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L’esordio di Delia: «Al concerto del Primo Maggio ho peccato di ingenuità. ‘Al mio paese’? Non è una canzone sui problemi del Meridione». L’intervista

02 Luglio 2026 - 19:44 Gabriele Fazio
La cantautrice siciliana che il largo pubblico ha conosciuto durante l'ultima edizione di X Factor nel weekend proporrà il suo primo album dal titolo "Sicilia Bedda"
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Delia è uno dei pochissimi concorrenti nella storia di X Factor, ma potremmo dire della storia dei talent musicali italiani in generale, ad essersi scrollata di dosso con grande scioltezza l’etichetta di, appunto, concorrente da talent. Lo ha fatto velocemente, forte, cosa più unica che rara, proprio di ciò che è emerso in maniera piuttosto palese proprio durante il programma, proprio mentre la tv di flusso bombardava il pubblico di luci stroboscopiche e spettacolarissime messe in scena: il fatto che fosse evidentemente una musicista preparata, già formata, già pronta, cosa che oggi conferma con l’uscita del suo primo album dal titolo Sicilia bedda. Titolo che richiama immediatamente allo stile della cantautrice classe 1999, laureata al conservatorio di Catania, che si trova particolarmente a proprio agio portando la propria lingua nei più azzardati anfratti del pop, delle ballad, delle hit.

In che periodo arriva questo disco d’esordio?

«Sto da Dio, mi stanno capitando tutte queste cose talmente belle che non le riesco ancora a realizzare, mi confondono, è come se fossi presa a schiaffi da tutte le parti. È fantastico».

Forse dipenderà dal fatto che sei riuscita immediatamente, forse anche prima di quanto tu pensassi, a lasciarti completamente alle spalle l’etichetta del talent, del personaggio televisivo….Ti chiederei come ci sei riuscita, ma non credo che ci sia stata una strategia, no?

«No, no, no, nessuna strategia. La cosa bella è che è stato tutto così veloce che in realtà ha intaccato poco la mia persona, è veramente come se io fossi dentro un involucro e tutte le cose mi rimbalzano addosso, però io non sono cambiata, e penso che anche la gente si renda conto di questa cosa, non c’è un dislivello tra quello che ero e quello che sono oggi, penso che questa sia una delle mie più grandi forze».

Quindi come hai fatto?

«Sarà che a livello musicale sono molto strutturata, vengo da un percorso classico importante, ho fatto dodici anni di conservatorio che mi hanno formato come un’accademia militare. Questa costruzione solida mi permette di stare sempre coi piedi per terra e poco con la testa in aria».

Che poi forse è anche l’elemento che ha fatto la differenza dentro X Factor, il fatto che fossi evidentemente un’artista già ampiamente a fuoco…quanto è importante oggi per tenere la rotta?

«Io penso che sia veramente importante, non fondamentale, perché poi comunque ci sono sempre i vari casi X, però sicuramente è un grande ausilio. Quando si parla di musica commerciale mi ricordo sempre come ragionavano i compositori come Mozart o Beethoven o Chopin. Loro, che hanno cambiato la storia della musica, hanno fatto tante cose super artistiche e tante cose super pop, ovviamente con accezione diversa da quella che abbiamo oggi. L’artista diventa artista quando si deve proporre al pubblico, quindi più grande è la fetta di pubblico con cui va a relazionarsi e più devono cambiare determinati assetti. All’interno del mio album c’è un po’ di tutto, dal pezzo commerciale al pezzo di nicchia, scritto tutto in siciliano, alla vecchia maniera, due cose quasi agli antipodi, perché penso ogni artista, per essere definito tale, deve dimostrare di avere tante sfaccettature, perché non siamo mai un’unica forma. Cambiamo e ci evolviamo insieme alla società e in base al gusto soprattutto della società».

Tu però facendo X Factor ti sei presa dei rischi, no? Come mai?

«Perché comunque nei miei tentativi di farlo, perché poi si parla alla fine sempre di tentativi, c’è sempre una coerenza, c’è sempre un filo che non mi fa allontanare troppo da quello che sono, che sia, banalmente, la scrittura in siciliano, che sia l’espressione, che sia il tipo di top line che vado ad utilizzare, è sempre tutto comunque coerente con quello che sono io, anche se poi va a spaziare in altri modi. Secondo me è brutto rimanere sempre fermi in una posizione, per me l’unica posizione che rimane sempre unica e indissolubile è l’utilizzo della lingua siciliana, per me è proprio il punto fermo su cui sto costruendo quello che poi sarà il mio percorso artistico, che non è da confondere con l’utilizzo del genere. Cioè, quello che faccio non è folk, il fatto che io utilizzi la lingua siciliana non è un riferimento solo al genere folk, il napoletano per esempio è stato utilizzato in tantissimi generi, ma non è che il neomelodico è folk, oppure il rap è folk. Ecco, il siciliano secondo me, fortunatamente, in questo periodo si sta aprendo a ventaglio verso altri generi, si può fare lo stesso identico lavoro che si è fatto con la lingua napoletana, non ha assolutamente niente di meno, ed è questo quello a cui punto».

