Auroro Borealo: «Le cose brutte hanno una storia da raccontare, e io la canto. Ma per Sanremo non sono pronto». L’intervista

Adesso Canta Auroro Borealo non è una dichiarazione d’intenti è il titolo del nuovo album di Auroro Borealo, bresciano classe 1984, professione cantautore, ma la definizione rischia di ridurre, e non di poco, lo spessore culturale del personaggio. Un cantautore comico, ma anche questa come definizione non può essere considerata completa. Forse ciò che inquadra al meglio l’attività di Francesco Roggero è un ruolo che orbita tra il divulgatore culturale e il lettore della realtà. Auroro Borealo, al di là delle canzoni oggettivamente ben pensate e molto divertenti, attraverso i suoi canali social (libri.brutti, Orrore a 33 giri) rivaluta il brutto, o meglio diversamente bello, perché in quell’attività ha scoperto storie che meglio di tante altre raccontano l’intestino dell’Italia.
Auroro Borealo è diventato un po’ un caleidoscopio attraverso il quale guardare la realtà, in particolare la tua narrativa passa dal brutto. Libri, brani, copertine…
«Il punto delle cose brutte è che ci parlano di noi, ci dicono chi siamo in maniera a volte anche molto più precisa e spietata rispetto alle cose belle. C’è un esempio che faccio sempre, che è il leggendario libro Dove andiamo a ballare questa sera, la guida alle 250 migliori discoteche italiane, scritto nell’88 da Gianni De Michelis che all’epoca era Vicepresidente del Consiglio. Quella cosa lì non è brutta, ha raggiunto lo status di culto al punto che adesso quel libro lì vale come una prima edizione di Cesare Pavese e rappresenta una diapositiva precisa della prima repubblica, senza volerlo».
Come ti presenteresti a chi non ti conosce?
«La definizione più bella che io abbia mai ricevuto è di “molestatore culturale”, nel senso che agitatore è troppo poco, molestatore è una definizione che mi piace, perché ci sono delle storie che meritano di essere raccontate e che nessuno racconta. Siccome nessuno le racconta, le racconto io. Questo vale per i libri brutti, vale per Orrori a 33 giri e vale anche per la mia musica. Penso di essere un collezionista, archiviatore e divulgatore di cose che nessun altro racconta. Questo vale anche per le mie canzoni, perché penso che nessun altro avrebbe avuto la cazzimma di raccontare in musica la storia della collezione di quadri di Silvio Berlusconi, che secondo me è una grande storia del nostro secolo, una storia incredibile».
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Il diversamente bello, a questo punto mi sembra d’obbligo chiamarlo così, in che modo ti aiuta artisticamente? Che genere di ispirazione fornisce?
«Partiamo dall’assunto che brutto e bello sono concetti, il problema è che le cose che per gli altri sono brutte per me sono belle. Sono belle perché sono rilevanti, perché hanno una storia da raccontare e quindi sono di grande ispirazione, soprattutto in un momento storico di grande omologazione nell’arte e nella cultura. Sento veramente il bisogno di raccontare storie, ma anche di sentire storie, quindi sicuramente il brutto mi ha ispirato».
Adesso Canta Auroro Borealo sembrerebbe un disco politico…
«La regola numero uno dei dischi politici è che non si dice che sono dischi politici».
Però effettivamente lo è anche in maniera piuttosto diretta. Anche il titolo la dice lunga, perché se prendiamo le prime lettere viene fuori “ACAB”…
«Veramente? No, non me ne sono accorto, non c’entro niente io, si scherza amici della postale!».
Sentivi questa necessità?
«Sentivo la necessità di fare un disco attuale, su questo sento che la mia massima ispirazione in questo lavoro è stato proprio Jannacci: lui aveva il superpotere di raccontare cose pesantissime in maniera leggera, sia musicalmente che a livello di scelta di testi, di parole, di immagini, di suggestioni. Ecco, questo è un po’ il lavoro che ho cercato di fare, quindi non saprei definirlo proprio un disco politico, è un disco che dice delle cose che per me sono importanti».
Ma come mai finisce sempre che alcune verità riescono a veicolare al pubblico attraverso la risata?
