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No, un recente studio non dimostra l’efficacia del plasma iperimmune contro i casi gravi di Covid

Al momento non ci sono studi che confermino l’efficacia della terapia nei pazienti Covid gravi

Diversi siti web e pagine Facebook hanno rilanciato uno studio condotto in Veneto e pubblicato dalla rivista European Journal of Internal Medicine, che dimostrerebbe la validità della terapia contro il nuovo Coronavirus con infusione di plasma iperimmune. «Cura al plasma funziona – leggiamo in diversi titoli -. Studio su 1.500 pazienti: “Molto efficace nei casi gravi”». La pubblicazione viene utilizzata per sostenere una «rivincita» da parte degli estimatori dello scomparso dottor Giuseppe De Donno, che ne aveva sempre sostenuto l’efficacia. Il problema è che alla luce di ampi studi il plasma iperimmune si è già rivelato inefficace. Secondo l’Oms «ha costi significativi e nessun beneficio».

Per chi ha fretta:

  • Ampi studi randomizzati e controllati hanno già ampiamente verificato l’inefficacia della terapia basata sul plasma iperimmune.
  • Lo studio veneto in questione presenta dei limiti che non gli permettono di ribaltare quanto emerso nel resto della letteratura scientifica in merito.
  • La stessa Oms riconosce che a fronte dei costi significativi non risultano evidenze significative di efficacia.

Analisi

Anche in Italia è stata condotta una ricerca importante, lo studio Tsunami che non ha confermato le speranze dei sostenitori della terapia basata sul plasma dei convalescenti. Vennero coinvolti 487 volontari (324 ricoverati in Toscana, 77 in Umbria, 66 in Lombardia e 20 in altre regioni), ricoverati in 27 centri clinici in tutto il Paese, confrontando i risultati con un gruppo di controllo, per distinguere chiaramente l’azione della terapia da quelle standard. 

Il risultato è stato disarmante – spiegavamo in un precedente articolo -, «non riduce rischio peggioramento respiratorio o morte per Covid», riporta Quotidiano Sanità. Al momento non è possibile leggere direttamente i dati in un paper. Non sono emersi dunque risultati significativi rispetto a chi riceveva i soli trattamenti standard, nei pazienti gravi che necessitavano ventilazione meccanica invasiva. Qualche risultato positivo c’è stato nei pazienti meno gravi. 

Questo potrebbe suggerire l’opportunità di studiare ulteriormente il potenziale ruolo terapeutico del plasma nei soggetti con COVID lieve-moderato e nelle primissime fasi della malattia – continua Quotidiano Sanità – Il trattamento è risultato complessivamente ben tollerato, anche se gli eventi avversi sono risultati più frequenti nel gruppo che ha ricevuto il plasma. Il New England Journal of Medicine, ha comunicato esiti simili nel novembre scorso, come riporta in una interessante analisi la Fondazione Veronesi. Troviamo anche uno studio del febbraio 2021.

Il lancio televisivo dello studio veneto

Il paper apparso il 27 dicembre 2021 sul European Journal of Internal Medicine, potrebbe effettivamente sembrare una ampia risposta allo studio Tsunami, coi suoi 1500 pazienti coinvolti. Molto si deve all’intervento della professoressa Giustina De Silvestro che ha guidato la ricerca, tenuto durante la trasmissione Fuori dal Coro di Mario Giordano nella puntata andata in onda lo scorso 18 gennaio.

A corollario vengono citate anche le testimonianze di alcuni ex pazienti di De Donno. Il problema è che dati aneddotici, come le affermazioni dei pazienti, sono stati usati in passato anche per sostenere le presunte cure di Vannoni e Di Bella, rivelatesi altrettanto inefficaci (ne parliamo qui, qui e qui). Vediamo allora come è stato svolto lo studio in questione, senza ometterne i limiti elencati dagli stessi ricercatori nel paragrafo Discussion.

Una ricerca retrospettiva, non randomizzata e senza gruppo di controllo

I ricercatori hanno selezionato 1517 pazienti Covid trattati in Veneto dall’aprile 2020 per 12 mesi, trattati con plasma di convalescenti assieme alle terapie standard (di questi 209 sono deceduti al follow-up a 30 giorni (14%), e li hanno confrontati con tutti gli altri ricoverati negli ospedali della Regione fino al giugno 2021. 

I nostri risultati hanno dimostrato che nei pazienti con COVID-19 grave il trattamento precoce con [plasma iperimmune, Ndr] potrebbe contribuire a un esito favorevole, con una mortalità ridotta, in assenza di eventi avversi rilevanti.

