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Trieste, il sindaco Dipiazza: «Ora basta, questa non sarà più la capitale dei No Green pass» – L’intervista

Il suo mandato è iniziato il giorno dello sgombero del Molo 7. Per Dipiazza, però, la stagione dei No Green pass è sul punto di essere archiviata

È stato appena eletto sindaco per la quarta volta. Ha iniziato il primo mandato nel 2001. Classe 1953, volto storico di Forza Italia, conosce bene Trieste. Talmente bene che mentre negli altri capoluoghi le coalizioni di centrodestra cadevano uno dopo l’altra, lui al primo turno è riuscito a conquistare un vantaggio di 16 punti sul suo avversario. Il suo nuovo mandato è iniziato il 18 ottobre, poche ore dopo che il Molo 7 venisse sgomberato dalla polizia in tenuta antisommossa. Nonostante ora in piazza Unità d’Italia i gruppi di manifestanti si confondano con i turisti, negli ultimi giorni Trieste è diventata la capitale del movimento No Green pass. Un titolo che Dipiazza spera possa essere dimenticato presto, come ha spiegato a Open.


Perché Trieste è diventata il centro di questo nuovo movimento?


«Io ho 68 anni e non ho mai visto niente di simile. Ho vissuto il lockdown con la città tutta chiusa e non voglio tornare indietro a quei giorni. In tutto questo poi io non ho molto potere: applico le leggi. Il Green pass serve per lavorare come la patente per guidare. Negli ultimi 20 anni ho lavorato molto all’immagine di Trieste, anche per portare qui le rotte della crociere. Non mi sarei immaginato di vedere manifestanti bivaccare per settimane in una delle piazze più belle della città».

I dati del ministero della Salute dicono che il numero di contagi nella provincia di Trieste è il più alto d’Italia.

«Io credo che anche tutte queste manifestazioni abbiano avuto il loro impatto. Una buona parte di chi protesta non ha mai fatto il vaccino. Uno ieri mi ha accusato di non essermi vaccinato, diceva che ai politici sono state fatte solo iniezioni di acqua. Non so come sia possibile pensare una cosa del genere».

Lei è stato l’unico sindaco del centrodestra a vincere in un capoluogo. Qual è la formula magica?

«Io ho sempre lavorato e sono convinto che se lavori tutti i giorni prima o dopo qualche risultato lo ottieni. Ho cambiato molto di questa città e chi ci vive lo ha riconosciuto. Il centrosinistra dice che ai ballottaggi ho vinto per 2 mila voti. Va bene. Ma al primo turno ho staccato il loro candidato di 16 punti».

Ha ambizioni a livello nazionale?

«Guardi, io sono un imprenditore che vive del suo. Ho avuto tante opportunità di scendere a Roma, soprattutto nell’era Berlusconi. Io però ricopro l’incarico politico più bello che esista e non ho la minima intenzione di cambiare. Sono stato anche in Regione ma mi sono accorto che io sono fatto proprio per questo tipo di politica. Non mi piace sentire gli altri parlarsi addosso».

Il centrodestra troverà un federatore?

«Spero di sì. Io vorrei che in Italia si replicasse il modello degli Stati Uniti: democratici e repubblicani, una forza di sinistra e una di destra. O sei da una parte, o sei dall’altra».

Torniamo a Trieste. Quanto c’entrano le tendenze indipendentiste con tutto quello che è successo?

«Nelle ultime elezioni il partito indipendentista ha avuto circa 900 voti, questo pensiero esiste in città ma non è diffuso. Trieste è rientrata definitivamente in Italia il 26 ottobre 1954 e ci è rimasta. La storia del ‘900 di questo territorio è stata difficile ma questa storia è stata chiusa nel 2020, quando Sergio Mattarella ha stretto la mano al presidente sloveno Borut Pahor davanti alle foibe».

Trieste resterà la capitale dei No Green pass?

«Io rivoglio la Trieste di prima. Ormai è rimasta a manifestare solo una piccola parte dei portuali, molti degli altri secondo me non sono nemmeno triestini. Ora, d’accordo con la Prefettura, vieterò ogni manifestazione politica in piazza Unità d’Italia, di qualsiasi tipo. Questa città è stata per un attimo la capitale dei No Green pass. Bene, non lo sarà più».

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