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Samurai Jay: «Avere pregiudizi sul latin è una cosa stupida. Se non ti piace, skippa». L’intervista

22 Maggio 2026 - 14:09 Gabriele Fazio
Il prossimo 21 giugno il ragazzo di Mugnano di Napoli aprirà la data italiana di Ricky Martin a San Benedetto del Tronto
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Samurai Jay, vero nome Gennaro Amatore, 27 anni, prima dell’edizione 2026 del Festival di Sanremo, era un artista dai numeri positivi sulle piattaforme ma pressocché sconosciuto al largo pubblico mainstream. Come spesso accade, il palco dell’Ariston, se lo onori con performance efficaci, ti restituisce una certa luce. Anche se la sua Ossessione non ha sfondato nella classifica finale, non andando oltre il 17esimo posto, a seguire si è guadagnata primati forse anche molto più importanti. Per esempio la vetta della classifica FIMI per undici settimane consecutive e numeri strabilianti su piattaforme streaming e social. Di sicuro si può considerare uno dei vincitori, pochi quest’anno, di Sanremo, di quelli che spuntano fuori quando conta, sul mercato vero, e non giudicati da televoti e critici.

Dopo il festival dunque il disco, che porta il suo cognome, Amatore, dodici pezzi in cui il ragazzo campano conferma la sua verve latin ma mostra un lato forse ancor più interessante, un grande talento per brani dalle venature decisamente pop vintage. Nel disco ospiti speciali come Serena Brancale, Sayf e Federica Abbate, ma quello speciale, anche perché particolarmente riuscito, è quello con sua madre sul brano Si teng a te. E ora arriva l’estate, la stagione latin per eccellenza, che vedrà a questo punto Samurai Jay certamente tra i suoi protagonisti. L’artista si esibirà al Red Valley Festival il 15 agosto a Olbia; inoltre, il prossimo 21 giugno aprirà la data italiana di Ricky Martin a San Benedetto del Tronto per quella che suona come una vera e propria benedizione definitiva.

Questo disco in che momento della tua carriera arriva?

«Nel momento della vera realizzazione di tutto quello che è successo negli scorsi dieci anni della mia vita, quindi da quando ho iniziato questo percorso come Samurai Jay. La musica è nella mia vita da sempre, da quando ero un bambino, ho iniziato prestissimo a suonare e girare con le band. Il percorso di Samurai Jay è sempre stato un continuo cercare di capire, non ho mai veramente capito cosa stesse succedendo. Adesso lo sto capendo, quindi è un disco importante nel momento giusto».

Questo sound latin è trattato un po’ con l’accetta. Cosa rispondi a chi lo critica, a chi lo ritiene troppo disimpegnato…?

«Chi lo considera così ha un problema. Ma il problema più grande è parlare di generi nel 2026, per me è una follia, perché non è il genere ma è l’attitudine che ci metti tu quando fai musica. Demonizzare dei generi per dei pregiudizi stupidi e inutili secondo me è assurdo, la musica è bella perché è varia. A Elvis Presley gli davano del pazzo perché aveva inventato il rock and roll, i Beatles hanno inventato tutto quello che noi conosciamo sulla musica, bisogna uscire fuori dai soliti pregiudizi. Io personalmente vado a season, adesso sono nella mia season latin e mi sto divertendo molto ad esplorare questa musica qui, però domani non si sa dove andremo, perché io seguo la musica. Poi in generale io la community latin la adoro perché è super inclusiva, i latini sono delle persone incredibili, sento molta vicinanza tra Napoli e l’America Latina, ci sono delle realtà qui in Italia che mi hanno mostrato un rispetto e un supporto incredibile e io infatti rispetto la community latin e nel mio piccolo provo a dargli voce. Ma in generale per me avere pregiudizi su un genere musicale è proprio una cosa stupida, ognuno fa quello che gli pare, se non ti piace una roba skippala, non la ascoltare, va bene, ascoltati altro. Che poi io vorrei beccare tutta questa gente che commenta sui social quando si parla di musica, vorrei sedermi a tavola con tutte queste persone e chiedergli: “Ok, questo fa schifo. Tu che ascolti? Posso capire? Mi vuoi far sentire la musica bella?”. Perché io non ho capito: ‘sta musica bella dove sta? Se fanno schifo tutti, musica bella non esiste più allora. Sono tutti scarsi? Allora a posto, sedetevi e fatela voi!”. La vorrei conoscere la musica bella, sono curioso».

Un traguardo raggiunto da Ossessione di cui secondo me si sta parlando poco è il fatto che per la prima volta dopo tanti anni si parla di un videoclip, ben pensato, ottimamente realizzato, anche al di là della scena con Belén Rodríguez, diventata ormai iconica…

«Io sapevo che avrebbe fatto notizia, perché quando uno inizia a uscire fuori dal solito modus operandi poi le cose belle arrivano. In questo caso io, essendo un grande fan dell’epoca di MTV, dell’epoca in cui il video era fondamentale e avere il pezzo che fosse collegato ad un videoclip fico era bello, ci tenevo tanto. L’idea era creare tutta una vibe intorno a Ossessione e sicuramente ha ripagato».

