Coronavirus, i numeri in chiaro. La fisica Paolotti: «Se i contagi non scendono a settembre, il virus tornerà a colpire gli anziani»

La ricercatrice della Fondazione Isi di Torino, però, concorda che non ci si può più “rilassare” come è stato fatto agosto: «La riapertura delle scuole è un enorme punto interrogativo»

I contagi tornano sotto quota mille, ma è un numero falsato dalla quantità di tamponi analizzata oggi, 24 agosto: sono circa 20mila in meno rispetto a ieri. Così, i 953 nuovi casi registrati nel bollettino odierno non fanno altro che confermare l’andamento dell’epidemia in Italia. Il Coronavirus ha ripreso la sua corsa, muovendosi insieme agli italiani partiti in vacanza. Adesso preoccupa il suo viaggio di ritorno, nelle grandi città, nelle case dove risiedono i parenti più anziani.

«Sicuramente il virus circola di più. L’aumento delle nuove infezioni di questi giorni rispecchia un andamento reale: non ci sono giustificazioni». A dirlo è Daniela Paolotti, ricercatrice alla Fondazione Isi di Torino. La fisica, specializzata in epidemiologia, mette in guardia dall’«analizzare i numeri giorno per giorno. Non ha molto senso, anche perché il dato odierno non è verosimile vista l’importante contrazione dei tamponi. È innegabile, però, che il trend dei contagi sia in aumento».

Paolotti, la sorprende questo ritorno dell’epidemia?

«Non mi sorprende, visto che i Paesi che ci circondano ci hanno anticipato di qualche settimana con questa curva di contagi. Anzi, ci si chiedeva come mai in Italia non si fosse verificato lo stesso incremento di Spagna, Francia e Germania. La causa non può che essere il rilassamento nel rispetto delle norme di distanziamento e nelle misure igieniche che si è verificato durante le vacanze di agosto».

Siamo tornati ai livelli di maggio.

«In termini assoluti sì, ma i numeri dei casi, tarandoli con il contesto, sono meno preoccupanti di quelli che vedevamo a maggio. La situazione, oggi, è molto diversa: da un lato l’età media dei contagiati è più bassa, gli anziani non sono stati interessati dagli assembramenti in Sardegna ovviamente, dall’altro le strutture sanitarie non sono in una condizione di stress».

Ci potrebbero essere tanti casi sommersi?

«Sicuramente meno di quelli che c’erano durante la prima fase della pandemia. I nuovi casi della scorsa primavera erano quasi tutti pazienti con sintomi severi. Adesso, invece, stiamo tracciando i casi con tamponi di routine, somministrati a tanti turisti ad esempio. Siamo più vicini a osservare quella che è la situazione reale dell’epidemia, mentre prima vedevamo solo la punta dell’iceberg. Che il monitoraggio stia ancora funzionando bene lo dice anche il report settimanale dell’Istituto superiore di sanità: un terzo dei contagi viene rilevato grazie al contact tracing».

Cosa la preoccupa di più di questa fase dell’epidemia?

«In questo momento, finché il virus circola tra i giovani, non preoccupa l’impatto dell’epidemia sulle strutture sanitarie. Ma è una situazione di equilibrio instabile: se entro settembre i contagi non scendono, diventerà un problema evitare che il virus arrivi a colpire anche gli anziani».

Si possono riaprire le scuole in tranquillità?

«La riapertura delle scuole costituisce un enorme punto interrogativo. Adesso siamo preparati dal punto di vista clinico: i medici sanno come affrontare la malattia in ambito ospedaliero. Ma le scuole, è inutile negarlo, una volta riaperte faranno aumentare la percentuale di rischio che l’epidemia si diffonda come prima, più di prima. Chiedere a dei ragazzi molto giovani, spesso bambini, di osservare le misure igieniche è difficile. È complicato imporre a un ragazzo di tenere su la mascherina per sei ore al giorno. E non dimentichiamoci che gli studenti hanno delle famiglie: è automatico che eventuali cluster nelle scuole impattino sui parenti».

C’è una soglia di allarme che, se raggiunta, non consentirebbe di riaprire le scuole?

«Il numero da tenere d’occhio, benché la sua complessità ne causi un’elaborazione non immediata, è quello dell’indicatore Rt, oggi ancora minore di 1. Ma se l’incidenza del virus dovesse aumentare ancora tra i giovani, l’indicatore schizzerebbe sopra l’1 e diventerebbe più difficile proteggere gli anziani. Per adesso, però, la situazione mi appare sotto controllo: i contagi indicati nei bollettini arrivano da una ricerca attiva da parte delle autorità sanitarie e non per un’orda di malati che telefona alle Asl».

Si potrebbe calcolare con più immediatezza l’indicatore Rt?

«Non penso, l’indicatore Rt è molto complesso: si basa sulla modellizzazione della malattia, sui contatti tra le persone, sul tipo di interazione: è un numero che nasconde dentro tanti dati».

Siamo in crescita esponenziale? Con questo trend rischiano di saltare anche le elezioni del 20 settembre?

«È troppo presto per parlare di crescita esponenziale, dovremo attendere qualche altro giorno per accumulare più dati. Per le elezioni, è chiaro che un ulteriore mixing di persone all’interno della stessa strutture e in scale di tempo brevi potrebbe creare effetti imprevisti. Se saranno messi in atto tutti gli accorgimenti sanitari, non dovrebbero esserci problemi, anche se l’eventualità che si crei un cluster in un seggio è da tenere in conto. Sicuramente la situazione è più controllabile che nelle scuole: lì si tratta di 8 milioni di studenti che passano sei ore al giorno in un ambiente chiuso. Per diversi mesi».

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