Ultime notizie Delitto di GarlascoMaldiveModena
CULTURA & SPETTACOLOIntervisteMilanoMusicaSuoni e Visioni

Il MiAmi compie 20 anni. Carlo Pastore: «La mia ossessione? Creare una scaletta che non danneggi nessuno, soprattutto gli artisti meno noti». L’intervista

18 Maggio 2026 - 12:03 Gabriele Fazio
Il festival si svolge all'Idroscalo di Milano il 21-22-23-24 maggio, quest'anno ospiti La Niña, Mecna, Tutti Fenomeni, Marco Castello, Nu Genea e poi ancora il debutto solista di Fausto Lama dei Coma_Cose e il live/evento di Motta per i dieci anni del disco La fine dei vent'anni.
Google Preferred Site

Il MiAmi compie vent’anni diventando uno dei più longevi festival musicali italiani. Sicuramente possiamo considerarlo il più influente, uno di quei momenti dell’anno in cui si tirano le somme di quel che accade nel mondo della musica vera, quella senza intermediari mediatici come radio e tv. La musica del MiAmi è legata fortemente al suonato, al live, il che lo rende decisamente più credibile anche di eventi di dimensioni più grandi come Sanremo o il Concertone del Primo Maggio, che alla fine tendono ad attingere regolarmente da ciò che propone Carlo Pastore, che del MiAmi, insieme a Stefano Bottura, è ideatore e direttore artistico. Anche quest’anno si ritorna all’Idroscalo di Milano il 21-22-23-24 maggio, un giorno in più dunque, anche per andare incontro all’idea di Cosmo di esibirsi al mattino, chiudendo così l’edizione 2026. Ecco, appunto, il MiAmi è un festival del tutto particolare proprio perché non si tratta solo di una serie di esibizioni in ordine di richiamo del pubblico, non si tratta solo di una concentrazione di live, ma di un posto dove le cose della musica accadono. Accadono reunion, vengono festeggiati anniversari, viene insomma celebrata la musica. Quest’anno in compagnia di artisti del calibro de La Niña, Mecna, Tutti Fenomeni, Marco Castello, Nu Genea e poi ancora, a proposito di cose che accadono, il debutto solista di Fausto Lama dei Coma_Cose e il live/evento di Motta per i dieci anni di quella perla de La fine dei vent’anni. Un’altra edizione da non perdere.

Come procede questa vigilia di un’edizione del MiAmi particolarmente importante?

«La vigilia la viviamo come sempre, con quella sensazione di dover dare tutto per portare a casa la pelle. Lo abbiamo sempre vissuto così il MiAmi, perché nonostante questa sia la ventesima edizione, ogni volta ci giochiamo veramente tutto. La sottile linea che divide la vita e la morte è sempre, comunque, davvero sottile, è un confine fragile, quindi dobbiamo essere molto concentrati. Poi c’è anche un sacco di energia, perché comunque fare questo lavoro qui a me personalmente piace tantissimo, soprattutto è molto bello vedere così tante persone assieme che lavorano per un obiettivo temporaneo. Perché poi la cosa bella del festival è che è assolutamente un’esperienza temporanea, no? Tutto quello che costruiamo è per tre giorni, che è una follia, ma questa follia è comunque clamorosa se pensiamo cosa mette in circolo a livello di relazione fra persone, fra realtà lavorative, fra musica e pubblico. È veramente molto forte come esperienza, però alla fine, se l’abbiamo fatto per vent’anni, evidentemente un po’ ci piace, quindi celebramo questa cifra tonda».

Il primo anno ti saresti aspettato che sareste arrivati a realizzarne venti?

«In qualche maniera ne eravamo consci e sicuri. Aspettarmelo sicuramente non era un verbo che all’epoca avrei messo in campo in maniera conscia e risoluta. Io ho compiuto vent’anni al primo MiAmi, il 18 giugno 2005, quindi secondo me in quella fase della vita non c’è il futuro, c’è solo quello che stai facendo, il presente assoluto che si mangia tutto il resto, il futuro è un concetto per vecchi a quell’età. L’ambizione era quella di fare una cosa solida e importante, ma dire che saremmo arrivati nel 2026 a farla ancora in una location come questa, perché il primo anno lo si fece in un ex ospedale psichiatrico, assolutamente no».

In quanto direttore artistico del MiAmi sei uno dei pochi che ha ben a fuoco la stato di salute della musica italiana. Come sta?

