Pensioni a Quota 102, taglio dell’Irpef e reddito di cittadinanza: cosa vuole fare il governo Draghi dopo il voto

Archiviate le elezioni comunali a Palazzo Chigi si lavora alla Legge di Bilancio. Con tre nodi sul tavolo. Eccoli

Nell’agenda del governo Draghi dopo il voto ci sono Quota 102 per le pensioni e la riforma del reddito di cittadinanza. Oltre al taglio delle tasse, che dovrebbe partire dall’Irpef. Anche se il centrodestra esce scosso dai risultati (e Giorgia Meloni è tornata ad accusare ieri gli alleati per la loro partecipazione all’esecutivo) a Palazzo Chigi non si aspettano problemi per un governo che ormai punta ad arrivare al 2023. E lavora quindi alla sua prima legge di bilancio, che dovrebbe pesare intorno ai 25 miliardi. E che dovrebbe essere trasmessa alle Camere entro domani, 20 ottobre. Ma il ministro dell’Economia Daniele Franco si prenderà forse qualche giorno in più. Per chiudere le partite più difficili.


La riforma delle pensioni

La prima è quella delle pensioni. Sul tavolo ci sono soluzioni come l’Ape contributiva proposta dall’Inps, l’ampliamento dell’Ape sociale e l’uscita flessibile a 63 anni e 39 di contributi (o 64 e 38 e così via). Ovvero Quota 102, che dovrebbe così prendere il posto di Quota 100. E che potrebbe costare un paio di miliardi. Ma la questione è ancora oggetto di trattativa perché i leghisti chiedono che il meccanismo, che consentirebbe di andare in pensione con 64 anni di età e 38 di contributi, sia reso più flessibile, mantenendo per alcune categorie quota 100. Quota 102, secondo gli esponenti del partito di Salvini, interesserebbe una platea troppo ristretta, di qui la richiesta di un intervento più ampio. Sul tavolo c’è anche l’ampliamento del contratto di espansione, che consente di andare in pensione fino a 5 anni prima.


Ieri intanto si è fatta sentire Elsa Fornero. Per l’ex ministra del Lavoro del governo Monti meglio non toccare l’età pensionabile: «Non solo non sarebbe saggio, ma sarebbe ripetere politiche del passato che non mi pare abbiamo fatto bene al Paese». Meglio semmai «far leva sugli strumenti che ci sono come Opzione donna, l’Ape sociale, l’Ape volontaria, la Rita, le misure per precoci e lavori usuranti». Sul tavolo resta anche l’ampliamento a nuove categorie dell’ape sociale e la proroga di Opzione donna. In ballo sul fronte della previdenza resta anche la questione dell’adeguamento degli assegni in essere all’inflazione. Ovvero la cosiddetta perequazione, che dovrebbe portare fino a 126 euro in più l’anno nelle tasche dei pensionati.

Il taglio dell’Irpef

Tutto da capire è invece il budget a disposizione per il taglio del cuneo fiscale. Secondo le prime anticipazioni si andrebbe da un minimo di 6 miliardi (i due già a bilancio e i 4,3 frutto dei maggiori incassi da lotta all’evasione certificati come strutturali) fino ai 10 miliardi, con un intervento di riduzione dell’Irpef per il quale si starebbe ancora valutando il meccanismo. Sul tavolo anche l’ipotesi di cancellare il Cuaf, il contributo che pagano i datori di lavoro per gli assegni familiari, in vista dell’entrata al regime dell’assegno unico. Sarebbe invece esclusa, almeno per il momento, l’abolizione dell’Irap. I partiti del centrodestra chiedono una riduzione delle imposte per il ceto medio e di investire risorse sul taglio dell’Irpef mentre Partito Democratico e Italia viva puntano sul taglio del cuneo fiscale. I pentastellati potrebbero puntare i piedi anche sul Superbonus, rifinanziato al momento solo fino al 2022. Il Corriere della Sera aggiunge che circa 4-5 miliardi dovrebbero servire per la riforma degli ammortizzatori sociali, per proteggere con la cassa integrazione anche le piccole imprese, come avvenuto in via straordinaria durante la pandemia.

Il décalage del reddito di cittadinanza

Un paio di miliardi dovrebbero andare alla sanità, per l’acquisto di vaccini e farmaci e per altre assunzioni, altri due miliardi servirebbero per il rinnovo dei contratti del pubblico impiego e due miliardi per le missioni militari e altre spese indifferibili. Infine c’è la riforma del reddito di cittadinanza. Il governo lavora a una modifica che, partendo dalla platea attuale, introdurrebbe un meccanismo di décalage dell’assegno. Che scatterebbe, nel caso di rifiuto, dalla seconda offerta di lavoro. La novità riguarderebbe un terzo degli aventi diritto, coloro che sono ritenuti occupabili. Previsto anche un rafforzamento dei controlli preventivi grazie all’incrocio delle banche dati così come di quelli ex post con l’aiuto della Gdf. La revisione del reddito si accompagnerebbe alla riforma complessiva degli ammortizzatori sociali e delle politiche attive. Con un percorso di formazione e reinserimento analogo per i percettori di Rdc, di Naspi o di altri ammortizzatori.

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