«In realtà l’ironia è una grande chiave per raccontare la realtà, perché ti dà delle licenze, non hai bisogno di dire “Ma si scherza!” perché è già insito nella cosa. Io poi uso molto anche l’autoironia, perché quando c’è l’autoironia puoi dire quello che vuoi, no?».
Anche riguardo l’attualità, come hai fatto tu…
«In realtà è un disco che ho cominciato a scrivere un anno fa e mai mi sarei immaginato che sarebbe uscito in un momento così tristemente attuale. Ha centrato uno zeitgeist ancor più di quello che mi aspettavo, quindi più ti impegni ad applicare la tua fantasia e più la realtà supera la fantasia, così mi sono ritrovato che poi le cose che sono successe davvero».
In America i Late Show hanno la stessa credibilità dei telegiornali…
«In America hanno un ecosistema di satira che rarissime volte è stato censurato, tolta quella cosa di Disney+ e Jimmy Kimmel, quando l’hanno tolto e poi hanno perso talmente tanti utenti che l’hanno dovuto rimettere, che secondo me è un segnale molto molto importante, una cosa con la quale ho empatizzato molto, soprattutto per via della questione di Spotify».
Tu hai scelto di togliere la tua musica da Spotify dopo che è uscita la notizia di sostanziosi investimenti di Daniel Ek, CEO della piattaforma, in una società legata alle armi. Quanto è difficile fare musica senza stare su Spotify?
«Partiamo dalla componente economica che è sempre quella che fa più presa su tutti: nel 2026 fare musica senza Spotify è difficilissimo per due questioni. Questione numero uno: gli introiti. Senza gli introiti da Spotify io ho rinunciato a una cifra che va tra i 3.500 e i 5.000 euro l’anno, che nell’economia di un artista indipendente, completamente autoprodotto come sono io, fa la differenza, è un pezzo di produzione del disco. Poi c’è la questione discoverability, cioè il fatto che essendo sulla piattaforma, grazie agli algoritmi, vieni scoperto da tante nuove persone. E in un posto come l’Italia è fondamentale essere scoperti da nuove persone. Quindi è difficile, ma è sostenibile. Da quando ho annunciato questa cosa, per esempio, ho venduto molti più dischi fisici, quindi è una cosa che ci riporta a come andrebbe fatta in qualche modo la musica. Non ho niente contro le piattaforme di streaming, ci mancherebbe, però servirebbe un bilanciamento tra lo streaming e il supportare un artista che ti piace in maniera più concreta e più fisica, tipo andare ai concerti. Tutta quella parte lì è una cosa che abbiamo un po’ perso per strada. Per il resto ci tengo a ribadire che è assolutamente stata una scelta etica, personale, e assolutamente non programmatica e non fatta con la convinzione di dire cos’è giusto e cos’è sbagliato. Era giusto per me ed è stata maturata in questo senso qui».
Negli ultimi giorni si è tornato a parlare di satira per il caso Pucci/Sanremo. Si è detto che i comici sono quasi tutti di sinistra, Auroro Borealo non ha mai lasciato intravedere particolari simpatie politiche…
«Si, ma non vuol dire neanche che sia di destra, questo è chiaro. Perché poi magari nell’immaginario comune chiunque non sia dichiaratamente di destra diventa immediatamente di sinistra. Non è così. Io non mi sono mai schierato politicamente in una fazione politica attuale, però in passato ho sicuramente espresso solidarietà per esempio verso la Global Sumud Flotilla, ho partecipato a un concerto per raccogliere fondi per Gaza e in certe occasioni ho ribadito l’importanza del 25 aprile, ho sempre ribadito l’importanza di cercare di empatizzare, di metterci nei panni degli altri, di rimanere umani. Non mi sembra una scelta partitica, non è quello che mi interessa, quello che mi interessa è fare quello che ho fatto».
Tipo il tuo musical?
«Esatto, ho fatto un musical in cui interpreto un trentenne pelato fascista che si innamora del capo di un gruppo di ambientalisti. L’abbiamo portato a teatro, è andato sold out in maniera assolutamente inaspettata, perché la trama è veramente assurda. Questo trentenne pelato fascista è preso dal rimorso perché diceva “Io sono fascista, non posso innamorarmi di un uomo e pure ambientalista”, quindi arriva l’angelo custode dei fascisti e gli dice “Ma sì! Lasciati andare! Anche il più saldo dei principi può cambiare, guarda cos’è successo a Giovanni Lindo Ferretti!”. Ecco, questa è una cosa che mi permette di dire quello che voglio senza necessariamente prendere uno schieramento politico».
