Cosmo: «Il sistema musicale italiano è bloccato da chi ti dice “Questo pezzo non va bene per Sanremo”» – L’intervista

Cosmo l’ha rifatto, dieci anni dopo l’uscita de L’ultima festa, il brano che gli ha permesso di allargare l’abbraccio verso un pubblico più ampio, lontano dalle dinamiche del circuito indipendente, il 44enne Marco Jacopo Bianchi, così all’anagrafe, propone un nuovo album distante anni luce da quell’approccio lì, quello da clubbing, che lo stesso cantautore porta avanti ugualmente, anche quando quell’impronta non lascia tracce. Il titolo del nuovo album è La fonte, undici tracce nelle quali si punta a un interessantissimo minimalismo, in cui la forma cantautorale si fa più solida, più adulta, più consapevole. Frutto però, come spiega nell’intervista sotto, non di un qualche calcolo dal saporaccio intellettualoide, ma di un’ispirazione purissima, che Cosmo, da sempre, segue alla lettera.
Partiamo dal titolo, La fonte, che è una cosa che in questo disco tu sembra proprio abbia ricercato…
«In realtà il concetto della fonte è arrivato prima del disco. Era il pezzo di una frase della canzone Sulle ali del cavallo bianco, “tornare alla fonte”, questo movimento a ritroso che un po’ per gioco, un po’ per intuizione, abbiamo iniziato a lavorare quando scrivevamo. Volevamo tornare alla fonte, ma non sapevamo neanche noi che cosa volessimo dire, non sapevamo neanche noi bene dove stavamo tornando in realtà. Parlo di noi perché ci abbiamo lavorato io e Alessio Natalizia che facciamo queste cose. Il concetto si è rivelato piano piano e, devo dire, certe cose le ho capite a posteriori, in realtà. C’era l’idea di tornare comunque a una forma più basic, più una forma canzone, una canzone che fosse un po’ più canzone italiana come stile, per quanto poi noi la facciamo sempre a modo nostro. Quando ho sentito il disco tutto insieme mi sono reso conto che iera veramente una carezza. E c’era anche la fonte, intesa come qualcosa alla quale abbeverarsi, di particolarmente puro. Qualcosa di incontaminato».
Nel disco ho notato un’attenzione particolare alla costruzione dei testi, frutto della maturazione e un’esigenza più come uomo o come artista?
«In realtà io devo dire che i testi li sento abbastanza terra terra. Secondo me il fatto che l’ambiente intorno, in cui ho inserito questi testi, non è più dance, ma è più elegante musicalmente, fa sembrare anche i testi più eleganti. Sento di essere stato ancora più semplice e diretto in questo disco, gran parte di queste sensazioni sono sicuramente date dalle produzioni più eleganti che poi sono controbilanciate dall’autotune, che è una cosa tra le più cafone che potessi fare, quindi c’è sempre questo gioco di andare a cercare un po’ gli estremi. Però sicuramente c’è una componente legata all’età, anche se ingiustamente, nel senso: io lo dico da un po’ che voglio invecchiare con la mia musica, quindi il gesto musicale mi piace che sia anche un po’ al passo anche con quella che è la mia età anagrafica, che io mi sento, nonostante sia un quarantenne abbastanza anomalo, se mi guardo intorno, rispetto alla vita che faccio, anche pur avendo tre figli, non è che ho chiuso i battenti riguardo a certe cose. Però in questo disco ho sfogato proprio questa voglia che avevo di fare delle canzoni di questo tipo, meno da sculettare, più da ondeggiare, da viaggiare con la mente, col cuore».
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Un’altra cosa che incuriosisce del titolo, rispetto poi quello che sentiamo nel disco, è che la fonte, concettualmente, è un punto di partenza, mentre in questo disco sembra che tu arrivi a una nuova consapevolezza…
«Quello sicuro, questo disco qua per me è importante proprio perché mi smarca da quello che ci si aspetta da me, da quello che genericamente si dice di Cosmo, che ormai è quello che fa le canzoni musica elettronica. E questa cosa mi ha sempre fatto un po’ mettere in un angolino, come se avessi la mia parte e basta, quello che fa quelle robe là. Invece in realtà non è così, io voglio anche misurarmi con una cosa molto più italiana, più cantautoriale, sento che ce l’ho quella roba lì. Io sento veramente che posso fare di tutto, infatti anche i prossimi passi, i prossimi capitoli, difficilmente la gente se li aspetterà. E’ anche questo il gioco».
Quando hai ascoltato il lavoro finito, hai pensato che lavorare a quest’opera ti ha insegnato qualcosa?
«In realtà quando l’ho risentito, più che far caso a cosa mi abbia insegnato o meno, la domanda era: “Quindi chissà adesso la gente che lo sente cosa pensa”. Più che trarne un insegnamento è stato un mettere un punto: “Ok abbiamo fatto ‘sta cosa, ci piace, è una figata. Adesso muoviamoci un po’ oltre”».
