Il campione di sci Giorgio Rocca: «Sciare è sicuro. Se chiudono gli impianti, ci sarà una rivolta» – L’intervista

di Riccardo Liberatore

Il governo sembra deciso a tenere gli impianti sciistici chiusi per il periodo delle vacanze natalizie. Le regioni e gli sportivi non ci stanno. Abbiamo raccolto la testimonianza di un vincitore della Coppa del Mondo

Il Governo sembra deciso a tenere gli impianti sciistici chiusi per il periodo delle vacanze natalizie. Intervistato a Otto e Mezzo il premier Conte ha ribadito che «non possiamo permetterci» il contrario se vogliamo evitare la terza ondata (o rischiare di non uscire dalla seconda). «Il problema – ha aggiunto il premier, che ha detto di aver già sentito il presidente del Consiglio europeo Charles Michel per concordare delle regole comuni per tutti i Paesi membri – è tutto quello che gira attorno agli impianti» su cui si regge, però, l’economia locale.


Le Regioni non ci stanno e rilanciano – approvando linee guida come il tetto massimo agli skipass giornalieri. I campioni di sci neppure. L’ex campione olimpico Alberto Tomba chiede di aprirle, la detentrice della Coppa del mondo Federica Brignone fa altrettanto. A loro si aggiunge anche Giorgio Rocca, vincitore di una Coppa del Mondo di specialità nel 2005/2006. «Oltre al danno economico manderebbe in depressione un sacco di gente, perché lo sci è libertà», dice Rocca, classe 1975, vincitore di tre medaglie iridate e oggi a capo di una famosa accademia di sci.


ANSA/FABIO FRUSTACI | Giorgio Rocca all’evento di presentazione del ”3Tre Ski world cup Madonna di Campiglio”, Roma 14 novembre 2019

Mi sembra di capire che lei è d’accordo con Tomba e Brignone

«Si, sono d’accordo con loro, chiudere sarebbe un danno economico enorme per tutto il turismo della montagna. È uno sport all’aria aperta e si possono prendere delle precauzioni che permettono alle persone di andare in montagna in sicurezza. Pur di aprire gli impiantisti si adeguerebbero a qualsiasi organizzazione».

Il distanziamento non è soltanto in pista: ci sono anche i bar, i ristoranti, i negozi dove noleggiare sci e snowboard.

«Le stazioni si stanno organizzando per fare in modo che la consegna di materiale venga fatta in luoghi ampi. I ristoranti si sono adattati come tutte le località italiane con quattro persone al tavolo, e pur di andare in montagna la gente mangerebbe anche all’aperto. Gli impianti di risalita ormai portano 3mila persone all’ora ed è stato già studiato un metodo per limitare l’affluenza per evitare gli assembramenti. Basta fare in modo che la giornata non inizi per tutti alle 9-10. Meglio lavorare con poche persone che stare chiusi».

Ingressi scaglionati?

«Se tutti vanno a sciare alle 10, come avviene per lo sciatore italiano classico, inevitabilmente si creano assembramenti. Allora perché non fare in modo di prenotare uno “slot” in cui partire, magari anticipando anche l’orario di apertura alle 8? In questo modo chi ha iniziato alle 8 alle 12 quasi sicuramente è pronto per tornare a casa o in albergo…».

In Svizzera fanno così?

«Diciamo che lo svizzero tendenzialmente arriva in pista alle 7.45, mentre l’italiano parte alle 10. In Svizzera gli impianti sono aperti, anche se le restrizioni ci sono: caricano per metà le funivie, sulle seggiovie e in coda c’è l’obbligo di indossare la mascherina e prima delle seggiovie c’è un restringimento molto lungo. Si torna un po’ agli anni ’70 e ’80, dove c’erano lunghe code di persone in fila indiana».

Ma lavorando poco come si fa a coprire i costi? Riesce comunque ad essere sostenibile?

«Probabilmente no. L’unica soluzione che può essere sostenibile è alzare leggermente i prezzi, inevitabilmente. Ma credo che gli operatori preferiscano aprire e lavorare meno anziché non aprire del tutto».

Non sarebbe meglio accettare la chiusura e chiedere aiuti al Governo?

«Ci vorrebbero troppi soldi… Io stesso, che ho una piccola società, faccio fatica a immaginare che alcune delle persone che lavorano per me possano essere soddisfatte guadagnando anche solo l’80% di quello che avrebbero guadagnato lavorando». 

Anche l’anno scorso la stagione è finita in anticipo a febbraio. Cosa ha voluto dire per chi lavora nel settore?

«Noi per fortuna abbiamo perso un terzo del fatturato, ma se la crisi parte a inizio stagione, diventa davvero un problema. Ovviamente è una misura che colpisce tantissime persone – dagli albergatori, ai noleggiatori e le scuole sci. Prendiamo tutti una mazzata pazzesca, perché la montagna vive di turismo. Per fortuna è andato bene il settore biking d’estate, ma non basta, soprattutto per chi vive soltanto di questo. La gente non dorme la notte. Se non aprono gli impianti ci sarà la rivolta».

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