidemica, nuovi ricoveri e condizioni di sicurezza sul lavoro sembra essere importante. Pur su due fronti apparentemente diversi, sia il primario di Pneumologia Bosio, sia il direttore dell’Asst Canino, sia l’infermiere Alini si trovano a mandare lo stesso messaggio: abbassare la guardia ora significa pagarne il prezzo in autunno, con una dose di anticipo già in queste settimane estive. E i sanitari, già estremamente provati, potrebbero arrivare seriamente affaticati alla possibile seconda ondata.

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