Del caso Pucci in sé cosa ne pensi?
«È molto complicato, non vorrei parlare di cose che non conosco, però io partirei da questo: si parla di censura, di non censura, ma non è una cosa nuova, basta avere più di 35 anni per ricordarsi quello che faceva Berlusconi con i comici, non è certo una cosa nuova. Quello che è nuovo è che si sono un po’ invertite le parti. Vent’anni fa sarebbe stato impossibile pensare che un comico di destra, dichiarasse di essere stato censurato, di essere stato intimidito dal partecipare a un programma. Cioè, è surreale, quello che ho da dire su questa vicenda è che è veramente surreale. Io trovo genuinamente comico che un comico di destra dichiari di essere censurato, è ancora una volta la realtà che supera la fantasia».
A Sanremo però troveremo Tony Pitony, altro esponente della musica comica particolarmente in hype…
«Secondo me Tony Pitony è un grande, perché sa parlare alla pancia del paese, che è una cosa rara, importante e preziosa. E i numeri che sta facendo, sia social che soprattutto nei suoi live, lo dimostrano. Saper provocare una reazione nel pubblico e allo stesso tempo far capire il tuo messaggio, in questa maniera così larga, è una dote, è un talento, secondo me».
Siamo in pieno periodo Sanremo. Credi che quello potrebbe essere un luogo per Auroro Borealo?
«Secondo me l’esempio virtuoso di Lucio Corsi ci insegna che a Sanremo ci devi arrivare pronto. Lucio Corsi è arrivato e ha spaccato perché è arrivato pronto, portando un progetto che lui portava avanti da credo 15 anni, una cosa vera. E questa cosa si è percepita e ha avuto il meritatissimo successo che ha avuto per questo. Quindi ci devi arrivare pronto, al momento giusto, con il brano giusto, con tutto il mondo costruito attorno. Al di là di ogni possibile polemica e di ogni possibile punto di vista personale, credo di non essere pronto per Sanremo per vari motivi. Tutto sommato credo che non mi interessi neanche tantissimo essere pronto, ma mai dire mai. Però se la mia presenza o la mia partecipazione possa essere una cosa che possa essere adatta a Sanremo, credo di non essere io la persona giusta per dirlo. Ma penso di non essere pronto per andare a Sanremo con il mio percorso. Oppure semplicemente non c’ho voglia».
Non viene nemmeno troppo evidenziato il fatto che, al netto dei contenuti, delle provocazioni, fate dell’ottima musica…
«Allora, va fatto un distinguo principale: Tony Pitony è bravissimo a cantare e la sua musica è bellissima, io invece faccio schifo a cantare, sono proprio scarso, non sono un cantante, non lo sono mai stato, semplicemente mi sono arrangiato con quello che avevo perché avevo tendenzialmente delle cose da dire. Di sicuro la qualità nella musica comica è una cosa che paga e siamo tutti quanti figli di Elio e le Storie Tese, che per anni sono stati considerati un gruppo che faceva musica stupida, quando in realtà sono tra i migliori musicisti che abbiamo avuto in Italia».
Hai mai pensato di dedicarti a musica più impegnata?
«Non ho mai pensato di fare musica, chiamiamola, seria, musica non comica, proprio perché non ho secondo me una voce adeguata per fare qualsiasi cosa che sia sostenibile e soprattutto perché per me l’autoironia, prima ancora che l’ironia, è l’unica cifra possibile per rendere sostenibile il mio canto, io che parlo di certe cose. L’artista, in generale, per fare questo mestiere si deve un po’ mettere a nudo, il modo più comodo per me di mettermi a nudo è fare autoironia, ed è sempre stato così, ed è un ambito che mi permette di dire le cose che voglio e di esprimere quello che voglio. Ma poi, alla fine, diciamoci la verità, il motivo per cui io faccio musica è perché così posso buttarmi sul pubblico. Quella per me è la massima forma di espressione e di soddisfazione. Se non ti sei mai buttato sul pubblico, se non hai mai fatto stage diving, non hai mai provato una cosa veramente forte. Quindi in realtà io ho iniziato a fare musica realmente per poter fare stage diving. Tutto il resto sono dietrologie».
