Conte all’ultima curva, se non trova i responsabili in 72 ore la corsa è finita

Il senatore del Maie Gregorio De Falco assicura di aver raccolto già dieci responsabili. La soglia dei 170 senatori che assicurano la stabilità, però, è ancora distante: Italia viva resta l’ago della bilancia con cui Pd e 5 Stelle devono fare i conti

Si voleva evitare la crisi al buio. E, invece, è buio pesto nel quadrilatero di Roma racchiuso tra Palazzo Chigi, Montecitorio, Senato e Quirinale. Alla fine della prima vera giornata di crisi non c’è una luce in fondo ai tunnel dei vari palazzi in cui sono rimasti chiusi, fino a tarda sera, pontieri e leader di partito. Domani, dopo le celebrazioni per la giornata della memoria, il presidente Sergio Mattarella darà avvio al valzer delle consultazioni. E nessuno, a partire da Giuseppe Conte e per finire ai ministri dimissionari, è sicuro di entrare a far parte del nuovo esecutivo.


Gli incontri al Colle dureranno fino a venerdì pomeriggio, ed è lo stesso tempo che Conte si è dato per cercare una forza politica che ne assicuri la stabilità e gli permetta di emanciparsi dalle richieste di Italia viva. La quale, adesso, è certa di poter tornare a discutere nell’alveo della maggioranza. Rocco Casalino, dicono diverse fonti parlamentari, ha i nervi a fior di pelle: non solo la prima operazione responsabili è naufragata, ma anche l’ipotesi di un Conte ter non è più così solida. Tre giorni di tempo, fino a venerdì, per provare a riunire in un nuovo gruppo parlamentare 15 senatori che possano far raggiungere la soglia della stabilità, fissata da Dario Franceschini a 170.


Il viavai di parlamentari

Il viceministro allo Sviluppo economico, Stefano Buffagni, si aggira impettito a Montecitorio, ignorando le domande della stampa. Anche il ministro per i Rapporti con il Parlamento fa il flipper tra presidenza del Consiglio e Camera dei deputati con il telefono appoggiato all’orecchio. È una strategia per evitare di rispondere ai giornalisti? «Siamo costretti a fare così», fuga ogni dubbio, sorridendo, Claudio Durigon, subito prima di partecipare al vertice di centrodestra: spetta ai big annunciare, alla fine dei lavori al Palazzo dei Gruppi, che la coalizione si presenterà unita al Quirinale. Ma l’unità del centrodestra appare consolidarsi solo intorno al «no» a un Conte ter.

Appare, perché le divisioni, seppur a denti stretti, ci sono anche su questo aspetto. Non pochi forzisti, con la promessa dell’anonimato, dicono che si può discutere anche di una permanenza di Conte a Palazzo Chigi. Certo, bisognerà cedere qualcosa in cambio ai più moderati della coalizione di centrodestra, ma è certo che il ritorno al voto è una strada che affascina solo Fratelli d’Italia e Lega. Che si chiami governo di unità nazionale o larghe intese, Antonio Tajani prova a coprire le divisioni interne con un lapidario «ci affidiamo alla saggezza del Capo dello Stato». Osvaldo Napoli, deputato di Forza Italia, è scettico sulla salita congiunta al Colle.

La crisi dei partiti spaccati

«Capisco che l’arte della politica impone a volte di mettere insieme pere e mele, ma è sempre bene sapere dove sono le mele e dove le pere – semplifica il deputato -. Forza Italia ha detto fin dal primo momento che dalla crisi si esce o con un governo di unità nazionale oppure, in subordine, si deve restituire la parola ai cittadini. Lega e Fratelli d’Italia, quindi Salvini e Meloni, hanno scelto un’altra strada: dalla crisi si esce soltanto andando alle urne. Quando Salvini scelse, nel 2018, di dare vita a un governo con i 5 Stelle, si disse che non era quello il motivo per rompere l’unità del centrodestra. Sappiamo come la cosa è finita. Forza Italia potrebbe oggi sostenere un governo senza che qualcuno la accusasse di rompere il centrodestra?».

