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Green pass rubati per entrare nei locali, la linea del Garante: «La privacy non c’entra, i clienti non possono rifiutarsi di mostrare i documenti» – L’intervista

Guido Scorza, componente dell’Autorità garante sulla privacy, spiega ad Open la posizione scelta in tema di Green pass: «Già consultati dal Viminale, i ristoratori possono verificare le identità dei clienti»

La via austriaca, la terza dose, le restrizioni per i No vax. In queste ore il governo guidato da Mario Draghi sta decidendo come affrontare la quarta ondata di Coronavirus. Il numero dei nuovi contagi supera ormai da giorni quota 10 mila. Un dato che solleva sempre più preoccupazioni, anche se è ancora lontani da quei 40 mila contagi al giorno che si registravano esattamente un anno fa, quando il Paese è stato colpito dalla seconda ondata di infezioni. Qualsiasi strada verrà decisa dal governo dovrà passare dal Green pass, il certificato che negli ultimi mesi è diventato essenziale prima per accedere ai locali pubblici e poi per lavorare. Come abbiamo dimostrato in una nostra inchiesta, però, trovare e utilizzare una copia di questo certificato appartenente a un’altra persona non è poi così difficile. In rete si trovano migliaia di Green pass funzionanti e appartenenti a persone reali: basta trovarne uno che abbia delle caratteristiche simili a quelle di chi vuole usarlo e il gioco è fatto. Visto che in Italia, a differenza di altri Paesi, non vengono chiesti i documenti di identità per verificare il Green pass, eludere i controlli è molto semplice. Eppure secondo Guido Scorza, componente del Garante per la Protezione dei Dati Personali, nulla vieta ai gestori dei locali pubblici di controllare i documenti dei clienti. Anzi.


Dottor Scorza, perché i gestori non sono tenuti a chiedere i documenti di identità per la verifica del Green pass?


«È una questione che abbiamo affrontato già questa estate. Il gestore di un locale può chiedere un documento per vedere se il Green pass corrisponde a quello del titolare, anche se attualmente non è tenuto a farlo. Tutto è stato disciplinato da una circolare del ministero dell’Interno: i ristoratori devono controllare quando l’incongruenza è palese, ad esempio se io mostro il green pass intestato ad una giovane ragazza, possono farlo, anche se non sono obbligati, in tutti gli altri casi. I clienti non possono rifiutarsi di mostrare i documenti invocando la privacy».

Al momento, senza l’obbligo di mostrare i documenti basta presentare un Green pass con dati simili ai nostri per entrare nei locali.

«Questo è vero. Chi lo fa commette il reato di sostituzione di persona. Qui però non non siamo nell’ambito della violazione delle privacy, se ne occupa il tribunale penale».

E cosa succede a chi li diffonde?

«In questo caso si rientra nelle violazioni della privacy. Parliamo di illeciti come la diffusione al pubblico di dati personali che in base alle proporzioni possono arrivare a multe di milioni di euro».

Tra le opzioni sul tavolo per affrontare la quarta ondata c’è anche quella di Green pass diversi per vaccinati e non vaccinati. Non si rischia così di comunicare un dato sanitario?

«No. Direi che ex ante non c’è nessuno impedimento dal punto di vista della privacy. Ora per ottenere il Green pass ci sono tre opzioni: aver affrontato la malattia, aver fatto un tampone risultato negativo o essere vaccinati. Se il governo deciderà che si potrà ottenere solo con la vaccinazione non dovrebbero esserci opposizioni lato privacy, sarebbe una situazione analoga all’obbligo vaccinale nelle scuole. Dovremmo solo capire come conciliare le norme».

Open ha dato notizia più volte di archivi di Green pass validi che circolano sul web. Chi lo trova come può fare per segnalarli?

«Questo é un tema che interessa sia noi che la polizia postale, quindi chi trova questi archivi dovrebbe segnalarli a entrambi. Bisogna poi capire come sono stati recuperati: quando è stato introdotto questi certificato, in molti hanno diffuso le immagini sui social. È possibile quindi che questi Green pass siano stati diffusi dai loro stessi possessori».

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