Jannik Sinner, cosa non si sapeva sul no a Mattarella: «Stava per andare in ospedale». Il retroscena del capo della federtennis

«Il tennis è uno sport individuale frenetico che ti sbatte ogni settimana da una parte all’altra del mondo. Questo ti porta a fare rinunce, come le Olimpiadi o la Coppa Davis. Nessuno è perfetto, ma prima della rinuncia a Mattarella io ricordo Sinner che stava per finire in ospedale a Melbourne durante il match con Rune. Non c’è solo un riposo fisico, ma anche la necessità di distrarsi, di incontrare gli amici, di stare in famiglia. Ci vorrebbero 50 ore al giorno». Con queste parole Angelo Binaghi difende a spada tratta Jannik Sinner dalle polemiche che lo hanno investito negli ultimi mesi. Il presidente della Federazione italiana tennis e padel, in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera, ritorna sull’assenza del numero uno azzurro all’incontro con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e, più in generale, sulla tendenza a trasformare ogni (mancato) gesto del campione in un caso pubblico.
Le condoglianze di Sinner dopo la morte di Pietrangeli
Binaghi, 65 anni, da 25 alla guida della Fitp, figlio d’arte (il padre fondò il Tennis Club Cagliari negli anni Cinquanta), ex numero 14 della classifica italiana assoluta, due volte campione d’Italia nel doppio misto e argento alle Universiadi, invita a guardare il quadro complessivo prima di emettere sentenze morali. Anche sul silenzio di Sinner alla morte di Nicola Pietrangeli, altra vicenda frutto di infinite polemiche. «Ma c’ero io, da Pietrangeli, a rappresentare il tennis italiano, e quindi anche Sinner, Berrettini e le generazioni che non hanno avuto il tempo per conoscere a fondo Nicola e coglierne appieno i valori». Il messaggio è chiaro: il tennis non è una somma di individualità slegate, ma una comunità che si rappresenta anche attraverso le sue istituzioni.
La crescita del tennis italiano
Ed è proprio da qui che Binaghi allarga il discorso, spostandolo dal singolo campione a un movimento che, rivendica, è cresciuto grazie a scelte strutturali e a una visione di lungo periodo. «Infatti. Se uno allarga la visuale, vede Musetti, Paolini, la Coppa Davis, un sistema. Allargando ancora di più, si vede che da 15 anni siamo l’unica federazione al mondo con una televisione tematica. E poi, stavamo perdendo gli Internazionali d’Italia, mentre adesso Atp, Wta e Itf ci cercano perché siamo diventati i migliori organizzatori di tornei. Ci hanno dato Finals e Davis. Le basi le abbiamo poste quando Sinner non era nato».
L’assenza delle istituzioni alla finale di Wimbledon
Binaghi poi torna su un altro tema finito al centro del dibattito. Cioè la finale di Wimbledon, alla quale non era presente il ministro dello Sport, Andrea Abodi. Anche qui, Binaghi rifiuta la logica della rappresentazione. «Io non partecipo mai a nessuna celebrazione, premiazione, assemblea europea o mondiale. Preferisco fare. Conta di più che il governo capisca che ricchezza ha per le mani con il tennis e produca gli atti per far godere ai nostri figli e nipoti un’eredità importante». Per Binaghi quindi meno aspettative rituali, meno processi simbolici, ma più attenzione a ciò che serve davvero a uno sport che oggi vince.
