Vaccino anti-Covid: mancano 3 milioni di dosi per chiudere la fase uno. Ecco cosa c’è da sapere e perché i conti del governo non tornano

di Giada Giorgi

Arcuri accelera i tempi per gli ultra 80enni ma il vaccino non basta e il ritmo è molto più lento del piano. Mentre avanza l’ipotesi (costosa) sull’acquisto di altre dosi di Moderna, sperare in Astrazeneca forse non basta più. E la domanda resta: «Ma a me quando tocca?»

Tra nuove autorizzazioni, dosi aggiuntive pronte all’acquisto e camion carichi per la distribuzione, la domanda alla quale bisogna ancora rispondere in modo chiaro è quella che risuona nelle case di molti italiani: «Ma a me quando tocca?». Un quesito più che legittimo soprattutto ora che i vaccini messi in campo in Italia, e in Europa, sono due. Le 470 mila dosi settimanali di Pfizer stanno continuando ad arrivare, anche se con non pochi problemi, e tra 15 giorni, sarà la volta di quelle di Moderna. «Bene, ma a me quando tocca?», viene da ripetere. Per provare a rispondere alla domanda, partiamo con il calendario ipotetico diffuso dal ministero della Salute.


«Quand’è il mio turno?»

Secondo il piano stabilito dal governo, saranno quattro le fasi che scandiranno la campagna vaccinale 2021.


  • Prima fase: da gennaio a marzo 2021. Potranno accedere alla somministrazione gli operatori sanitari e sociosanitari (1,4 milioni), lavoratori e ospiti di Rsa (570 mila) e gli anziani con oltre 80 anni di età (4,4 milioni).
  • Seconda fase: da aprile a giugno 2021. Potranno accedere alla somministrazione le persone sopra i 60 anni (13,4 milioni), gli operatori scolastici a rischio, i pazienti con patologie croniche a rischio e immunodeficienze
  • Terza fase: da luglio a settembre 2021. Potranno accedere alla somministrazione le persone con patologie a medio rischio, i lavoratori delle forze dell’ordine, il personale delle carceri e dei luoghi comunitari, il personale scolastico non a rischio. Con una copertura stimata al 50% della popolazione.
  • Quarta fase: da settembre a dicembre 2021. Potrà accedere alla somministrazione la restante quantità di popolazione, con scenari di vaccinazioni e dosi in arrivo anche nei primi mesi del 2022.

Un progetto che però rischia di subire significativi slittamenti, tanto a causa dei problemi logistici di diffusione e distribuzione quanto per le autorizzazioni e forniture. Nonostante le incertezze, il governo continua a sfornare numeri ottimisti, ma i dati ad oggi disponibili suggeriscono già un problema di base da dover risolvere al più presto.

I conti non tornano: il buco è di almeno 3 milioni di dosi per vaccinare gli ultraottantenni

Mettendo da parte gli ulteriori slittamenti che il calendario diffuso dal governo potrà subire, già la stessa fase 1 in cui ci troviamo presenta delle lacune di difficile risoluzione soprattutto in merito alle forniture. Dando un occhio ai numeri riportati sul calendario, il totale delle categorie con priorità ammonta a quasi 6 milioni e mezzo: la somma cioè di operatori sanitari, ospiti e lavoratori di Rsa e popolazione di ultra 80enni.

MINISTERO DELLA SALUTE | Tabella numerica delle categorie con priorità coinvolte nelle vaccinazioni della prima fase del piano italiano

Ma la priorità riconosciuta dal governo a un tale numero di persone continua a fare i conti senza un oste determinante: il numero di dosi disponibili. Alla luce delle forniture che ad oggi sappiamo arriveranno in Italia, salvo imprevisti e ritardi, la prima fase non potrà essere rispettata. Se è vero che il numero complessivo delle categorie riconosciute a rischio nella prima fase ammonta a poco più di 6 milioni e mezzo di persone, la quantità di dosi da avere a disposizione dovrà essere di circa 13 milioni, tenendo conto della doppia inoculazione necessaria per garantire la completa immunità.

Con gli 8,794 milioni milioni di dosi garantite da Pfizer e il primo milione e 300 mila di Moderna, mancano all’appello della prima fase circa 3 milioni di dosi di vaccino anti Covid. Un rischio effettivo di ritardo dunque per la categoria degli over 80 (4,4 milioni), a cui spetterà il vaccino solo dopo operatori sanitari ed Rsa. Proprio nella giornata di ieri, 7 gennaio, il governo si è espresso a riguardo con una previsione più che ottimista: «Già dal prossimo mese di febbraio potremmo procedere con le persone che hanno più di 80 anni», ha detto il commissario all’emergenza Domenico Arcuri anche ieri sera. Tuttavia l’accelerazione sui tempi, predicata in queste ore, non riuscirà ad avere attuazione se in termini di fornitura disponibile non cambierà qualcosa. Ma c’è di più.

