Terza denuncia in tre mesi per Kylie Jenner, l’ex chef privata le fa causa: «Mi ha provocato un aborto spontaneo con turni da 12 ore»

Per la ventottenne Kylie Jenner, una delle figure più in vista della famiglia Kardashian, essere denunciata dai propri ex dipendenti per abusi sul posto di lavoro sta diventando una abitudine. Dopo le citazioni in giudizio dello scorso aprile da parte dell’ex addetta alle pulizie Angelica Vasquez e, meno di due settimane dopo, di Juana Delgado Soto, una terza accusa si abbatte sulla star. Questa volta arriva dalla sua ex chef privata che sostiene che i turni estenuanti e i compiti fisicamente massacranti a cui era sottoposta le avrebbero causato un aborto spontaneo. I documenti, presentati presso la Corte Superiore di Los Angeles e ottenuti dal Los Angeles Times, descrivono un ambiente di lavoro tossico. Nonostante la chef avesse informato tempestivamente i superiori della sua gravidanza a rischio, sarebbe stata sistematicamente obbligata a fare turni di 11-12 ore al giorno e a svolgere mansioni pericolose per la sua salute.
Lo sforzo a Capodanno e il crollo alla festa di compleanno
Secondo la testimonianza inclusa nella denuncia, la donna fu assunta intorno al Giorno del Ringraziamento del 2024. Pochi giorni dopo, a inizio dicembre, comunicò ai superiori, anch’essi citati in giudizio, di essere incinta di tre mesi e di «aver bisogno di accomodamenti ragionevoli per proteggere la sua salute e la gravidanza». La risposta del management, tuttavia, sarebbe stata di totale ostilità. L’apice della pressione fisica sarebbe stato raggiunto la notte di Capodanno, quando i superiori le ordinarono di «sollevare e trasportare cibo pesante attraverso la strada e in salita, senza aiuto». Un compito insostenibile per la donna che, come si legge nelle carte, «iniziò ad avere vertigini, ad ansimare e a sentirsi soffocare, ed ebbe bisogno dell’assistenza del personale di sicurezza, che intervenne fornendole acqua e supporto».
La situazione è precipitata definitivamente il 1º febbraio 2025, in occasione della festa di compleanno di Stormi, la primogenita che Jenner ha avuto dall’ex Travis Scott. Nonostante la cuoca si trovasse ormai al quinto mese di gravidanza e l’evento fosse imponente, le sue richieste di aiuto vennero ignorate. «A causa dell’esaurimento e dell’estremo sforzo fisico», continua la denuncia, la donna «crollò in bagno durante l’evento».
Il dramma dell’aborto e il cinismo dei superiori
Quella stessa notte la chef «avvertì un estremo esaurimento fisico e una sensazione di pesantezza in tutto il corpo a causa del carico di lavoro prolungato e intenso». La mattina successiva, la drammatica scoperta: «Si svegliò con una forte emorragia ed andò al pronto soccorso. In ospedale le comunicarono che aveva perso il suo bambino». Al trauma della perdita del figlio è seguita una grave forma di depressione, che non ha comunque scosso l’empatia dei suoi coordinatori. Al contrario, quando la donna ha manifestato il proprio dolore, un suo superiore l’ha bruscamente rimproverata intimandole: «Smettila, per favore smettila. Stai turbando Kylie. La stai deprimendo».
Il licenziamento e il tentativo di corruzione del management
Poco dopo la chef è stata ufficialmente licenziata. Prima di procedere le vie legali, la signora ha inviato una formale denuncia scritta alla Tri Star, la potente agenzia di management strettamente legata alla famiglia Kardashian, descrivendo nei dettagli l’accaduto. La risposta dell’agenzia, secondo quanto depositato in tribunale, è stata un tentativo di accordo economico: un’e-mail con un’offerta di denaro in cambio della firma su una rinuncia definitiva a portare Kylie Jenner in tribunale.
La donna ha però rifiutato l’offerta, decidendo di andare fino in fondo per chiedere un risarcimento danni e denunciare le molestie, le discriminazioni e le ore di lavoro arretrate mai pagate. Della Shaker, l’avvocata che assiste l’ex dipendente, ha commentato duramente la vicenda al Times: «Essere una celebrità non esenta nessuno dalle leggi sul lavoro della California. Non vediamo l’ora di presentare le prove in tribunale e lasciare che siano i fatti a parlare da soli».

