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Esclusiva Open: caso Biennale, ecco il carteggio tra Buttafuoco e la commissaria russa

26 Aprile 2026 - 12:37 Francesca Milano
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Mail, visti e performance registrate: così la Biennale di Buttafuoco ha provato a gestire il "caso Russia" aggirando i divieti delle sanzioni europee

Non solo contatti, ma un percorso concreto per il ritorno della Russia alla Biennale Arte 2026. Dopo lo stop alla presenza ufficiale russa negli ultimi anni, una serie di documenti e scambi di email tra la Fondazione La Biennale e la commissaria del Padiglione russo Anastasia Karneeva – che Open ha potuto visionare – mostra che, tra il 2025 e il 2026, è stato costruito un tentativo strutturato per riportare Mosca all’interno della manifestazione, con un progetto espositivo, artisti coinvolti e attività già in fase avanzata di organizzazione.

Lo scambio di mail

Dalle conversazioni avvenute via mail emerge che già a gennaio 2026 la partecipazione veniva data per acquisita: in una mail al presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco, Anastasia Karneeva scrive infatti che la Federazione russa «parteciperà alla 61ª Esposizione Internazionale d’Arte» e allega anche il progetto del padiglione. Il titolo è “The tree is rooted in the sky” e prevede installazioni, performance e un allestimento articolato, dai fiori freschi a sistemi di display tecnologici. A febbraio arrivano anche i testi per il catalogo ufficiale, segno che il lavoro è già in fase operativa.

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Il progetto del padiglione

Il nodo dei visti e il ruolo della Biennale

Uno dei problemi principali riguarda i visti. La commissaria russa segnala difficoltà già a novembre 2025 e chiede al direttore generale della Biennale, Andrea Del Mercato, lettere di invito per facilitare l’ingresso degli artisti, con il presidente Pietrangelo Buttafuoco in copia. «Stiamo riscontrando molti problemi con il rilascio dei visti e abbiamo bisogno di una lettera di invito per ottenere un visto multiplo», scrive Karneeva. Richieste come questa si ripetono anche nei mesi successivi, insieme alla domanda di supporto per altri partecipanti. Nelle stesse email emerge anche la volontà di tornare ufficialmente tra i Paesi partecipanti: Karneeva chiede al direttore Andrea Del Mercato di reinserire il Padiglione russo sul sito e sulla mappa, dove risultava indicato come Bolivia.

Il compromesso: padiglione chiuso, contenuti registrati

La soluzione individuata dalla Biennale per gestire il caso russo passa da una partecipazione “ridotta”, pensata per restare dentro i limiti imposti dalle sanzioni europee. Le norme Ue, infatti, vietano forme di sostegno economico o collaborazione diretta con enti statali russi, rendendo complicata una partecipazione tradizionale, con artisti presenti, eventi dal vivo e attività finanziate sul posto.

Per questo, secondo quanto emerge dai documenti interni, l’idea è quella di separare la produzione dei contenuti dalla loro fruizione. Le performance di artisti e musicisti verrebbero realizzate nelle giornate di anteprima riservate a stampa e addetti ai lavori, prima dell’apertura ufficiale della mostra — e registrate in quel momento.

Successivamente, durante i mesi di apertura al pubblico, quei contenuti verrebbero semplicemente proiettati all’interno del Padiglione russo, che resterebbe però chiuso ai visitatori. In altre parole: niente eventi dal vivo, niente presenza continuativa di artisti o staff russo, ma solo materiali già prodotti e mostrati in forma passiva.

Una linea che trova conferma anche nelle email: si ipotizza una breve apertura iniziale, seguita da una fruizione limitata, con il padiglione visibile solo dall’esterno e senza accesso del pubblico all’interno. «Il padiglione sarà aperto dal 5 all’8 marzo, poi dal 9 marzo sarà visibile dall’esterno dei Giardini, senza persone che entrano all’interno», si legge in una mail di Karneeva del 9 febbraio.

Tra sanzioni e apertura culturale

Il quadro che emerge è quello di un equilibrio delicato: da un lato il rispetto delle sanzioni internazionali, dall’altro la volontà della Biennale di non escludere la Russia dal dialogo culturale. Nel verbale del Consiglio di amministrazione si ribadisce infatti che l’istituzione «esclude qualsiasi forma di censura della cultura e dell’arte», confermandosi come spazio di confronto tra Paesi anche in un contesto di guerra. Resta però aperta la questione centrale: se questa formula di partecipazione sia davvero compatibile con il quadro normativo europeo o rappresenti una zona grigia destinata a far discutere.

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