Litigi, blocco dell’export e visione (solo) a lungo termine: così la Ue sbaglia ancora la gestione della pandemia

L’Ue continua a restare indietro rispetto agli USA e a potenze come Cina e Russia. Ecco perché

Jean Monnet, politico francese tra i padri fondatori dell’Unione europea, disse che «l’Europa sarà forgiata dalle sue crisi e sarà la somma delle soluzioni trovate per risolvere tali crisi». Durante la crisi dei debiti sovrani la Bce ha salvato la situazione e sviluppato nuove politiche, l’euro ha retto, ma quella recessione ha avuto effetti negativi sulla crescita dell’intera Unione, oltre che nella zona euro e nei Paesi più colpiti. Qualche anno dopo, alle conseguenze della crisi economica si è aggiunta la crisi dei rifugiati, che ha portato a nuovi tormenti politici. Il risultato è stato un’ascesa del populismo e dell’estremismo in tutti gli Stati membri, e nessun soluzione che abbia fatto fare progressi risolutivi alla governance dell’immigrazione o all’integrazione europea. 


L’Italia è stata al centro di entrambe le crisi, e dopo dieci anni vissuti passando da un governo di larghe intese all’altro, il Paese si trova con un panorama politico tra i più confusi del continente, ancora alla ricerca di stabilità. Perciò, l’affermazione che le crisi rendono l’Europa più forte e “resiliente” (come si dice adesso) è quantomeno discutibile. Allo stesso modo, la decisione di affidare alla Commissione europea la responsabilità esclusiva per la gestione dei vaccini si sta rivelando una débâcle, per non dire un disastro. Unire gli sforzi dei 27 Stati membri aveva senso, una competizione intra-Ue interna con vincitori e perdenti sarebbe stata devastante. Tuttavia, la burocrazia europea ha gestito male l’operazione.

Il progetto è stato portato avanti dalla presidente Ursula von der Leyen e dalla sua cerchia più stretta di funzionari, con l’ambizione di portare lo scettro di quella che doveva essere una storia di successo dell’Europa. Invece, dopo un’estate in cui i leader europei pensavano già a come celebrare quello che sembrava un facile successo, le cose sono andate male, e poi peggio. Cosa non ha funzionato ancora non è chiaro, la polemica è lontana dall’essere risolta, ma anche questa incapacità di individuare con precisione gli errori è un problema nel problema. I litigi tra Stati membri per le dosi, la minaccia di bloccare le esportazioni e i conflitti con AstraZeneca – e il Regno Unito – servono solo ad aumentare la tensione e la sfiducia senza risolvere niente. Come ha scritto la rivista The Economist, se fosse leader di un governo, von der Leyen dovrebbe dimettersi. 

Al contrario, dopo una prima fase disastrosa e un pessimo inizio, Stati Uniti, Regno Unito e Israele hanno corretto i propri errori e sono andati dritti verso l’obiettivo. Londra ha messo a capo della task-force per i vaccini Kate Bingham, una venture capitalist del settore che ha passato una vita a costruire aziende e sviluppare nuovi farmaci. Sulla carta una figura piena di conflitti d’interesse a cui è stato affidato un potere immenso, con l’unico scopo di ottenere rapidamente le dosi. Principio simile a quello adottato dagli USA, che hanno comprato e fatto produrre vaccini prima di avere il risultato positivo di tutte le sperimentazioni, correndo il rischio di doverli buttare.

Israele ha messo a disposizione di Pfizer/BioNTech i dati sanitari di tutti gli israeliani, opzione impossibile per l’Ue ossessionata dalle normative sulla privacy. Albert Bourla, CEO di Pfizer, era in contatto diretto e quotidiano con il premier Benjamin Netanyahu. BioNTech, azienda tedesca, ha preferito sviluppare il suo prodotto prendendo come riferimento la FDA statunitense, non l’EMA europea che, come stiamo vedendo con i vaccini di AstraZeneca, Siopharm e Sputnik V non viene presa come autorità sanitaria incontestabile neanche dagli Stati membri dell’Ue. Anche il premier Mario Draghi, un leader indiscutibilmente europeista, è arrivato a dire che «Se l’Europa funziona, bene, altrimenti sui vaccini si fa da soli»

Lo sviluppo dei vaccini era (e sarà) una competizione tra Stati nazionali, tra potenze, ma l’Ue non è nessuna di queste cose.  La buona notizia è che a breve i colli di bottiglia nella fornitura svaniranno, si potrà vaccinare a pieno regime e rimuovere gradualmente le restrizioni. Nel peggiore dei casi ci sarà un’altra stagione estiva compromessa, e una ripresa economica ritardata. Ma anche questa crisi, come ogni crisi, finirà. Il problema strutturale è altrove. L’intero apparato dell’Ue è orientato a risolvere i problemi prospettando soluzioni in divenire, senza risolvere i problemi reali qui e ora. 

L’Ue continua a restare indietro rispetto agli USA e a potenze come Cina e Russia, ma l’incapacità di affrontare con competenza e pragmatismo le crisi la rende fragile anche rispetto alle strategie di potenze regionali, come il Regno Unito dopo la Brexit. In un mondo sempre più instabile come quello della nuova guerra fredda multipolare, questo scenario deve cambiare.

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