«Io sono veramente molto dentro e quindi, come tutti quelli molto dentro, quando sei immerso in una cosa, è difficile essere lucido. Ogni tanto bisognerebbe sapersi estrarre, riuscire a vedere da fuori, anche perché magari ogni tanto può capitare di perdermi qualcosa o essere iper focalizzato su un’altra. Sicuramente quello che vedo è che è finita un’epoca, è finito il 2016, e in questo momento sono finiti il nuovo cantautorato, il cosiddetto itpop, e la trap come “mangiatutto” del mercato».

Secondo te a cosa è dovuta la fine di questa ulteriore parentesi della storia della musica italiana?

«Perché i ragazzi che avevano 16, 17, 18, 19, 20 anni, durante il Covid, oggi sono più grandi e oggi sono nel momento in cui riescono a esprimere la loro arte in maniera un po’ più completa, quindi anche un po’ più a fuoco. C’è moltissima rabbia perché in questi anni siamo stati ovviamente esposti ad una crescente povertà, ad una crescente disillusione anche nei confronti del modo in cui comunichiamo, quindi da un certo punto di vista anche quello che accade nel mondo è uno specchio di quello che siamo come generazione».

…e questo si riflette nella musica che produciamo…

«Questo si sente molto nella musica. Questo sta producendo un rifiuto di alcune cose che erano quelle che erano ormai lo status quo, il mainstream, che ormai sono sempre più ormai distanti dalla realtà, vivono in una bolla tutta loro che è dovuta alla distribuzione che hanno, quindi alla capacità di raggiungere le persone, ma sono ormai “background music”, cioè musica che non ha una sua reale community là fuori. E poi ci sono tantissime communities micro che in questo momento rappresentano la tessitura di quello che potrebbe accadere nel futuro, che al momento hanno un piccolo pubblico, ma magari alcuni di questi nel futuro lo aumenteranno. Io non so neanche se questa generazione poi voglia aumentare il proprio pubblico, perché è come se conservasse un rifiuto quasi ideologico di questo modello di mercato. Però è pur vero che in realtà c’è molta gente che vuole spaccare».

Secondo te cosa vuol dire oggi nella musica “spaccare”?

«Significa fare le cose per bene, secondo me».

Rimanendo anche indipendenti da certe meccaniche imposte dalle major?

«Questo è un grande inganno che noi continuiamo a perpetrare nel nome del romanticismo e della lotta, ma i Clash pubblicarono con major e si fecero organizzare i loro tour dalle più grandi agenzie del mondo. Questo perché? Perché erano una band che aveva mercato, eppure hanno mantenuto integra la loro qualità musicale e anche il loro profilo da un punto di vista valoriale. Ecco, in questo momento qui, secondo me, ci stiamo concentrando su aspetti laterali rispetto alla musica, cioè l’impegno della musica sociale, l’impegno della musica nel mercato, il mercato che si mangia la musica, il problema dei social, ma non ci stiamo concentrando sul punto, ovvero su come e dove si fa la musica».

In una situazione di questo tipo che ruolo assume un festival come il MiAmi?

«Il MiAmi ha la fortuna di avere un presidio su questo tipo di realtà, che è dovuto al posto in cui siamo, paradossalmente noi queste cose le vediamo quotidianamente. Perciò è anche bello che un Joachim Merdavich, ti faccio l’esempio, un Sandri, una Cico, una Flamen, o un Volpi o un Aldolà Chivalà, che è assolutamente un grande king, siano dentro il festival, dove c’è anche invece qualcosa di molto pop. Che poi i nostri headliner, e questa è una cosa che mi fa in realtà molto pensare, sono indipendenti. Marco Castello e Nu Genea sono totalmente indipendenti e sono artisti che sbigliettano, che hanno un loro grosso pubblico, quindi c’è una grande confusione sotto al cielo, ma la situazione è comunque, devo dire, eccellente».

Il tuo lavoro consiste anche nell’individuare ormai la musica da offrire a un pubblico che non appartiene più, come avveniva al debutto, alla tua stessa generazione. Sanremo può basarsi sui numeri, chi attrae di più viene invitato, a te invece tocca scommettere, proporre, presentare…

«Io sono un millennial, tutto il racconto che abbiamo avuto sulla musica, sui festival, è completamente diverso rispetto a quello di cui può usufruire un nativo digitale, che si fa scrivere tutte le mail da chat GPT e che vive i social già con il senno del dopo, non come noi, con l’esperienza del prima. Quindi quello è interessante da indagare: che significato avrà la musica per loro? E lì si gioca tutto. C’è chi dice che più digitalizziamo, più i concerti saranno imprescindibili, ma può essere vero anche il contrario, può essere che invece sparisca anche quel tipo di rituale collettivo».