Da poco è passato l’Eurovision, ti è capitato di pensare “Si, ok Sal Da Vinci, ma forse Ossessione sarebbe stata capita e apprezzata di più all’estero”?

«Non l’ho seguito, ho visto solo l’esibizione di Sal e l’ho anche chiamato per fargli gli auguri per la sua performance, perché ha spaccato, è stato incredibile, mi ha fatto divertire un sacco. Per quanto riguarda me, a prescindere da questo Sanremo, è una cosa che mi avrebbe fatto piacere fare ovviamente, ma in generale, perché mi piace tanto quell’ambiente internazionale. Ma amen, alla fine è andato tutto dieci volte meglio di come doveva andare, quindi per me va strabenissimo così e mi fa un sacco piacere per Sal».

Io sono convinto da sempre che chi vince Sanremo non è quasi mai chi vince Sanremo, che il vincitore del Festival arriva sul medio-lungo periodo. Tu che hai porato Ossessione per 11 settimane consecutive in testa alla classifica FIMI, che hai raccolto oltre 100 milioni di stream totali su tutte le piattaforme, senti di aver vinto Sanremo?

«Io sono contento che abbiamo fatto un pezzo incredibile, che la gente si sia gasata, e sono pure contento che il mio compaesano, che è una leggenda di Napoli, ha vinto il Sanremo. Per me, credimi, è andato veramente tutto come doveva andare. Magari al posto della 17esima posizione, potevamo arrivare alla 15esima, va bene, ma non ho mai pensato alla classifica di Sanremo, non mi è mai interessata. Per me esserci arrivato da Mugnano di Napoli, con un brano scritto da me e i miei amici, da soli, va già benissimo».

Il disco si può quasi dividere in due parti, quella latin ovviamente, la prima, ma anche una seconda in cui proponi un pop con venature vintage…

«Questa verve italiana retrò in realtà la devo molto anche Vito Salamanca, che è un grande appassionato di cantautorato, che quindi mi ha skillato un po’ su questa roba. Mi ha proprio obbligato, dovevo fare degli ascolti, mi ha detto “Non è possibile che a te manca questa parte qua”. Io sono cresciuto con un sacco di cantautorato, però ero piccolo, dovevo riscoprirlo adesso. Ora che faccio la musica per mestiere, a tempo pieno, ho detto “Wow, c’è un abisso! C’è un mondo! C’è un pianeta!”, questi facevano la vita vera, erano dei geni, vivevano un’altra vita».

Uno dei pezzi migliori del disco è sicuramente Si teng a te, e lo canti insieme a tua madre…

«Per me c’è il disco e poi c’è quella perla lì, che è nel disco, ma non si può mettere a paragone con gli altri. Pezzo bello, pezzo meno brutto, quello è proprio un momento, una cosa tra me e mia madre che dura per sempre, quindi vale tutto».

Come ti è nata questa idea? Come gliel’hai proposta? Lei come ti ha risposto?

«Lei mi ha risposto piangendo, fondamentalmente. Piangendo tantissimo. Però io avevo il brano cantato interamente da me, io e mia mamma eravamo in macchina, pioveva tantissimo, quel giorno dovevamo fare quasi un’oretta di macchina, stavamo ascoltando le demo, e dissi: “Te lo ricordi questo pezzo qua? Lo vuoi fare con me?”. Lei iniziò a piangere quando gli dissi questa cosa, però non aveva capito che la roba usciva, non l’aveva capito. E gliela buttai lì e lei “Va bene, facciamola”. Arrivò il giorno che le chiesi di venire in studio, le dissi “Preparati, domani andiamo in studio”, mi rispose “Ma che devo fare in studio?”, “Mamma, dobbiamo registrare il pezzo”, e lei: “Ah, quindi non era per te? È per il disco? Quindi tu veramente mi vuoi mettere nel disco?”. E riesplose a piangere. Non aveva capito che io volessi metterla come featuring ufficiale nel disco».

Quanto è importante il successo per te?

«Guarda, dovrei darti la solita risposta, dovrei fare il fenomeno e dirti “Niente!”, però in realtà ci penso, ci credo nel successo, credo che arrivati a questo punto sia veramente importante, più che altro, arrivare alle persone. Per me il successo è quello: riuscire ad arrivare alle persone, perché poi per le persone il successo è la casa bella, la macchina bella, i numeri, i soldi…va bene tutto, ci piace, i soldi piacciono a tutti, bello. Però per me il vero successo è quando tu riempi un palazzetto di persone che veramente stanno lì, hanno comprato un biglietto, per venire a sentire la tua arte dal vivo. Quando arriveremo a quello forse ti potrò dire che ce la stiamo facendo. Per me è tutto ancora lì, tutto ancora da raccogliere, quindi… andare!».

Cosa ti piacerebbe che rimanesse di questo disco in chi lo ascolta?

«Spero che si senta meno solo. Questa è la cosa che vorrei che rimanesse di questo disco, perché è quello che è successo a me».

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