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Ristoranti al posto dei negozi: in 10 anni l’Italia ne ha persi 86mila. Ecco chi sopravvive

08 Maggio 2026 - 09:04 Olga Colombano
negozio chiuso
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I settori più in crisi sono l'abbigliamento e quello relativo alla cultura e allo svago. Ma il Sud resiste meglio del Nord
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In soli dieci anni l’Italia ha perso oltre 86mila negozi di vicinato. Una diminuzione che però non colpisce tutte le regioni allo stesso modo, anzi. Contrariamente all’immaginario comune, è il Sud a resistere meglio del Nord alla desertificazione commerciale. È quanto emerge dal primo Osservatorio sulla Reciprocità e il Commercio Locale presentato da Nomisma. A soffrire maggiormente sono i negozi legati alla cultura e allo svago, come le librerie e i negozi di musica, che registrano un calo del 28%. Calano anche quelli del tessile e abbigliamento, in diminuzione del 21,4 per cento. Mentre la ristorazione è l’unico settore che continua a crescere con +26,2% di unità locali e addetti in aumento addirittura del 69,4 per cento. «Questi dati dovrebbero iniziare a farci chiedere che tipo di città vogliamo», racconta a Open Francesco Capobianco, Head of Public Policy di Nomisma. «Perché quando chiude un negozio non perdiamo soltanto un’attività economica, ma anche relazioni sociali, sicurezza e pezzi di identità urbana».

Meno negozi, ma più addetti

Uno degli aspetti più controintuitivi emersi dall’Osservatorio riguarda l’occupazione. Nonostante la forte riduzione del numero di negozi, gli addetti del commercio locale crescono del 21,2% tra il 2015 e il 2025, delineando un quadro che a prima vista sembra contraddittorio. In realtà, come spiega Francesco Capobianco, il fenomeno è legato alla diversa natura dei settori che compongono il commercio di prossimità e alla loro intensità di lavoro. «I comparti che crescono di più sono proprio quelli che hanno bisogno di più personale», spiega Capobianco. In particolare, ristorazione, salute e cura della persona e articoli per l’edilizia trainano l’occupazione grazie a una combinazione di fattori esterni: il turismo per la ristorazione, i bonus edilizi per il settore costruzioni e ristrutturazioni, e gli effetti della pandemia sul comparto salute. «Sono questi settori a sostenere la crescita degli addetti, mentre il resto del commercio continua a soffrire», aggiunge, sottolineando come la media complessiva nasconda dinamiche molto differenti tra comparti in espansione e settori in forte contrazione.

Abbigliamento e cultura i settori più in crisi

Accanto ai comparti in crescita, il report evidenzia una crisi profonda nei settori più tradizionali del commercio al dettaglio che hanno caratterizzato le città europee. Il tessile-abbigliamento e il comparto cultura e svago sono quelli che registrano le performance peggiori. Secondo Nomisma, uno dei fattori chiave di questa trasformazione è il cambiamento delle abitudini di consumo, sempre più orientate verso il digitale. La crescita dell’e-commerce ha accelerato il processo di disintermediazione commerciale, soprattutto nei settori caratterizzati da prodotti standardizzati. «Più un prodotto è standardizzato, più è facile venderlo online», osserva Capobianco, sottolineando come certi articoli si prestino meglio alla vendita digitale rispetto a beni che richiedono esperienza diretta, come mobili o prodotti artigianali.

Il Sud resiste meglio del Nord

Un altro aspetto riguarda la geografia del fenomeno perché diversamente da quanto si possa pensare è il Sud a resistere meglio a questa diversificazione commerciale. Il Mezzogiorno mostra, infatti, una maggiore capacità di tenuta, con diverse province in crescita come Trapani, Crotone, Napoli e Taranto, a fronte di un quadro più negativo in molte zone del Centro-Nord come Bologna, Roma e Torino che evidenziano un calo del numero di unità locali. Secondo Capobianco, le ragioni di questo divario sono molteplici e non riconducibili a un’unica causa. Un elemento importante è la struttura economica dei territori: «Al Nord esistono più alternative occupazionali, mentre al Sud la chiusura di un negozio è più difficile da compensare con un altro lavoro», spiega, evidenziando come la diversa capacità di assorbimento del mercato del lavoro influenzi anche la tenuta del commercio locale. A questo si aggiunge il costo degli immobili commerciali che incidono direttamente sulla sopravvivenza delle attività. In generale, mentre i prezzi di compravendita dei negozi sono diminuiti del 9% a livello nazionale, gli affitti sono aumentati del 12,9%, creando una pressione crescente soprattutto nelle città dove i canoni restano elevati rispetto alla redditività dei piccoli esercizi.

La trasformazione delle città

La crisi del commercio di prossimità non riguarda solo gli aspetti economici, ma anche la trasformazione delle città e della loro identità. Nei centri urbani, la chiusura dei negozi indipendenti è spesso accompagnata dall’ingresso di catene internazionali o attività standardizzate, con un progressivo cambiamento del tessuto commerciale. «Chiude il liutaio e apre un venditore di birre», osserva Capobianco, per descrivere un processo che non è soltanto sostituzione economica, ma anche perdita di competenze, storie e tradizioni locali. Il rischio è che la funzione sociale del commercio venga ridimensionata. I negozi di vicinato svolgono infatti una funzione di presidio del territorio, contribuendo alla sicurezza, alla socialità e alla qualità della vita nelle città che contribuisce a tenere vive le relazioni tra persone e a mantenere attivi gli spazi urbani.

Il «patto di reciprocità»

Da questa analisi nasce la proposta del patto di reciprocità, un insieme di linee guida che mira a coinvolgere istituzioni, imprese e cittadini nella costruzione di reti territoriali capaci di sostenere il commercio locale. L’obiettivo non è arrestare le trasformazioni in corso, ma governarle, cercando un equilibrio tra innovazione, sostenibilità economica e coesione sociale. Secondo le ricerche infatti le persone sono disposte a contribuire a questo equilibrio. Secondo i dati raccolti da Nomisma, una quota significativa di consumatori sarebbe disposta a spendere di più per prodotti acquistati nei negozi di vicinato se consapevole che quella scelta genera benefici concreti per il territorio e la comunità. In particolare, una parte degli intervistati accetterebbe un piccolo sovrapprezzo pur di sostenere economie locali, occupazione e servizi di prossimità.


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