Qualche giorno fa Francesco Guccini in un’intervista ha detto: «Una volta avevamo la volontà, magari fallace, di voler dire qualcosa, di raccontare un’idea, una persona, una situazione. Ora non ci sono più questo tipo di canzoni. È finita l’epoca d’oro del cantautore italiano». Sei d’accordo?

«Io non mi permetterei mai di commentare una dichiarazione di Guccini in generale, ma secondo me è interessante riflettere su come viviamo il rapporto con la musica come persone. È una cosa a cui, sarà forse che sono arrivato a 40 anni, penso spesso. Per me, per esempio, la musica è sempre stata un luogo di autonomia rispetto ai genitori, è stato uno spazio-tempo, è stato il luogo dove ho costruito la mia forma espressiva, dove sono diventato quello che sono, per la musica, raccontando la musica, creandone un contesto. A un certo punto questa cosa ti rimane appiccicata e tu nel frattempo sei diventato un’altra persona rispetto a quando l’hai incontrata, quindi questo rapporto, che all’inizio è un rapporto estremamente simbiotico e totalmente, diciamo così, accelerato, si decostruisce per diventare qualcos’altro. E quindi io mi chiedo: quel tipo di cantautore, la cui arte è stata così importante per la gente in un certo periodo, la vive come me? Qual è l’evoluzione del rapporto con la musica che può avere un musicista, in questo caso parlando di Guccini, profondamente di riflessione. Qual è il rapporto che abbiamo, per esempio, con le cose nuove? Quanta musica nuova ascoltiamo? Di quella nuova che ascoltiamo, quanta ne capiamo? Quindi è difficile, secondo me, riuscire ad essere scientifici nei confronti di qualcosa che è così emozionale. E quindi io mi accollo tutto, mi accollo anche di chi grida alla fine del mondo, all’apocalisse, così come chi inneggia e canta soltanto d’amore, e anche quelli che oggi rivedono nella musica uno strumento di ribellione per cambiare il mondo. Vale qualsiasi cosa. Vale tutto proprio, perché viviamo in realtà parallele e quindi ci sta anche che qualcuno dica “Ai miei tempi era meglio”».

Tra l’altro è un periodo di grandi rivoluzioni…

«Certo, c’è anche questo aspetto da valutare, in che modo sta cambiando la musica, che certamente influisce sulla percezione della musica nella nostra vita. Per esempio, ora dovremo affrontare l’Intelligenza Artificiale, bisognerà ripensare che cosa vuol dire essere autori. Ma questo non vuol dire che una volta non ci fossero sfide che, diciamo, frapponevano un passato “migliore” ad un futuro da capire. Il punto vero della musica, così come la nostra vita, è legato ai salti tecnologici. La musica è cambiata nel momento in cui è crollata la discografia ed è arrivato Napster. Dopo Napster è arrivato l’iPod. Poi Spotify che è nato, anche lui, 20 anni fa, che trasforma completamente il mercato musicale, salvandolo da un certo punto di vista dell’accordo con le discografiche, ma dall’altra parte ammazzandolo di nuovo. Per Marx il capitalismo era crisi permanente, la musica altrettanto, da un punto di vista industriale è in crisi permanente, quindi è giusto che ci sia anche un momento in cui riflettiamo su tutto quello che è andato male, poi però ad un certo punto arriva un ragazzo o una ragazza di 19 anni, con un sintetizzatore, un MPC o un computer o una chitarra e scrive un pezzo che dici “Porca troia”. Ti faccio l’esempio di Emma che è nel programma di quest’anno del MiAmi, la gente quando ascolta questo ragazzo si mette a piangere. Non puoi dire che non sia un potere, lo stesso che, come direbbe Giorgio Canali: “Fa sì che ancora si canti”. Quella magia lì c’è ancora, non è andata via».

Qualche giorno fa ho intervistato Cosmo che, riferendosi alle persone che ricoprono ruoli decisionali nell’industria, ha detto chiaro e tondo che: «Non c’è gente che ci capisce di musica lì in mezzo. Spesso sono ignoranti, perché se capisci di musica devi sapere conoscere tanto di quello che succede nell’underground. Se non lo sai, non sai niente. È come uno che si spaccia esperto di libri e legge solo i bestseller di Ken Follett».

