Comunali, dove va Azione? Il centro mobile di Calenda tra destra, campo largo e civici. E ora può decidere Arezzo

A Reggio Calabria ha corso con il centrodestra. Ad Andria ha sostenuto la candidata del centrosinistra (che ha vinto). A Mantova è dentro la coalizione progressista-civica vincitrice. A Manduria stava con il fronte guidato dalla destra che si è imposto. Ad Arezzo e Salerno ha scelto candidati fuori dallo schema principale dei due poli. La mappa delle elezioni comunali 2026 racconta meglio di molte dichiarazioni del suo leader la linea di Azione: avanti in ordine sparso, con alleanze costruite città per città.
È il “centro mobile” di Carlo Calenda. Una postura che il numero uno di Azione rivendica da tempo: opposizione al governo, ma dialogo – e voto favorevole in aula – sui dossier chiave; distanza dalla destra sovranista, ma anche dal campo largo quando dentro ci sono gli indigeribili Cinque Stelle e la sinistra di Avs; apertura alle intese locali se il profilo dei candidati lo consente.
Azione può fare da ago della bilancia ad Arezzo
Ora gli occhi sono puntati su Arezzo, capoluogo di provincia destinato ad avviarsi verso il ballottaggio. Il candidato del centrodestra Marcello Comanducci è in vantaggio, ma sotto la soglia del 50% che consentiva l’elezione al primo turno. Alle sue spalle c’è Vincenzo Ceccarelli, candidato del centrosinistra e del campo largo. Poi Marco Donati, civico sostenuto anche da Azione, indicato come terzo incomodo e potenziale kingmaker del secondo turno.
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Qui il partito di Calenda può far pesare i suoi voti. Attorno alla candidatura di Donati si è consolidato un bacino di consenso moderato, civico, riformista, poco riconducibile agli schieramenti nazionali. La domanda diventa inevitabile: che farà Azione? Darà un’indicazione di voto, resterà neutrale o lascerà libertà agli elettori?
Da Reggio Calabria ad Andria, la geografia variabile
Il quadro cambia completamente se ci si sposta a Reggio Calabria. Qui Azione era schierata con il centrodestra a sostegno di Francesco Cannizzaro, deputato e coordinatore regionale di Forza Italia che ha vinto al primo turno contro il candidato del centrosinistra Domenico Battaglia. Sarà un precedente importante: Azione in una coalizione a trazione Forza Italia, in una città politicamente importante per il governo in questa tornata di amministrative. A Manduria, in Puglia, lo schema è stato simile: Azione è nel perimetro del centrodestra a sostegno di Domenico Sammarco, insieme a Fratelli d’Italia, Forza Italia e altre liste moderate. Anche qui la scelta, poi vincitrice, è stata lontana dal campo progressista.
Ma altrove il partito si muove nella direzione opposta. Ad Andria Azione ha sostenuto Giovanna Bruno, sindaca uscente e candidata del centrosinistra. A Mantova è nella coalizione di Andrea Murari, il candidato del fronte progressista-civico che ha raccolto l’eredità del sindaco uscente Mattia Palazzi. A Venezia, invece, Azione ha scelto il passo indietro restando fuori dalle liste. Il risultato è una geografia politica a macchia di leopardo.
Il dialogo con Meloni
A rendere la fotografia più interessante c’è poi il piano nazionale. Solo pochi giorni fa Calenda è stato a Palazzo Chigi per incontrare Giorgia Meloni e presentare le proposte di Azione su energia e industria. Il leader del partito ha parlato di un colloquio «cordiale e costruttivo», spiegando di aver risposto alla disponibilità manifestata dalla premier al question time in Senato. Resta all’opposizione, è la premessa, ma non rinuncia al confronto con il governo sui provvedimenti che considera utili.
È il doppio registro che si rintraccia in queste comunali. Il partito non entra stabilmente nel campo della destra, ma nemmeno accetta di diventare organico al centrosinistra. La scelta ricade sui candidati, sui programmi e gli accordi locali. Una linea che Calenda ha presentato più volte come l’unica alternativa alla logica dei blocchi contrapposti.
Il problema, per un Pd che vorrebbe essere a vocazione maggioritaria, è evidente. Laddove il centrosinistra riesce a costruire coalizioni civiche e riformiste, Azione può entrare in partita. Dove invece l’alleanza assume la forma del campo largo con M5s e Avs, il rapporto diventa più complicato. E spesso Azione finisce dall’altra parte, dove diventa un interlocutore utile soprattutto nei territori dove il centro moderato ha ancora un peso. Ma anche qui, senza automatismi.