È la crisi dei partiti spaccati. In Forza Italia le correnti si dividono tra chi spinge per le larghe intese e chi non vuole compromettere l’alleanza con la Lega: la rottura dalla linea salviniana causerebbe non pochi attriti nei governi locali retti dalla coalizione e sarebbe un duro colpo in ottica elezioni amministrative. Anche il Partito democratico, il Movimento 5 stelle e Italia viva affrontano i fantasmi delle divisioni interne. È uno dei motivi per cui si susseguono riunioni su chiamate, dichiarazioni su chiarimenti: le forze vanno convogliate verso un unico scopo. Sopravvivere alla crisi di governo ed evitare le urne, deleterie per tutti i partiti che hanno retto il Conte due.

Renzi torna fondamentale, Conte, invece, vacilla

I Dem hanno cambiato rotta, trainati dal vento delle consultazioni: Mattarella non affiderà incarichi sulla base di numeri risicati. Quindi, serve tornare a lavorare insieme a Renzi, nonostante la chiusura ineluttabile che ventilava la corrente zingarettiana. Adesso a prevalere è la linea di Andrea Marcucci, amico storico di Renzi, che addirittura si sbilancia: «Non c’è un Conte a tutti i costi». Anche il ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, ha spalancato la porta del ritorno in maggioranza a Italia viva.

Il partito guidato da Renzi, vista la sua rinnovata centralità per la stipula di un patto di legislatura, avrebbe risolto gli smottamenti interni. Resta però incisa la dichiarazione del senatore Eugenio Comincini: «Se Italia viva va all’opposizione, io non ci vado». Il Movimento 5 stelle? È sulla difesa indefessa di Conte che si gioca la crepa nel partito con più rappresentanti in Parlamento. La linea ufficiale dettata dal capo politico Vito Crimi è che «Conte è l’unico che può fare da sintesi per una maggioranza», ma dietro la linea dell’anonimato – alcuni fanno parte anche dell’esecutivo Conte due -, ci sono grillini disposti a sacrificare il premier.

Il countdown per i responsabili

Ed è uno dei motivi per cui le quotazioni del Conte ter, più passano le ore, più scendono. Proprio per questo Bruno Tabacci alla Camera e Riccardo Merlo al Senato hanno vissuto una delle giornate più frenetiche della loro legislatura: una nuova formazione politica va definita subito, entro 72 ore al massimo. Le alternative a Conte si coagulano intorno ad altri possibili nomi. Secondo alcune indiscrezioni, benché Ivan Scalfarotto l’abbia negato, Italia viva starebbe pensando a una lista da presentare a Mattarella durante le consultazioni. C’è poi chi tira in ballo la sempreverde Marta Cartabia, costituzionalista apprezzata da buona parte della cosiddetta maggioranza Ursula, oppure il ministro dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli.

Intanto, il senatore del Maie Gregorio De Falco assicura che il suo gruppo è in procinto di accogliere altri cinque senatori, «dovremmo essere una decina» a supportare Conte. Dovrebbero confluirvi gli ex di Forza italia Andrea Causin e Maria Rosaria Rossi. «Stiamo definendo lo statuto, i membri e i ruoli», ha rincarato l’altro senatore Maie, Saverio de Bonis. Poi, in serata, giusto in tempo per apparire sui quotidiani di domani, è arrivato il post last minute del protagonista della giornata: «Le mie dimissioni sono al servizio di questa possibilità: la formazione di un nuovo governo che offra una prospettiva di salvezza nazionale. Serve un’alleanza, nelle forme in cui si potrà diversamente realizzare, di chiara lealtà europeista». Firmato, ovviamente su Facebook, Giuseppe Conte.

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