«È una frase corretta nella misura in cui aveva un obiettivo preciso ed evidente. Certo, non sapere che cosa accade laddove accadono le cose nuove, per chiunque faccia ricerca e ascolto, è banalmente è gravissimo. Cioè non ha proprio senso questa cosa qua. Cioè se sei appassionato di musica effettivamente è strano non conoscere nulla di quello che accade là sotto. Però, che cosa vuol dire conoscere l’underground? Perché c’è l’underground del mondo della canzone, che è quello che ambisce a essere subito industria e poi c’è l’underground della musica elettronica, che rifiuta quel tipo di estetica, quel tipo di meccanismi, oppure c’è l’underground del mondo del jazz, che è invece estremamente legato ad un certo tipo di stile. C’è l’underground del mondo del clubbing, che è invece orientato, anche lì, in direzioni diverse, a seconda del tipo di pubblico che intercetta. Secondo me chi ascolta musica ama ascoltare cose nuove, vuole essere stimolato, perché più musica ascolti più ad un certo punto ne vuoi scoprire di nuova. Per me il conoscere tutto per un ascoltatore non è una componente fondamentale, anzi io ogni tanto invidio moltissimo chi non sa niente, perché mi piacerebbe essere stupito come la prima volta che ho ascoltato certe cose che poi sono diventate le mie. Per chi fa il nostro lavoro invece secondo me quello che dice Marco è corretto, nel senso che il tema qui è la normale frequentazione della musica. Ascoltare cose nuove, ricercare, andare a vedere, andare ad annusare quella determinata cosa, è parte del nostro lavoro, se uno effettivamente si accontenta soltanto di quello che già arriva cucinato, fa un altro lavoro, che è un lavoro legato all’ipervisibilità, quindi probabilmente nel caso del Festival di Sanremo è anche giusto considerare il numero, però per chi si occupa di musica, ascoltare le cose nuove, e quindi anche l’underground, perché è lì che spesso accade tutto, è fondamentale».

Dopo il Concertone del Primo Maggio molti hanno sollevato una questione: il presunto Sanremo-centrismo della musica italiana di oggi…

«Io non penso che la musica italiana sia sanremo-centrica, penso che l’industria sia ritornata a esserlo, questo sì, nel senso che tutto si è di nuovo riappiattito sull’elemento di visibilità assoluta. Quello che è successo è che anni fa la trap e il pop avevano creato un pubblico nuovo, avevano permesso a molta gente di affezionarsi alla musica, di buttarsi dentro anche in virtù dell’esplosione dei DSP, che non c’erano prima, quindi questo vuol dire artisti nuovi, la possibilità di accederci facilmente, gli account free, quindi musica disponibile ovunque e gratis. Ecco, oggi questa cosa qui non sta più succedendo, non esiste un pubblico nuovo, non c’è una wave che sta conquistando, mi sembra che non ci sia più la stessa energia. Io non ti so dire perché ci si è appiattiti così, sicuramente c’entra come lavora l’industria oggi, che non lavora più i progetti, è più una sorta di finanziatore dei progetti, oggi l’industria lavora molto così, non ti prende in cassa, spesso prende le realtà già pronte, dà i soldi e acquista delle quote. Qual è il risultato? Che ci siamo un po’ tutti annoiati di quei dischi lì, mi sembra manchi personalità, ed è quella che personalmente, facendo questo MiAmi, abbiamo ricercato. Poi non so se siamo stati in grado di portarla al festival, però sicuramente la personalità è anche un po’ la voglia di rimettere in discussione lo status quo, quella è una cosa che serve in questo momento».

Qual è la pressione che senti più forte come direttore artistico del MiAmi?

