Achille Polonara e la leucemia: «Mi manca un’operazione. E non mi sento più invincibile»

Achille Polonara oggi sta bene. Nonostante un tumore al testicolo e la leucemia mieloide acuta. Trapianto di midollo, cure sperimentali a Valencia, un coma di cinque giorni, una trombosi: «Naturalmente questi mesi mi hanno un po’ segnato. Capisci varie cose. Per esempio, che tantissime persone mi sono state vicine». Il cestista della Virtus Bologna e della Nazionale ha 34 anni. Oggi è tesserato per la Dinamo Sassari: «Ma in questo momento vedo il basket non come una professione ma come un divertimento. E vorrei tornare a divertirmi».
L’operazione che manca
Poi nell’intervista al Corriere della Sera rivela: «Mi manca un’operazione. Lunedì mi chiudono un foro nel cuore con uno strumento chiamato ombrellino. Dopo quello che ho passato è una passeggiata di salute». Spiega di non sentirsi un eroe: «Per molte persone sembra che io abbia fatto chissà cosa, ma se tu mi chiedi che cosa ho fatto, in realtà sono andato in coma e mi sono risvegliato. Non ci vedo nulla di eroico». Poi il risveglio con la moglie Erika: «È come se fossi stato chiuso in un aereo per cinque giorni e avessi sempre dormito. Poi ci ho messo un po’ di giorni per rimettere a posto i mattoni della casa. Svalvolavo un po’, non mi ricordavo quand’era nata mia figlia…».
Invincibile
Lui a 34 anni si sentiva «Invincibile. In vita mia non ho mai avuto nulla di nulla, nemmeno un intervento». Poi il controllo antidoping di routine: «Ricevo ai primi di ottobre una mail dalla Procura federale antidoping in cui mi dicono che ho i valori di questo HCG troppo alti e devo dimostrare se provengono dal mio corpo o da un corpo estraneo. Ho pensato: avrò usato creme che non dovevo usare? Ho controllato su internet perché ricordavo che i valori dell’HCG riguardavano le donne incinte. Allora scrivo: “HCG sugli atleti” e mi esce il caso di Acerbi. Tumore al testicolo. Facendo due più due, combaciava tutto. Mi è crollato il mondo addosso. La parola “tumore” fa paura. Subito la associ a un’altra parola: “morte”. Il secondo pensiero è stato: “ho chiuso con il basket”. Quando però mi è stato detto che facendo le cure necessarie avrei avuto il 3 per cento di possibilità di recidiva mi sono rasserenato. Ho affrontato la chemio, ho sopportato le nausee».
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La caduta dei capelli
Il ritorno in campo con la caduta dei capelli «l’ho patito tantissimo. Per assurdo, tutti mi dicevano “stai affrontando una cosa delicata, che te ne frega se perdi i capelli?”. Ma per me che non mi ero mai visto con i capelli corti era un problemone». Poi, dopo un paio di mesi, il ritorno della febbre: «La serie playoff contro Venezia. Il giorno prima di gara 3 mi ammalo e non dico niente, volevo giocare a tutti i costi. Gioco, sto malissimo, e dopo la partita mi misuro la febbre: 38.7. Salto un paio di partite, rientro ma gioco pochissimo. Nella semifinale con Milano mi sento debole, ho ancora la febbre e la sera prima di gara 3 in hotel chiamo il doc. Lui mi visita e dice: Achi, tu domani te ne torni a Bologna a fare un paio di esami».
La diagnosi
All’inizio si pensava che avesse la mononucleosi. «Poi mi facevano firmare fogli sull’HIV, e io mi chiedevo “ma che stanno cercando?”. Andavo in paranoia: avevo fatto un tatuaggio un mese prima, sarà mica quello? Fino a che, un mercoledì, l’ematologo mi dice: ci resta l’esame del midollo, avremo l’esito fra tre o quattro giorni. Ok, dico. E invece lo stesso pomeriggio sono entrati nella mia stanza cinque medici. Sembravano in difficoltà. La prima cosa che mi hanno detto è stata “non ci sono buone notizie”». Arriva la diagnosi: leucemia mieloide acuta. «Ho capito solo che era qualcosa di molto più grave di quello che avevo già passato. Ho pensato: basta, ora mi butto dalla finestra dell’ospedale e la faccio finita. Per fortuna c’era Erika lì: devi resistere per la famiglia, per i bambini. Ma mi sono sentito spalle al muro con dieci bestioni che ti tengono fermo. Volevo scomparire. Poi però ho pensato: non è giusto che i miei figli crescano senza un padre, o che pensino che papà non ci abbia almeno provato».
Il ritorno
Eppure è ancora qui. Con sua moglie, Vitoria e Achille junior oltre ai tre cagnolini. Il suo primo obiettivo è «non avere la recidiva». Poi dice cosa è cambiato da prima: «Prima ero molto credente, adesso non lo sono più. Prima non c’era sera che non pregassi. Adesso onestamente non ci riesco. Nonostante gli amici mi dicano “dai, sei stato miracolato, forse da lassù qualcuno ti ha aiutato”. Ma è lo stesso qualcuno che mi ha fatto ammalare? Perché proprio a me? Io che ho sempre pregato…».