Astrazeneca rimane una speranza a metà

Appurata la mancanza di sufficienti dosi per garantire il rispetto dei numeri diffusi, la speranza, come spesso ribadito dal governo, rimane Astrazeneca. È il vaccino che in generale, e nella stessa prima fase, sarebbe chiamato a contribuire con il più alto numero di forniture, rispetto alle altre aziende. Secondo quanto si apprende dalle fonti vicine all’ente regolatore europeo, i 16 milioni di dosi che potranno arrivare in soccorso degli altri due vaccini, non riceveranno l’ok prima di metà febbraio. Meglio di niente si direbbe, visto la necessità di colmare almeno nel primo trimestre i 3 milioni di vaccini mancanti. Ma neanche questa al momento appare una garanzia.

Il complesso trial clinico del vaccino di Oxford ha infatti mostrato una mancata sicurezza ed efficacia nei soggetti over 55. Un elemento non certo da sottovalutare per la stessa Ema, che proprio su questo punto, nelle scorse settimane, aveva ipotizzato un compromesso. L’idea dell’ente regolatore è quella di concedere ad Astrazeneca l’autorizzazione solo per gli under 55. Ma, se andasse così, il vaccino non potrebbe essere utilizzato per gli ultraottantenni e il problema di dove trovare i 3 milioni di dosi mancanti ad oggi non sarebbe risolto.

Ecco come nasce l’ipotesi di acquistare nuove dosi da Moderna: sono le più costose ma servono

Era stato per primo il commissario Arcuri, qualche settimana fa, ad aver ipotizzato un piano B con un ulteriore acquisto da Moderna. Una possibilità che si era intrecciata con altri eventuali accordi con il marchio Pfizer, e che ora diventa determinante. Tra gli ultimi input in proposito, anche quanto fatto sapere dal virologo Giorgio Palù dell’Agenzia italiana del farmaco. «Sono in corso trattative» ha detto al Corriere dopo aver lanciato il numero (al momento improbabile) di 15 milioni di persone vaccinate entro giugno.

«Le nostre istituzioni hanno avviato contatti diretti con le aziende produttrici per avere un incremento significativo di dosi entro il mese di giugno». Il governo italiano così ricalcherebbe i passi di quello tedesco (dopo averlo criticato): la Germania è stato infatti il primo Stato europeo ad essersi procurato altre 30 milioni di dosi Pfizer al di fuori dell’accordo stipulato dalla Ue a nome di tutti.

I conti non tornano anche sul ritmo delle vaccinazioni: a rischio ritardo 3 milioni di persone

Oltre al buco delle forniture mancanti, l’attuale piano vaccinale italiano presenta un non secondario problema di distribuzione. Secondo gli step annunciati dal commissario all’emergenza Domenico Arcuri, nella prima fase, e quindi entro marzo, potranno essere vaccinate circa 5,9 milioni di persone. Calcolando il ritmo giornaliero delle somministrazioni dal 31 dicembre, è possibile registrare per l’Italia una media attuale di circa 45 mila iniezioni effettuate al giorno. Un numero troppo basso per riuscire a raggiungere la cifra annunciata: con questo ritmo nel giro di 3 mesi si potranno raggiungere non più di 2 milioni di vaccinati. Dove per vaccinati si intende, come scienza vuole, la somministrazione di tutte e due le dosi necessarie per l’effettiva immunità dal virus.

Nelle ultime ore il ministro Speranza e il commissario Arcuri hanno aumentato la posta, annunciando una «forte accelerazione del piano». Secondo quanto spiegato dal ministro della Salute, la soluzione sarà quella di entrare a breve in un regime di circa 70 mila persone vaccinate al giorno. Ma anche in questo caso, nonostante l’annuncio gonfio di ottimismo, i numeri diffusi dal governo continuano ad essere incoerenti con gli obiettivi sbandierati.

Procedendo con gli stessi calcoli, anche le 70 mila somministrazioni giornaliere annunciate da Speranza non si riveleranno in grado di garantire il completamento della fase 1. All’accelerazione del piano predicata dal governo, corrisponderebbero infatti circa 3 milioni di vaccinazioni in tre mesi e non 6 milioni. Come per la questione delle forniture dunque, anche nel ritmo di distribuzione è attualmente riscontrabile un gap.

Nel primo caso mancano, come abbiamo visto, circa 3 milioni di dosi, nel secondo circa 3 milioni di persone che ai dati di oggi non raggiungerebbero l’immunità a fine fase 1. Lo scenario ideale per garantire a tutti i soggetti fragili del primo trimestre una difesa completa dall’infezione, sarebbe come minimo un raddoppio delle cifre annunciate poche ore fa dal governo. Dividendo i 6 milioni e mezzo di soggetti coinvolti per i circa 90 giorni disponibili della prima fase, il ritmo di somministrazione giornaliero dovrebbe cioè ammontare a circa 145mila/150mila dosi iniettate al giorno. Un numero attualmente ben lontano sia dalla realtà che dagli annunci del Ministero.

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