«Sono tante. Innanzitutto considero che noi siamo un festival indipendente e festival indipendente significa che produciamo le nostre meraviglie e i nostri disastri. Siamo forgiatori del nostro destino, le nostre fortune e i nostri dolori sono frutto delle nostre scelte. Ovviamente all’interno di un contesto, quindi per esempio Milano, città dove gli alberghi costano carissimi, quindi magari l’ospitalità degli artisti costa il triplo rispetto altrove; all’interno di un sistema discografico italiano che è quello di un paese dove si ascolta un certo tipo di musica, dove vincono un certo tipo di gusti e di consumi; e poi all’interno della nostra storia, che è una storia ormai ventennale. Quindi la responsabilità che sento è anzitutto quella di essere rispettoso nei confronti di questa storia e rispettoso nei confronti della musica. Per il resto io gran parte della mia linfa vitale durante la programmazione del festival la spendo a capire se quella sovrapposizione di dieci minuti fra l’artista delle 17.10 e quello delle 17.15 è qualcosa che danneggia l’uno o l’altro, lo sforzo più grande che faccio è quello di tutelare gli artisti meno noti, perché sono sempre convinto che il nostro lavoro possa in qualche maniera essere propositivo nei confronti delle loro esistenze artistiche, quindi mi prendo giorni e giorni per spostare dei singoli slot per cercare di creare una timetable il più possibile rispettosa di ogni singolo ecosistema. Quindi: essere rispettosi della nostra storia, essere rispettosi nei confronti del pubblico, ma soprattutto essere rispettosi nei confronti di chi viene invitato ad esibirsi sul palco. Queste sono le tre cose che in assoluto, ti assicuro, determinano una bella pressione. Io vivo l’organizzazione del MiAmi veramente con grande serietà e con grande commitment e questo ogni tanto ovviamente incide anche su dinamiche relazionali, personali, cioè è un impegno veramente molto molto molto eccitante, ma anche molto invasivo, come è normale di fronte a una realtà del genere che volevamo che fosse importante. Beh, le cose importanti vanno approcciate con quel tipo di attitudine».

Tre momenti di questi vent’anni del MiAmi che ti rimarranno per sempre nel cuore?

«Ti cito tre edizioni. Come prima quella che è stata organizzata per l’ultima volta nella vecchia location, che poi era sempre all’Idroscalo, ma nei pressi del circolo Magnolia. Poi la diciottesima edizione, quella del conseguimento della maggiore età, in cui abbiamo iniziato con i CCCP e abbiamo chiuso con i Phoenix. Quello è stato un momento veramente incredibile, vedere sul palco Phoenix, Calcutta e Giorgio Poi è stato per me meraviglioso, tanto quanto ascoltarre Mi ami dedicata da Giovanni Lindo Ferretti sul palco, con il logo MiAmi là sopra; è stato stupendo. Poi ti direi proprio quella 2005, quando tutto era finito, era notte fonda, e io, Stefano Bottura, il mio socio, insieme agli altri collaboratori, spostavamo a mano i tavoli e le panche da birreria con cui avevamo allestito i bar e avevamo quella sensazione addosso di aver veramente compiuto un’impresa eroica. Poi musicalmente un momento che io ho trovato magico come cortocircuito con quello che siamo è quando Alan Sorrenti nel 2022 ha suonato al festival. È stato un momento incredibile, perché pioveva, lui fa Figli delle Stelle, sul palco c’era una band composta da Colombre alla chitarra, le produzioni di Bruno Bellissimo e Bonito, la sezione ritmica di Frah Quintale con Popa dei Pop X alle tastiere. E c’era Alan Sorrenti che cantava una hit assoluta della musica italiana nel mondo e io in quel momento mi sono detto: “Cazzo, per questi momenti ne vale veramente la pena”. Ecco, questi sono i miei tre momenti della storia del MiAmi. Poi come bonus ti aggiungo tutto Pop X, Pop X sempre!».

Cosa ti piacerebbe che provasse un ragazzo alla fine di questi quattro giorni di musica?

«Un ragazzo che va via dal concerto di Cosmo quindi, che chiude proprio tutto il festival, quindi sono le 13/13:30. “Vorrei tornare lì subito”, ma soprattutto spero che dica “Sarebbe bello fare un festival, magari lo faccio dove abito”, oppure “Sarebbe bello suonare con altri”, oppure “È bello spingere le cose che ti piacciono e quindi magari scriverne, fare un account Instagram dove ne racconti, raccontarle ad altri, divulgare”. Il senso di quello che facciamo è creare a cascata un effetto di energia».

Anche per questo il tema di quest’anno è “Io non ho paura”?

«Si, perché speriamo che questi quattro giorni servano proprio a questo, pensare che è possibile prendere in mano la consapevolezza che ai venti di propaganda, di guerra, si può rispondere con i venti di un festival nato da zero, from the scratch proprio. Vorremmo che le persone che partecipano tornino a casa proattive e non rimangano semplicemente consumatori, quella è una cosa che ci piacerebbe molto».

Articoli di CULTURA & SPETTACOLO più letti
leggi anche