JD Vance sbarca in Europa, il discorso a Budapest per sostenere Viktor Orbán e il cellulare bollente per l’ultimatum all’Iran

A volte ritornano. A due mesi dal suo viaggio lampo in Italia per assistere all’apertura dei Giochi invernali di Milano-Cortina (con annessa pioggia di fischi di San Siro), il vicepresidente Usa JD Vance sbarca di nuovo in Europa. L’impegno questa volta è tutto politico, e decisamente schierato. Vance è atteso infatti a Budapest, dove proverà a tirare la volata al grande alleato di Donald Trump in Europa, Viktor Orban. Domenica 12 aprile si torna alle urne per eleggere il nuovo Parlamento, dunque insediare il nuovo governo in Ungheria, e per la prima volta da anni Orban vede lo spettro della sconfitta. Il partito Tisza guidato dal dinamico Peter Magyar mantiene secondo i principali sondaggi un netto vantaggio sul Fidesz (49% contro 39% secondo l’ultima super-media di Politico). Il premier magiaro, al potere ininterrottamente dal 2010, le sta provando tutte per scongiurare la sconfitta. Ha usato negli ultimi mesi senza timori la carta a lui più cara, quella dello scontro frontale con l’odiata Ue, arrivando a bloccare il prestito da 90 miliardi di euro all’Ucraina cui pure aveva dato il via libera (chiamandosene fuori) a dicembre. Nel giorno di Pasqua ha denunciato un presunto attentato contro la sicurezza energetica del Paese, adombrando anche qui lo zampino di Kiev, dopo che degli esplosivi sarebbero stati trovati nei pressi di un gasdotto in Serbia che porta gas russo in Ungheria. Ora l’ultimo show (forse) con JD Vance.
Cosa farà JD Vance a Budapest
Sbarcato questa mattina a Budapest, Il vicepresidente Usa incontrerà subito Orban per un faccia a faccia. Alle 13:20 seguirà una conferenza stampa congiunta, poi nel pomeriggio il piatto forte del programma con i discorsi al raduno in occasione del “Giorno dell’Amicizia” Usa-Ungheria, all’MTK Sports Park. «Parleremo di molte cose relative alla relazione tra Stati Uniti e Ungheria», ha detto Vance ai cronisti prima di decollare nella notte dalla Andrews Air Force Base, alle porte di Washington. Aggiungendo poi di prevedere che al centro della conversazione ci saranno il futuro dell’Europa e dell’Ucraina. L’Amministrazione Usa non fa mistero di sostenere la rielezione di Orban – Trump stesso si è speso in ripetuti endorsement per il populista magiaro, anche davanti alla platea di leader mondiali (Orban compreso) riunitasi a Washington a gennaio per la cerimonia di lancio del Board of Peace. A febbraio era volato a Budapest pure il segretario di Stato Marco Rubio, portando il messaggio di Trump: «Il tuo successo è il nostro successo».
Perché Trump vuole la rielezione di Orban
L’allineamento tra i due governi – in un momento in cui Trump con la guerra in Iran perde sempre più sponde in Europa, come testimonia la presa di distanze pure di Giorgia Meloni – pare quasi perfetto e si fonda soprattuto su due fattori. Da un lato la guerra aperta al liberalismo, all’immigrazione, alla cultura woke e alle istituzioni Ue che per la destra sovranista rappresenta tutto ciò. Dall’altra la malcelata simpatia per Vladimir Putin e l’obiettivo geopolitico di riaprire le relazioni tra Russia e Occidente, non importa se a spese dell’Ucraina: tanto Trump quanto Orban vedono Volodymyr Zelensky come il fumo negli occhi e approverebbero domani un accordo di cessate il fuoco che sacrifichi terre ucraine sull’altare della «pacificazione» con la Russia. L’Ue – ma anche un pezzo degli apparati americani – nell’ultimo anno ha fatto muro contro questo disegno, riuscendo per ora a sventarlo. Anche se ora l’attenzione militare e geoeconomica dell’Occidente pare decisamente altrove.
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Vance in Ungheria con la testa all’Iran
Vance stesso sbarca in Europa – continente che non fa mistero di disprezzare, come disse chiaro e tondo nel febbraio 2025 alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco – ma è difficile pensare che i suoi pensieri, e i messaggini che bipperano sul suo cellulare, non siano rivolti soprattutto all’Iran. Nella notte italiana tra martedì e mercoledì scade l’ultimatum dato da Trump agli Ayatollah per negoziare un accordo di cessate il fuoco che preveda la riapertura dello Stretto di Hormuz e la rinuncia all’arma nucleare. Se intesa non sarà – ieri è sfumata la proposta di mediazione avanzata dal Pakistan – Trump ha promesso di scatenare «l’inferno» sull’Iran, colpendo ponti e infrastrutture energetiche in tutto il Paese. Via sicura per un’escalation militare, mossa che potrebbe preludere pure a in invio di truppe Usa di terra in Iran. Vance in questi primi 40 giorni di guerra ha retto il gioco di Trump nelle dichiarazioni pubbliche, trattenendo per sé la delusione e l’irritazione: tra i vertici della Casa Bianca è lui il più convinto sostenitore dell’America First, cioé della necessità per gli Usa di svincolarsi da guerre lontane e senza obiettivi e tempi chiari come quelle che negli scorsi decenni hanno intrappolato gli Usa in Medio Oriente.
Il ruolo nei negoziati e il telefonino bollente
Anche per via di queste sue convinzioni – Trump ha ammesso di recente che Vance «filosoficamente è un po’ diverso da me» – il leader Usa lo ha parzialmente coinvolto nei negoziati indiretti per provare a trovare una via d’uscita dalla guerra. Vance ha lavorato a stretto contatto con gli inviati Steve Witkoff e Jared Kushner e ha preso lui stesso la cornetta per alcune delle telefonate più pesanti: ultima in ordine di tempo, domenica, con Asim Munir, il capo di Stato maggiore dell’esercito del Pakistan attivissimo negli ultimi giorni nei tentativi di mediazione tra Usa e Iran. Il bandolo quotidiano lo tengono Kushner e Witkoff, insomma, ma se dovessero servire interventi politici di livello – magari per vagliare una chance di accordo last minute prima della scadenza dell’ultimatum – Vance verrebbe certamente coinvolto. Da Budapest insomma il vicepresidente Usa potrebbe dover sovrintendere alla decisione più gravida di conseguenze dell’intero mandato dell’Amministrazione Trump: per gli Usa, il Medio Oriente e il mondo intero.
Foto di copertina: Il vicepresidente Usa JD Vance sbarca dall’Air Force Two insieme alla moglie Usha – Budapest, 7 aprile 2026 (Ansa/Epa/Zsolt Szigetvary)
