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«Ho un altro impegno»: così Draghi ha mollato i sindacati con il rischio-sciopero sulle pensioni

A 24 ore dal varo della Legge di Bilancio la rottura con Cgil, Cisl e Uil. Ma l’accordo sulla riforma della Fornero non si trova nemmeno all’interno della maggioranza

«Devo andare, ho un altro impegno»: con queste parole Mario Draghi ieri ha lasciato Palazzo Chigi prima della fine dell’incontro con i sindacati. Certificando così la rottura del governo con Cgil, Cisl e Uil. A 24 ore ormai dal varo della Legge di Bilancio, attesa per giovedì in Consiglio dei Ministri. Che rischia a questo punto di dover fare il suo esordio con una riforma delle pensioni senza l’avallo dei sindacati. E con la pistola sul tavolo della proclamazione dello sciopero generale. Che sarebbe il primo dei confederali contro il premier. Mentre gli stanziamenti per la previdenza in finanziaria per il 2022 ammontano a 600 milioni di euro. E l’ipotesi di Quota 102, 103 e 104 per i prossimi tre anni al posto di Quota 100. Mentre la Lega spinge per quota 41, cioè l’uscita flessibile a partire da 41 anni di contributi. Il Partito Democratico vuole invece la proroga di Opzione donna e dell’Ape.


Secondo i retroscena dei giornali la rottura tra le parti è arrivata quando i sindacati hanno chiesto di lasciar perdere i palliativi come le quote e di riformare direttamente la Legge Fornero. Luigi Sbarra, Maurizio Landini e Pierpaolo Bombardieri hanno così lasciato il tavolo minacciando lo sciopero generale sulle pensioni. Una decisione verrà presa sabato. All’uscita dall’incontro Sbarra ha parlato di «grandi insufficienze e squilibri, per effetto del mancato dialogo con le parti sociali»: secondo la Cisl le misure sono «largamente insufficienti sia per le pensioni, che per gli ammortizzatori sociali e per la non autosufficienza», ha aggiunto. Non bastano soli 600 milioni, hanno invece fatto notare Bombardieri e Maurizio Landini: «Non è una riforma degna di questo nome». E sullo sciopero generale: «Se giovedì il governo confermerà questa impostazione valuteremo iniziative unitarie di mobilitazione», ha risposto Landini.


Nell’agenda di Draghi c’è una riunione del Cdm oggi per il decreto Recovery e una giovedì per la Legge di Bilancio. I saldi, afferma il governo, non possono cambiare. E quindi per una trattativa lo spazio è minimo, per non dire nullo. Questo dovrebbe valere anche per gli altri punti per i quali la trattativa con i partiti è ancora aperta. Ovvero il taglio delle tasse sul lavoro, i fondi per la riforma degli ammortizzatori sociali voluta dal ministro del Lavoro Andrea Orlando, i bonus edilizi da prorogare. L’idea è quella di riunire nelle prossime ore la Cabina di Regia dei ministeri interessati per trovare la quadra. E poi tirare dritto, come ha fatto in altre occasioni in questi ultimi mesi.

A che punto siamo con la riforma delle pensioni

Per quanto riguarda la fase transitoria che il governo vuole costruire prima dell’entrata in vigore della Fornero, il meccanismo graduale è l’ipotesi più probabile per ora sul tavolo. Mentre i partiti si agitano. In particolare la Lega, che propone una mega-uscita a 63 o 64 anni nel solo 2022, per rinviare un intervento più complessivo al prossimo governo. La misura è bollata come “elettoralistica” perché avrebbe appunto la durata di un solo anno. Di qui il rilancio di Matteo Salvini: quota 41 con un minimo di contributi e un’età minima di ritiro a 62 anni. .Intanto il Pd incassa l’allargamento dell’Ape social ai lavori gravosi e la proroga di Opzione donna, chiesta da tutti i partiti. I sindacati hanno bocciato il sistema delle quote crescenti sulla scorta di uno studio della Fondazione Di Vittorio che dice che ne beneficerebbero poco più di diecimila lavoratori. Propongono di istituire meccanismi flessibili a partire dai 62 anni con 20 di contributi o di 41 anni senza distinzioni di età. Il rischio è che alla fine il governo decida senza di loro.

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