Coronavirus, l’infettivologo Bassetti: «Negazionista? Chiamatemi ottimista: ecco perché non ci saranno più le bare di Bergamo» – L’intervista

Il direttore della clinica di Malattie Infettive dell’ospedale San Martino di Genova commenta i nuovi dati sull’epidemia, e non risparmia rimproveri al governo

«Qualcosa è cambiato, nel mio reparto l’ultima persona finita in terapia intensiva risale a oltre 70 giorni fa. Non abbiamo più pazienti Covid e il reparto di terapia intensiva è vuoto. Gli ospedali non sono più in emergenza». A parlare a Open è Matteo Bassetti, direttore della clinica di Malattie Infettive dell’ospedale San Martino di Genova. «Attenzione, il Coronavirus circola ancora ma stiamo facendo molti più tamponi di marzo. Se li avessimo fatti durante il picco della pandemia, avremmo trovato dai 2 ai 5 milioni di italiani infetti».


«Non sono un negazionista»

A chi lo accusa di essere un negazionista (ha partecipato, in collegamento Skype, al convegno in Senato da giorni al centro delle polemiche e al quale hanno preso parte anche Salvini, Sgarbi e Bocelli), dice: «Mi ha fatto male sentirmi dire questo, al massimo chiamatemi “ottimista”. Il nostro è un Paese ingrato: prima tutti ci davano degli eroi, ora siamo tornati a essere “gli uomini della tv”, quelli che cercano visibilità per scrivere libri o fare soldi». Bassetti prende anche le distanze da alcuni contenuti di quell’incontro: «Io sono stato invitato dalla segreteria del senatore Armando Siri, ho partecipato via Skype per 9 minuti e non ero presente lì fisicamente».

«Sui migranti basta speculazioni politiche, ma attenzione ai focolai di rientro»

«Il virologo Massimo Clementi dice che si è abbassata la carica virale del Covid-19. Chissà, forse siamo stati bravi noi medici, forse gli italiani che hanno rispettato il lockdown e messo sempre le mascherine. Infatti, come ci dicono i dati, i casi sono diminuiti nonostante i focolai presenti in alcune regioni d’Italia. Molti, però, sono focolai di “rientro” e questo ci fa capire che non siamo stati del tutto capaci di controllare chi arrivava dall’estero», ha aggiunto. Sui migranti, invece, «si stanno facendo speculazioni politiche»: «Vero è che non sappiamo cosa stia accadendo in certi Paesi africani, ma non possiamo di certo non accoglierli. Dobbiamo farlo in sicurezza».

Seconda ondata? «Non vedremo più quello che abbiamo visto a Bergamo»

I concorsi, come quello per l’ammissione alla facoltà di Medicina del campus Biomedico a Roma, «si possono fare indossando le mascherine e mantenendo le distanze di sicurezza», spiega Bassetti. E lo stesso vale per la scuola, anche perché «non si può pensare di affidare i ragazzi ai nonni, una delle categorie più fragili».

Rischi, dunque, che per il direttore della clinica di Malattie Infettive dell’ospedale San Martino l’Italia deve correre, ma che non porteranno a una seconda ondata di contagi: «Se per seconda ondata intendiamo le bare di Bergamo, no, non credo che ci sarà. Dobbiamo imparare a convivere con questo virus. Basta terrore, basta dati forniti ogni giorno dalla Protezione civile. Non ha senso dire che ci sono 300 contagiati per poi scoprire che buona parte sono a casa senza sintomi. Così ci facciamo solo del male. Altri Paesi, come la Francia, non lo fanno».

«Bisognava riaprire prima le attività produttive»

C’è spazio anche per un “rimprovero” al governo: «Fermo restando che questa pandemia era la prima per tutti e che stiamo imparando da quello che abbiamo fatto, penso che la gestione della durata del lockdown sia stata “farraginosa”», chiosa Bassetti. Altri Paesi, è il ragionamento, «hanno scelto una durata più breve. Forse bisognava aprire prima alcune attività produttive. E poi perché mai la pubblica amministrazione ha ancora dipendenti in smart working? Non possono tornare al lavoro con le mascherine?».

«Letalità sovrastimata»

Su una cosa si discuterà a lungo nei prossimi mesi: il numero dei decessi. Ne è convinto Bassetti: «É possibile che a marzo, nel clou della pandemia, in alcuni ospedali del Nord ci siano stati solo decessi per Covid? Nessuno per infarto o per ictus? Molti sono morti di qualcos’altro, forse. Nei referti, tra l’altro, indicavamo sempre “Covid positivi”, e tutti venivano etichettati come morti di Covid. Peccato, però, che non abbiamo fatto nemmeno le autopsie.

E, infine, com’è possibile che il tasso di letalità del virus in Italia sia del 14% mentre in Germania è intorno al 2%? Siamo forse più imbranati dei tedeschi? Non ci posso credere. O forse abbiamo avuto un modo diverso di contare i morti da Paese in Paese? La letalità (ovvero il rapporto tra i morti per Covid e il numero totale dei malati, ndr) in Italia è stata sovrastimata».

Foto in copertina da Facebook

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