L’intelligenza artificiale aumenta il rischio di burnout? Ecco come la paura di essere sostituiti può influire sul benessere psicologico dei lavoratori

Per alcuni rappresenta una rivoluzione destinata a liberare tempo e aumentare la produttività. Per altri, invece, è una presenza sempre più ingombrante che solleva interrogativi sul futuro professionale e alimenta nuove forme di ansia e incertezza. L’intelligenza artificiale sta trasformando rapidamente il mondo del lavoro e, mentre aziende e governi discutono delle opportunità offerte da queste tecnologie, molti lavoratori si chiedono quale sarà il loro posto in un mercato sempre più automatizzato. Una questione che non riguarda soltanto l’occupazione, ma anche il benessere psicologico di chi teme di vedere le proprie competenze diventare obsolete. Secondo il Future of Jobs Report 2025 del World Economic Forum, entro il 2030 circa 92 milioni di posti di lavoro potrebbero scomparire a livello globale a causa delle trasformazioni economiche e tecnologiche in corso, mentre quasi il 40% delle competenze oggi richieste sarà destinato a cambiare profondamente.
Se il dibattito pubblico si concentra soprattutto sugli effetti economici dell’intelligenza artificiale, cresce però l’attenzione anche per le possibili conseguenze sulla salute mentale. La sensazione di dover rincorrere competenze sempre nuove, il timore di diventare meno indispensabili o di essere sostituiti da sistemi sempre più efficienti può trasformarsi in una fonte di stress persistente. Un’incertezza che non riguarda soltanto il futuro del lavoro, ma che può influenzare il rapporto con la propria professione, aumentare l’esaurimento emotivo e favorire condizioni di burnout. In questo contesto si inserisce il nuovo studio pubblicato sulla rivista Human Systems Management, che ha analizzato come la percezione di una minaccia occupazionale legata all’intelligenza artificiale possa alimentare sentimenti di insicurezza e contribuire all’insorgenza del burnout tra i lavoratori.
Il timore di essere sostituiti
Per capire come l’intelligenza artificiale possa influenzare il benessere dei dipendenti, i ricercatori hanno analizzato il rapporto tra insicurezza lavorativa, sicurezza psicologica e burnout in aziende manifatturiere impegnate nell’introduzione di sistemi di automazione e strumenti basati sull’AI all’interno dei processi produttivi. L’attenzione non era rivolta tanto alla perdita effettiva del posto di lavoro, quanto alla percezione di insicurezza generata da questi cambiamenti: il timore di essere sostituiti, vedere il proprio ruolo ridimensionato o assistere a una progressiva obsolescenza delle proprie competenze. «I dipendenti possono mantenere il proprio posto di lavoro pur sperimentando incertezza sulla propria futura rilevanza in ambienti sempre più automatizzati», spiegano i ricercatori.
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I risultati mostrano che questa forma di insicurezza lavorativa è associata a livelli più elevati di burnout, con maggiore esaurimento emotivo e minore coinvolgimento professionale. Secondo gli autori, il fenomeno è in parte mediato dalla cosiddetta sicurezza psicologica (psychological safety), definita come la percezione di poter «esprimere idee, sollevare preoccupazioni e ammettere errori senza timore di punizioni o umiliazioni». Quando i dipendenti percepiscono l’AI come una possibile minaccia per il proprio ruolo all’interno dell’azienda, diventano meno propensi a esprimere dubbi, condividere problemi o chiedere supporto ai colleghi e ai responsabili. Lo studio individua però anche un possibile fattore di protezione: i lavoratori che mostrano una maggiore fiducia nella propria capacità di comprendere e utilizzare gli strumenti di intelligenza artificiale sembrano infatti meno vulnerabili agli effetti dell’insicurezza lavorativa, suggerendo che formazione e aggiornamento professionale possano contribuire a ridurre il rischio di burnout durante le fasi di trasformazione tecnologica.
Technostress
Il timore di perdere il lavoro rappresenta soltanto una parte della questione. Sempre più ricerche suggeriscono che l’intelligenza artificiale stia introducendo una forma di incertezza più sottile, legata non tanto all’occupazione in sé quanto al valore percepito delle proprie competenze. Per molti lavoratori, la sfida non è soltanto capire se il proprio posto verrà mantenuto, ma quale ruolo avranno in organizzazioni dove alcune attività vengono progressivamente automatizzate e dove le competenze richieste cambiano sempre più rapidamente. In letteratura questo fenomeno viene associato a concetti come technostress e techno-insecurity, che descrivono il disagio generato dalla necessità di adattarsi continuamente a nuove tecnologie e dalla percezione che le proprie conoscenze possano diventare obsolete.
La ricerca pubblicata su Acta Psychologica nel 2025 ha osservato che l’insicurezza lavorativa rappresenta uno dei principali meccanismi attraverso cui l’adozione dell’AI può influenzare il benessere dei dipendenti, mentre un’altra indagine condotta su oltre 2.800 lavoratori ha rilevato un’associazione tra techno-insecurity, il timore che le nuove tecnologie possano rendere superflue le proprie competenze, e un peggior benessere mentale. Più recentemente, anche una revisione pubblicata sulla rivista Technovation dal titolo Benessere dei dipendenti: revisione sulle conseguenze dell’automazione sul posto di lavoro, ha confermato come i processi di automazione tendano a gravare soprattutto sulle dimensioni psicologiche e relazionali del lavoro, aumentando il rischio di stress, isolamento e perdita di coinvolgimento professionale.

