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L’osteopatia diventa una professione sanitaria in Italia, ma non è un riconoscimento scientifico

Persino nelle riviste che contemplano studi sulle medicine complementari non si riesce a raccogliere sufficienti prove della validità dell’osteopatia

Il ministro della Salute Roberto Speranza ha dato il via libera al Dpr (Decreto del Presidente della Repubblica) che riconosce la figura professionale dell’osteopata. Si conclude così un meccanismo già messo in modo da Beatrice Lorenzin nel marzo 2018, che ne rivendica il merito. Così, dopo il disegno di legge sull’agricolutra biodinamica approvato in Senato e il già riconosciuto status di «medicinali» dei preparati omeopatici, una nuova pseudoscienza ha ricevuto un riconoscimento istituzionale.

Per chi ha fretta:

  • Non esistono studi controllati che dimostrano una reale efficacia dell’osteopatia.
  • Spesso la figura dell’osteopata non corrisponde a quella di medico, cosa che potrebbe comportare problemi diagnostici e terapeutici.
  • Persino nelle riviste che contemplano studi sulle medicine complementari non si riesce a raccogliere sufficienti prove della validità dell’osteopatia.
  • In alcune pratiche previste dall’osteopatia è stato riscontrato un rischio di sintomi neurologici e ictus.
  • Non è chiaro se sia stato valutato adeguatamente il rapporto rischi-benefici dalle autorità competenti.

Analisi

L’osteopatia è una medicina alternativa. Si inserisce nell’ambito delle pratiche «olistiche», nelle quali il terapeuta si adopera nel rendere possibile una auto-guarigione dell’organismo. Questa pratica fino a oggi non ha mai dimostrato la sua reale efficacia. Cosa che – è sempre meglio chiarirlo – non può essere stabilita coi voti nelle riunioni politiche, bensì alla luce di ampi studi che prevedano un controllo.

Cos’è una medicina complementare

Tale pratica è stata riconosciuta «complementare» dall’OMS. La definizione di «medicina complementare» è l’eufemismo con cui vengono definite tutte quelle pratiche riconosciute, non perché hanno dimostrato di funzionare (da sole o abbinate ai trattamenti standard), ma visto l’ampio consenso popolare, se ne autorizza l’esercizio, purché i pazienti non vengano spinti ad abbandonare le cure vere e proprie.

«La medicina complementare e alternativa (CAM) è un ampio dominio di risorse di guarigione che comprende tutti i sistemi, le modalità e le pratiche sanitarie e le teorie e le credenze che li accompagnano – secondo la Cochrane Collaboration oltre a quelle intrinseche al sistema sanitario politicamente dominante di una particolare società o cultura dato periodo storico. La CAM include tutte quelle pratiche e idee auto-definite dai loro utenti come prevenzione o cura di malattie o promozione della salute e del benessere. I confini all’interno della CAM e tra il dominio CAM e quello del sistema dominante non sono sempre netti o fissi».

Come nasce e come dovrebbe funzionare

Creata dal sedicente medico americano Andrew Taylor Still nel 1874, prometteva di curare le malattie attraverso la manipolazione di ossa e muscoli del paziente. Oggi questa pratica si concentra soprattutto sul trattamento dei disturbi che riguardano l’apparato neuro-muscolo-scheletrico, cranio-sacrale e viscerale. La professione di osteopata, già riconosciuta in diversi paesi, come Belgio, Francia, Finlandia, Svizzera, Stati Uniti, Canada e Australia; in Italia risentiva di diversi vuoti normativi. Il punto, anche leggendo il Dpr, sembra soprattutto quello di controllare l’operato degli osteopati, che non sempre sono medici:

«Si rimandano a un successivo accordo da stipularsi in Conferenza Stato-Regioni la determinazione dei criteri di valutazione dell’esperienza professionale, nonché i criteri per il riconoscimento dell’equipollenza dei titoli pregressi alla istituenda laurea in osteopatia».

Una pratica priva di rischi?

Generalmente consideriamo le medicine complementari come prive di effetti collaterali o altri rischi rilevanti. Non è sempre così. Effettivamente non si tratterebbe solo di giocare sulla suggestione dei pazienti, per meglio affrontare le terapie reali. L’osteopatia può essere anche dannosa, sbilanciando così l’equilibrio rischio-benefici, di cui spesso si è parlato a proposito dei vaccini. Su questo aspetto suggeriamo la lettura di un articolo firmato da Enrico Bucci e Salvo Di Grazia per Il Foglio del febbraio 2020 (inclusa la risposta degli osteopati con la replica dei due esperti – qui).

«In realtà, alcune delle manovre praticate dagli osteopati possono essere pericolose – continuano gli autori – come la manipolazione delle vertebre alla base del collo, quando il terapeuta ruota bruscamente la testa del paziente. Vi è consenso crescente circa il fatto che questa manovra accresca il rischio di ictus, sono stati riportati più casi, ed esistono documenti che condannano il metodo come pericoloso».