A questo punto mi fai venire la curiosità: quando avete riascoltato e vi siete chiesti come avrebbe reagito il pubblico, cosa vi siete risposti?
«Da un lato ridevamo, dicevamo: “’Sta cosa dell’autotune farà imbestialire un sacco di fan di sicuro”, infatti i primi commenti ai primi due singoli erano: “Spero che non ci sia tutto ‘sto autotune”. Non hai idea. Però ascoltando i brani dicevamo anche “Cazzo, alla fine probabilmente questa è la roba che i fan di Cosmo vorrebbero, rispetto alla dance, a L’ultima festa”. Cioè la sensazione in realtà era buona, sicuramente resteranno spiazzati, però in realtà sappiamo che ‘sta roba qua è ok. Quel rischio, quel brivido lì c’è, c’è sempre quel dubbio; poi soprattutto c’è anche un po’ la disillusione, questo sì devo dire, rispetto al mercato. Abbiamo fatto un lavoro di qualità e ne siamo convinti, ne siamo orgogliosi, però non ci aspettiamo niente a livello di riscontri, non ci aspettiamo che i media capiscano questa cosa, Cosmo non è più in un momento di hype come era qualche anno fa, è più una sorta di plateau, rimane lì. Non dico pessimismo, ma disillusione. Insomma non mi vedo Cosmo che fa palazzetti o stadi grazie a ‘sto disco, ecco».
Io ho sempre pensato che la tua fosse una scelta consapevole, quella di sguinzagliarti dagli obblighi algoritmici della hit a tutti i costi per seguire il tuo libero istinto artistico. Ho sempre pensato che una hit come L’ultima festa puoi sfornarla quando ti pare…
«Io penso che le hit arrivano, anzi è da anni che aspetto che mi spunti fuori una hit, ma sono impegnato a fare altre cose. Io però non penso che questa sia musica da intellettuali, non lo penso proprio. Io penso di fare del pop, il fatto è che la mia idea di pop, guardandomi intorno penso: “Vabbè, non è che siamo tanti a pensarla così”. Però poi apri un disco di Kanye West, apri le cose che succedono altrove, e dici “Vedi che comunque c’è un sacco di voglia di osare altrove, ed è anche premiata in quella roba lì”. Però sì, di base penso che non mi è più capitata un’altra L’ultima festa, semplicemente perché non è arrivata».
Ricordi come arrivò L’ultima festa?
«Non ho detto “Ora faccio una hit da radio”, ci siamo messi a giocare con degli amici, stavamo su un riff, poi un giorno ero in giro pensando alla melodia, me lo ricordo, e ho detto: “Madonna, sto pezzo è la cosa più pop che mi sia mai venuta fuori. Adesso provo ad arrangiarla proprio senza seghe, senza perdere tempo, voglio che ogni momento porti energia a quello successivo”. C’è provato, era figa e poi esplose nelle radio. Però non è che l’ho deciso a tavolino, ci sono artisti molto bravi da quel punto di vista, che invece vogliono fare hit tutto il tempo, ed effettivamente sono bravi a fare quel tipo di roba lì. E ti dico che io ho voglia di farle quelle cose lì, però deve essere credibile, deve essere una roba che arriva lei, che funzioni, non deve rubarmi l’anima, non è che lo faccio per partito preso. Evidentemente non ho più tirato fuori roba che possa spopolare in maniera incredibile. Poi però c’è anche sicuramente tutto un sistema mediatico bloccato da gente che crede di sapere cosa vuole il pubblico e quindi dice “No, questa roba non va bene per la radio”, dice “No, questa roba non va bene per Sanremo”, ma di fatto il pubblico tu non sai cosa vuole e neanche il pubblico sa cosa vuole. Dovrebbe essere data una possibilità, è stato fatto nel 2016, quando hanno scoperto che, wow, anche mia nonna si sente Radio Z e sente tutti i trapperini, gli epigoni indi, lei piacciono e si è presa bene. Cioè, veramente, anche mia nonna. Ma fino a prima del 2016 sembrava che quella roba non potesse andare in radio, che non l’avrebbero capita. La stessa L’ultima festa, abbastanza anomalo come pezzo, l’ho registrato nella stanza qua dietro, ho registrato le voci nello sgabuzzino, l’ho fatto artigianale, la canzone non era fatta in un mega studio, è stata fatta a casa mia con una scheda audio del cacchio. Però andava il pezzo, solo che ora purtroppo il sistema si è di nuovo chiuso. Abbiamo di nuovo uno status quo, come prima del 2016, fatto da questo tipo di suoni che si crede siano quelli che vanno. Le dinamiche capitalistiche si riflettono anche in questa cosa, si punta sempre all’accorpamento, tutto il sistema adesso si concentra tutto su Sanremo anche le radio ruotano su Sanremo, sta diventando un sistema asfittico, veramente molto chiuso. Infatti la disillusione rispetto al mercato è quella, purtroppo in Italia è un attimo complicato, a meno che non fai la viralità su TikTok e a un certo punto un algoritmo inizia a spingerti, come TonyPitony. Però non è che rosico, solo prendo atto di un sistema che è così. Però nel mio plateau sto curando parecchio il rapporto col pubblico, con il mio pubblico, e quello è un viaggio che mi piace».
