Il risveglio sotto le bombe: «Siamo tornati all’incubo del 2024, 300 scuole trasformate in rifugi di emergenza». Il racconto di un’italiana a Beirut

Francesca Lazzari ha una voce accogliente, ma attraverso il telefono filtra tutta la stanchezza di chi, nelle ultime notti, ha dormito poco. Lavora a Beirut da sei anni come responsabile progetti AVSI e ha visto il Libano passare attraverso ogni tipo di crisi. A Open racconta che è cambiato tutto verso le 2:30 di lunedì mattina quando sono cadute le prime bombe nel quartiere meridionale della città, quello di Dahieh. Il rumore però si è sentito in tutta la città. «Gli attacchi sono stati numerosi e, vedendo cosa stava succedendo non solo a Beirut ma su scala nazionale, abbiamo subito capito che eravamo ripiombati nel settembre del 2024».
L’illusione della tregua e la crisi degli sfollati
Il paragone con il 2024 non è casuale. È in quel periodo che si sono verificati gli scontri più violenti tra Israele ed Hezbollah, che hanno portato Francia e Stati Uniti a mediare un cessate il fuoco nel novembre dello stesso anno. Ma per chi vive in Libano, quella pace è sempre stata fragile. «È stato un cessate il fuoco che ha lasciato il tempo che trova – spiega Francesca – perché in realtà il Paese ha subito violazioni e attacchi quotidiani». L’ultima escalation ha riportato anche in primo piano il dramma degli sfollati. Decine di migliaia di libanesi non sono mai tornati nei villaggi d’origine vicino al confine perché Israele negava l’accesso o perché le case erano totalmente distrutte. Dopo i raid di lunedì, la paura ha scatenato un nuovo sfollamento di massa. «La popolazione si è messa in marcia dai quartieri meridionali di Beirut e dal sud del Paese verso il nord. Le strade erano totalmente bloccate».
Gli attacchi degli ultimi giorni
Tutto è iniziato nella notte tra domenica 1 e lunedì 2 marzo, quando Hezbollah ha lanciato droni e missili verso la città di Haifa per vendicare l’uccisione dell’Ayatollah Ali Khamenei. La risposta di Israele non si è fatta attendere. I bombardamenti su Dahieh, un quartiere meridionale di Beirut, spesso descritto come «roccaforte di Hezbollah», si sentono chiaramente anche dal centro della capitale. Francesca ricorda però che Dahieh è prima di tutto un quartiere residenziale dove vivono migliaia di famiglie civili che ora non hanno più nulla. Ma gli attacchi non si fermano al quartiere di Dahieh. Racconta che nella notte è stato colpito un quartiere di Beirut, Hazmiye-Baabda un’area che solitamente non viene colpita. Gli attacchi si sono intensificati anche nel sud del Paese: «Stamattina circa 225 i villaggi hanno ricevuto un ordine di evacuazione e oltre 300 scuole hanno sospeso le lezioni per trasformarsi in rifugi d’emergenza».
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L’accoglienza per gli sfollati
Le persone in fuga arrivano nelle scuole trasformate in rifugi spesso senza aver potuto portare con sé niente. Per questo motivo, nonostante le difficoltà, mercoledì 4 marzo AVSI ha avviato la distribuzione – possibile grazie alla raccolta fondi in corso – di kit igienici, ma anche materassi, coperte, abiti. E, ovviamente, cibo e acqua potabile. Dei 583 centri di accoglienza collettivi presenti sul territorio, 291 sono già al completo.

L’appello alla comunità internazionale
Quando chiediamo a Francesca un’immagine per riassumere la sensazione di queste ore, lei sceglie una storia privata che ha colpito direttamente una sua amica. «Questa mattina una nostra collega ha perso la casa a Beirut. L’edificio è stato bombardato in uno degli attacchi. Questo ci ha fatto ripiombare nel conflitto e stiamo vedendo come probabilmente siamo già allo stesso livello del 2024». A questa violenza si aggiunge il collasso della Lira libanese e gli effetti della crisi economica iniziata nel 2019. Il governo non ha le risorse necessarie per affrontare l’emergenza e il Paese dipende totalmente dagli aiuti esterni. «Serve il supporto della comunità internazionale, servono fondi. Non è “solo un’altra guerra in Medio Oriente”, è il collasso di un intero sistema». Francesca conclude con un appello: «C’è assolutamente bisogno dell’aiuto internazionale per far fronte a questa crisi umanitaria».