Del resto è proprio nelle più importanti pubblicazioni in favore dell’osteopatia che troviamo l’ammissione della presenza di «limiti metodologici» che impedirebbero di confermarne l’efficacia, e non si fa mistero nemmeno dei rischi, come «sintomi neurologici e ictus».

Contare gli studi su PubMed non basta

Come per l’omeopatia possiamo trovare tanti studi dove si suggerisce l’efficacia dell’osteopatia. Il problema è andare ad analizzare se sono stati fatti i già citati controlli in modo corretto. Per esempio attraverso gruppi di controllo, dove i pazienti sono sottoposti solamente alle cure standard. Questo problema è molto simile a quello delle presunte cure domiciliari anti-Covid. È possibile piuttosto effettuare revisioni sistematiche della letteratura esistente per un dato argomento. Si raccolgono quindi gli studi di maggiore qualità e si analizza nel complesso cosa risulta essere stato effettivamente accertato.

La più recente revisione e analisi sistematica è stata pubblicata nel gennaio 2021 dalla rivista di settore Complementary Therapies in Medicine a proposito del trattamento della lombalgia aspecifica. Il lavoro è stato svolto dai ricercatori dell’Istituto Osteopatia Milano, del Dipartimento di neuroscienze dell’Università di Tornio e della Divisione di neurologia e neuroabilitazione dell’Istituto Auxologico Italiano. Lo studio si basa su studi controllati randomizzati (RCT) archiviati in sei differenti database. Tuttavia gli autori riescono a selezionare appena 35 studi a partire da un campione di 2249 titoli. 

«La strategia di ricerca ha identificato un totale di 2249 risultati, 554 dei quali rappresentavano duplicati e sono stati conseguentemente eliminati. Altri 1660 record sono stati respinti dopo aver letto titolo e abstract. Sono stati valutati per l’ammissibilità un totale di 35 articoli full-text».

Il già citato Salvo Di Grazia aveva pubblicato su MedBunker un ampio fact checking – di cui consigliamo la lettura – dove risponde a chi sostiene che su PubMed sarebbe possibile reperire «1500 lavori scientifici». Ecco, non funziona così. Non si tratta di fare una somma acritica da un database che non svolge alcuna revisione dei contenuti. Bisogna vedere quali sono stati condotti in maniera corretta; questo vale anche per le revisioni sistematiche, le quali possono essere lo stesso affette da bias. Ricordiamo ad esempio la revisione di Paolo Bellavite sull’omeopatia.

Le difficoltà dei ricercatori nel dimostrare l’efficacia dell’osteopatia

Per esempio, in questo caso da una parte i ricercatori nell’abstract riportano di aver «rafforzato le prove che l’osteopatia è efficace nei livelli di dolore e nei miglioramenti dello stato funzionale nei pazienti», non di meno raccomandano anche ulteriori studi controllati, «per produrre prove di migliore qualità». Per capire le ragioni di queste affermazioni contraddittorie dobbiamo scorrere lo studio (sì, non basta limitarsi agli abstract) e dare un’occhiata ai limiti riportati dagli autori.

Innanzitutto, i dati non erano sempre reperibili negli articoli valutati. I protocolli utilizzati rendono impossibile trarne una interpretazione valida per tutti. Lo stesso problema è stato riscontrato nei metodi utilizzati per il controllo.

«Da questo punto in poi, sono necessari maggiori sforzi per determinare meglio la reale appropriatezza della valutazione osteopatica (es: affidabilità, validità) nel campo della ricerca; allo stesso tempo, la ricerca dovrebbe concentrarsi anche sui meccanismi biologici attraverso i quali agiscono le diverse manipolazioni. Solo nel periodo più recente stanno emergendo alcune problematiche su questi temi – continuano i ricercatori – Come discusso in precedenza, molti studi hanno riportato un alto rischio di bias in alcuni passaggi metodologici critici […] per questo motivo, le nostre conclusioni devono essere interpretate con cautela, poiché non è possibile fornire una stima precisa dell’impatto di questi bias».

Conclusioni

Insomma, nonostante i 35 studi siano stati selezionati da una base di un migliaio, gli autori devono ammettere di non essere riusciti a trovare materiale di qualità sufficiente a certificare una reale efficacia dell’osteopatia, in una rivista che tratta di medicine complementari.

«La maggior parte dei confronti ha riportato livelli sostanziali di eterogeneità, il che rende incerte le conclusioni – concludono gli autori – Infine, i risultati di questa revisione potrebbero essere influenzati da bias di pubblicazione; come noto, non esiste uno strumento statistico robusto in grado di stimarlo con precisione […] Sono necessari RCT di alta qualità e in doppio cieco, con un focus specifico su approcci tecnici, sicurezza, dosaggio dei trattamenti e rapporto costo-efficacia, per produrre evidenze di qualità superiore, utili per influenzare correttamente la pratica clinica e le politiche sanitarie».

Se cerchiamo revisioni precedenti, in merito ad altre applicazioni dell’osteopatia, i risultati non sono più rosei. Allora, dato che in certi casi questa pratica può essere dannosa, siamo sicuri che siano stati valutati correttamente rischi e benefici, tanto quanto abbiamo fatto per i vaccini associati a rari eventi avversi?

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