Come è composto il tuo pubblico?
«L’ho visto anche cambiare il pubblico negli anni, mi ci riconosco di più adesso. Il risultato è anche quello. Non ho la casalinga di Voghera come pubblico medio, capisci che intendo. Non sono uno che è nato su RaiUno, quindi è un pubblico che magari condivide i miei valori, che capisce anche le lotte politiche, il fatto che mi esponga è una cosa figa. Quando poi incontro i fans è veramente bello, siamo connessi, coordinati, bella sta cosa».
Intervistato da Vanity Fair hai raccontato che la tua Le ali del cavallo bianco non è stata presa a Sanremo, il fatto che una canzone come quella fosse rifiutata restituisce la misura della sconfortante situazione del panorama musicale italiano?
«Il problema è che gli addetti ai lavori, tutti quelli che occupano un posto di potere rispetto alla direzione artistica, i media grossi, sono convinti, erroneamente, di sapere cosa vuole la gente, non sono visionari, non sono degli esperti di musica. Non c’è gente che ci capisce di musica lì in mezzo. Spesso sono ignoranti, perché se capisci di musica devi sapere conoscere tanto di quello che succede nell’underground. Se non lo sai, non sai niente. È come uno che si spaccia esperto di libri e legge solo i bestseller di Ken Follett, e ti fa l’esperto direttore artistico quando non capisce un cazzo del resto. Ci sono direttori artistici nel mondo della moda che ne sanno molto di più, per dire, di musica, sono molto connessi all’underground, sanno bene che cazzo tirare fuori di bello. Noi abbiamo un sistema in Italia che è abbastanza retrogrado, schiavo di questo perenne cerchiobottismo, deve piacere un po’ a quello, un po’ a quell’altro, un po’ all’anziana, un po’ a tutti per essere più larghi possibili, e si perdono di vista. Invece ciò che ha svoltato le cose è stato l’essere visionari, rischiare. Non so…i Queen, che cazzo erano i Queen? Pezzi da 7 minuti mandati in radio, ma anche mio papà, un operaio, non un intellettuale borghese, impazziva per i Queen. Sanremo ha vissuto qualche edizione che mi ha fatto dire, “Ah, wow, qualche sprazzo di idea”. Ed è quella la linea che bisogna seguire. Vorrei tutta una line-up così, estrema. Basta sta roba di portarci, cazzo ne so, Nek. Via, basta».
…che poi uno pensa: “Se proprio non volete fare i rivoluzionari, se proprio non vuoi fare tutta una line-up così, almeno lascia qualche spiraglio in più, almeno un pochino”, no?
«Si, infatti un po’ lo fa. Non so, c’è stata Ditonellapiaga quest’anno che ha portato un pezzo con un sound particolare. Insomma, c’è in Italia quella voglia, ma non ce n’è abbastanza per cui un sistema possa essere veramente molto ossigenato e sfornare novità. Le radio poi…non ne parliamo».
Cosa ti piacerebbe che rimanesse di questo disco in chi lo ascolta?
«Mi piacerebbe rimanesse una sensazione di abbraccio, di ristoro, e anche, però, di connessione con una propria energia positiva, che è quell’energia che ti serve per resistere anche. Tra l’altro un tema che idealmente attraversa il disco è che non bisogna rifuggire il dolore, nasconderlo, rimuoverlo, bisogna affrontarlo, farsi attraversare, assumersene anche a portata le conseguenze, però per trasformarlo in qualcosa. Non si può sfuggire ai propri demoni, ma anche alle brutture del mondo, non bisogna guardarle in faccia, però trasformarle, metabolizzarle, trasformarle in qualcosa di positivo, che sia anche soltanto la volontà di dedicarsi e connettersi a un’energia, diciamo, superiore, positiva. Non sto parlando di religione tout court, parlo soprattutto della forza di connettersi a un qualcosa di positivo, di benefico, di rivoluzionario. Questo mi piacerebbe che lasciasse: una carezza che però ti dia anche l’energia di dire sì, ci sono, sto con la schiena dritta e affronterò questi tempi di merda connettendomi al meglio».
Posso chiederti, come uomo, come padre, come artista, in questa cosa qui quanto ci credi e quanto ci speri?
«Forse più che crederci e sperarci sono così illuso che lo so. Cioè lo so, non so come dire. Quando dico “non è la fine”, io lo penso veramente che non è la fine. Per me la storia non finisce, non la scrivono i Trump o i Netanyahu, la parola fine alla storia non la scrivono loro. Sono destinati a fallire, Il sistema fallisce, è già fallito. In realtà non lo so, mi autoilludo di esserne convinto».
