Lo stipendio del collega resta top secret: ecco cosa dice davvero il decreto sulla trasparenza delle buste paga

Da oggi è possibile conoscere lo stipendio esatto dei propri colleghi di lavoro? Non è proprio così. La nuova legge sulla trasparenza in busta paga, appena entrata in vigore dal 7 giugno, non lo permette, ma introduce regole strutturali per contrastare il divario retributivo di genere. In questo articolo rispondiamo ai dubbi e ai timori di chi ipotizzava la fine della privacy salariale in ufficio.
Per chi ha fretta
- La legge non permette alcuna “spiata” tra colleghi.
- La privacy non viene violata, ma in alcuni casi “blindata”.
- Le aziende non possono più inserire clausole contrattuali per impedire ai dipendenti di diffondere la propria retribuzione.
- Si introduce il diritto di conoscere la fascia retributiva della posizione già nell’annuncio di lavoro.
- I selezionatori non possono chiedere lo stipendio passato ai candidati.
- Le imprese con 50 o più dipendenti devono rendere accessibili i criteri per gli scatti di carriera e aumenti.
Conoscerai le medie, non gli stipendi esatti
Contrariamente a quanto interpretato nell’immaginario collettivo, il Decreto Legislativo 7 maggio 2026, n. 96 (che attua la direttiva europea 2023/970) non punta a liberalizzare il “pettegolezzo aziendale”, ma a fornire strumenti collettivi contro le discriminazioni.
Il cuore del provvedimento risiede nell’articolo 7, il quale stabilisce il diritto dei lavoratori di richiedere informazioni che riguardano esclusivamente i livelli retributivi medi, ripartiti per sesso, delle categorie di lavoratori che svolgono lo stesso lavoro.
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La privacy economica è protetta dalla legge
Il datore di lavoro può pubblicare i dati aggregati sulla rete intranet aziendale, ma in alcun caso verrà resa pubblicamente la retribuzione di un singolo dipendente.
È lo stesso articolo 7, comma 7, che blinda la riservatezza individuale, il quale precisa esplicitamente che le informazioni ottenute dai dipendenti possono essere utilizzate solo per esercitare il diritto alla parità retributiva, ma in nessun caso possono determinare la «conoscibilità diretta o indiretta delle condizioni economiche individuali di altri lavoratori».
Inoltre, per le aziende più piccole, ovvero quelle fino a 49 dipendenti, sono previste modalità di comunicazioni dei dati al fine di evitare che si possa intuire lo stipendio preciso di un collega.
Addio al “segreto salariale” (ma solo su te stesso)
La normativa, in vigore dal 7 giugno 2026, pone fine al divieto di parlare del proprio stipendio. Infatti, stabilisce che «ai lavoratori non può essere impedito di rendere nota la propria retribuzione» e vieta, di conseguenza, le clausole contrattuali che obbligano il dipendente al silenzio.
Trasparenza fin dal colloquio: “fasce” e divieti
La legge pone una condizione in chiaro già prima della firma del contratto di assunzione. In pratica, secondo l’articolo 5, i candidati a un impiego hanno il diritto di conoscere la retribuzione iniziale o la “relativa fascia” da attribuire alla posizione lavorativa, direttamente negli annunci di lavoro o nei bandi di selezione.
Inoltre, la normativa vieta ai datori di lavoro, o in ogni caso ai selezionatori, di chiedere ai candidati quanto guadagnavano nei lavori precedenti, impedendo così che stipendi bassi passati si ripercuotano negativamente sulle nuove assunzioni.
Regole chiare per gli scatti di carriera
Infine, il provvedimento interviene anche sulle regole che decidono le promozioni. Di fatto, secondo quanto riportato all’articolo 6, la legge obbliga le aziende a rendere accessibili ai dipendenti i criteri utilizzati per determinare gli scatti di carriera e gli aumenti di stipendio.
Secondo quanto previsto dalla legge, i criteri devono essere sempre oggettivi e neutri sotto il profilo del genere.
C’è però un’eccezione. L’obbligo di trasparenza sulla progressione economica, di fatto, risulta escluso solo per i piccoli datori di lavoro fino a 49 dipendenti.