Posso chiederti cosa si prova a fare stage diving?
«Fare stage diving è una sensazione unica, perché tu stai affidando la sicurezza del tuo corpo, la possibilità di farti o non farti male, a un mucchio di persone. E quindi è come quei giochi della fiducia che ti butti e speri che ti prendano. È come quei giochi per testare la fiducia, che tu ti lanci indietro e speri che ti prendano. C’entra anche un po’ l’empatia secondo me. Infatti, se mi capita e se ci sono le condizioni giuste, ogni tanto nei concerti faccio fare stage diving anche a qualcuno dal pubblico che non l’ha mai fatto e gli piacerebbe provare. Oltre al fatto che è parte del mio linguaggio perché vengo dal punk e quindi per me è un modo per rimanere ancorato alle mie radici, alle cose che mi piacciono».
E nessuno del tuo pubblico ha mai approfittato del contatto con te per allungare le mani? Negli ultimi anni diversi artisti si sono lamentati…
«Ho la fortuna di avere un pubblico che è una nicchia, non è una folla oceanica. All’interno della mia nicchia sono molto fortunato, perché le persone che vengono ai miei concerti sono persone molto rispettose, quindi incredibilmente non sono mai stato toccato là dove non batte il sole, non hanno mai provato a rubarmi scarpe o altri oggetti. Mi sono però incrinato varie volte le costole, però questo è dettato dal fatto che peso 63 kg per 1,84 m e soprattutto dopo il Covid eravamo tutti carenti di vitamina D e quindi le mie ossa erano molto più deboli e mi è successo varie volte di lanciarmi con talmente tanta foga che mi sono incrinato varie costole. Diciamo che la mia cassa toracica sembra un po’ un campo di battaglia. Però per il resto le persone che vengono ai miei concerti sono veramente molto educate, hanno voglia di divertirsi e non di fare gesti inconsulti».
L’Italia è un Paese con il senso dell’umorismo?
«Penso che l’Italia sia un Paese con un senso dell’umorismo legato alla capacità di ridere di noi stessi. Cioè sappiamo piangere di noi stessi, sappiamo lamentarci, ma allo stesso tempo sappiamo anche riderne».
Sei d’accordo con quanti lamentano una certa fissazione per il politically correct? Tu racconti spesso di canzoni che oggi sarebbero impubblicabili…
«In realtà lo faccio per aprire un dibattito, perché è certo che gli stornelli anni ‘60 sboccati oppure il cantante che negli anni ‘90 parla di una canzone d’amore con una minorenne, insomma sarebbero inaccettabili. Il mio punto di vista sul politically correct è che il problema non è cosa dici ma come lo dici, ci sono dei modi per parlare di cose non politically correct senza offendere nessuno. Il problema non è politically correct o non politically correct ma saper fare la comicità, perché è questa la realtà. Dall’altro lato certa sensibilità viene strumentalizzata, questo sicuramente. Però per me il punto fondamentale è trovare le parole giuste, abbiamo tantissimi casi di artisti che usavano anche parole scorrette, persino Paolo Conte ha intitolato una canzone con la N word nel titolo, però nessuno si è mai sognato di dire nulla».
Cosa ti piacerebbe che rimanesse di questo disco in chi lo ascolta?
«La prima cosa è l’empatia, credo che è un momento storico in cui manca proprio l’empatia, la capacità di immedesimarsi nell’altro, mi piacerebbe che imparassimo tutti a ridere delle nostre cose senza prenderci troppo sul serio. Poi questo disco è dedicato a Gianfranco Manfredi, che ci ha lasciato poco più di un anno fa, che era un mio grande esempio di vita, è stato il primo cantautore a fare ironia sul movimento operaio, sull’autonomia operaia, su quel tipo di movimento negli anni Settanta, anni veramente violenti, e lui ci scherzava sopra. Mi piacerebbe che questo disco fosse accomunato a lui, cioè un personaggio che nel corso della sua vita ha fatto tante cose, alcune più riconosciute, alcune meno, ma che poi viene tenuto come un piccolo tesoro di qualità, mettiamola così. Mi piacerebbe che fosse un disco che se lo ascolti tra vent’anni ancora ti risuona, come una diapositiva di questo periodo».