I pazienti erano stati sottoposti anche ad altre terapie (l’85% con antibiotici e il 90% con steroidi). Il 35% aveva ricevuto farmaci anti-virali. Il decesso del 14% di pazienti è stato associato alla età avanzata, al lungo decorso in ospedale prima dell’infusione, a comorbidità.

Gerarchia degli studi per la ricerca su Pubmed. Fonte: Duke University

«Trattandosi di uno studio […] retrospettivo e non avendo un gruppo di controllo, l’unico confronto possibile è stato effettuato con i dati complessivi della regione Veneto», scrivono gli autori. Ma si tratta di un confronto impari, considerato il fatto che parliamo di una ricerca svolta a posteriori, che segue i pazienti entro un preciso lasso di tempo e non oltre, sottoposti contemporaneamente ad altre terapie.

I limiti dello studio

In tutto il Veneto tra i pazienti Covid ospedalizzati che non avevano ricevuto l’infusione di plasma sono deceduti il 24,3%, mentre quelli trattati nello studio avevano una mortalità del 14%. Il problema è che i primi sono relativi a un campione di 1517 persone selezionate a 30 giorni dal follow-up, mentre il secondo campione relativo a tutto il Veneto contava oltre 31mila persone. Il gruppo seguito nello studio si colloca temporalmente tra aprile 2020 e aprile 2021 (12 mesi), i dati della Regione vanno dal febbraio 2020 al giugno 2021 (16 mesi). 

Indubbiamente, il limite principale del nostro studio è l’assenza di un gruppo di controllo randomizzato ovvero un disegno sperimentale che è sempre difficile da impostare quando si verifica un’emergenza come la pandemia di COVID-19.

Difficile non vuol dire impossibile. Lo studio Tsunami e altre ricerche citate all’inizio prevedono un controllo e la randomizzazione dei pazienti. 

«Siamo consapevoli che il trattamento che abbiamo definito “precoce” potrebbe non corrispondere alla reale durata della malattia», continuano gli autori, «in quanto diversi pazienti erano stati ricoverati in ospedale dopo diversi giorni di malattia sintomatica», e si suppone che in questo periodo avessero già beneficiato delle terapie standard.

L’uso del plasma non è vietato

In data 7 dicembre 2021 l’OMS, in base a studi scientifici di valore, sconsigliava l’uso del plasma iperimmune nei pazienti non gravi. Per quelli gravi e critici, invece, viene data la possibilità di somministrazione all’interno di studi clinici randomizzati. Molti aggiornamenti riguardo i vari studi e novità li trovate nel sito NBST.it a cura dell’Agenzia regionale di sanità Toscana.

Nello studio Tsunami, che ha coinvolto 27 centri clinici, «non è stata osservata una differenza statisticamente significativa nell’end-point primario tra il gruppo trattato con plasma e quello trattato con terapia standard». Gli autori dello studio, tra questi il professor Francesco Menichetti, affermano che «sono emersi i benefici dell’infusione di plasma iperimmune nei pazienti con casi di polmonite di Covid-19 molto precoce». Lo stesso Menichetti ricordava che «la raccolta plasma dei guariti continua dato che il plasma può essere utile se utilizzato entro i tre giorni dall’infezione».

Secondo quanto spiega il dottor Massimo Franchini del Carlo Poma di Mantova, lo stesso dove lavorava De Donno, «per essere efficace il plasma iperimmune deve essere utilizzato solo quando si presentano tre specifiche condizioni». Ecco le condizioni: «Sappiamo che il plasma infuso deve avere un alto titolo anticorpale, che deve essere somministrato precocemente al paziente, cioè nella fase iniziale dell’infezione da Covid-19, a 36-48 ore dall’infezione, e che deve essere infuso alle categorie di pazienti non in grado di produrre anticorpi».

Nel sito Issalute.it, nella sezione dedicata al plasma iperimmune aggiornata al 28 dicembre 2021, leggiamo: «Alla luce delle precedenti esperienze, è stato sperimentato l’utilizzo del plasma proveniente da persone convalescenti anche nel corso dell’attuale epidemia di SARS-CoV-2. Gli studi clinici ad oggi condotti, tuttavia, non riportano chiare prove sulla sua efficacia terapeutica».

Conclusioni

Lo studio in oggetto, come altri simili che suggeriscono efficacia e sicurezza del plasma iperimmune, presenta dei limiti (ignorati nel servizio televisivo), come l’assenza di un gruppo di controllo, contrariamente ad altri che hanno portato a bocciare la terapia, non solo da parte della Sanità italiana ma anche dell’Oms.

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