Quindi non hai paura che tu in qualche modo, così come hai rischiato di essere inquadrata come personaggio da talent qualsiasi, sia inquadrata come quella che canta in siciliano…?

«Io penso che la cosa peggiore che possa capitare ad un artista è quello di essere inquadrato, perché se c’è un riquadro non c’è più possibilità di poter uscire, e quindi poi lì è la morte dell’arte, è finito tutto. Invece penso che la vera linfa stilistica sia metterci sempre alla prova. Ovviamente per farlo non bisogna mai del tutto tradire ciò da cui si parte, però è sempre una cosa che va in divenire, non ci sono dei paletti, perché sennò non c’è evoluzione, semplicemente».

Ascoltando il tuo disco più che una visione folk della musica sembra più evidente uno sguardo provinciale sul mondo, in questo momento forse ancor più raro e importante…

«Esatto, all’interno del disco c’è un pezzo super folk come Fimmina, ma poi ci sono anche Zitta e muta e Libera, sono tante sfaccettature diverse. L’unico filo conduttore, a parte i capelli ricci e la mia voce, è proprio l’utilizzo del siciliano in maniera diversa, non con una retorica sempre statica. Il folk, o comunque l’utilizzo del siciliano, possono rimandare a qualcosa di antico, di vecchio, ma in realtà per me il fatto che sia antico non vuol dire automaticamente che sia vecchio, è un vestito che si può portare in tantissimi modi, ed è quello che ho cercato di fare».

Nel disco brilla anche un certo girl power…

«Io penso che tutto ciò che riguarda la produzione di un artista è lo specchio di quello che avviene a livello personale. Io mi sono sempre ritenuta una donna libera e ho avuto la fortuna di essere riuscita a costruire attorno a me un ambiente che mi ha permesso di poterlo essere, quindi mi fa piacere il fatto che si evinca questa cosa dalle mie canzoni. È sempre però una libertà che non lede, perché io penso che la vera libertà, il vero potere, sia quello di poter essere chi si è senza fare del male a qualcuno».

L’esigenza di inserire nel disco quest’elemento nasce solo da un’esigenza in quanto artista o anche da un’esigenza in quanto cittadina di questo Paese?

«Penso che queste due cose vadano di pari passo, quello che canto è quello che penso e sono. Questo è un mio pregio e anche un mio difetto: sono sempre vera nelle cose che faccio, nelle cose che dico e nelle cose che canto. Purtroppo a volte non vengo percepita nella maniera giusta».

Quello che dici mi porta inesorabilmente a tornare al Concertone del Primo Maggio, quando hai cambiato le parole di Bella ciao….

«Sicuramente ho peccato di ingenuità. Come ti dicevo prima, questo successo è stato tutto così veloce che non mi sono resa conto che le cose che dico hanno un impatto così forte. Non mi aspettavo assolutamente che ci fosse questa grandissima shitstorm (chiamiamola così come è giusto chiamarla) e mi dispiace di essere stata fraintesa, da morire, perché non era assolutamente nei miei piani voler fare del revisionismo storico o voler mancare di rispetto alla resistenza, ai partigiani, mi dispiace tantissimo che sia passata questa cosa. Sicuramente potevo esprimermi meglio, questo lo dico, lo scrivo e lo sottoscrivo. Io fino all’anno scorso, prima di X Factor, stavo rinchiusa in una stanza a studiare dalla mattina alla sera e non parlavo, suonavo e basta, quindi non sono una che ha dimestichezza nel parlare, soprattutto dopo essere scesa da un palco del genere ed essere mitragliata da un sacco di domande mentre ho ancora tutta l’adrenalina in corpo. È stato un po’ problematico. Mi sono detta: “Ecco, non poteva essere tutto così bello, mi ero presa fino ad ora tutte le cose belle e poi mi è arrivata tutta in una volta una grande mazzata sui piedi”. Mi hanno mandato minacce di morte, tutto questo corredo di odio a un certo punto diventa gratuito. Alla fine però ho messo questa esperienza in saccoccia e ho capito che la prossima volta, quando devo esprimere dei concetti, devo pensare 750mila volte alle cose che devo dire».

C’è un’altra polemichetta che ti ha riguardato, stavolta piuttosto lateralmente e riguarda la hit Al mio paese insieme a Serena Brancale e Levante…

«Io penso che Al mio paese non è mai stata una canzone che doveva risolvere tutti i problemi del meridione e non è neanche mai stata pensata come una fotografia sociologica. È una canzone leggera che parla di cose leggere, di persone nostalgiche che quando tornano a casa non vedono l’ora di andarsene alla festa di paese, alla sagra, a trovare la zia. È semplicemente questo. Purtroppo dobbiamo sempre andare a cercare i problemi, ma si tratta solo di un po’ di leggerezza in questo mondo che è pieno di pesantezza e a volte bisogna anche guardare e cibarsi di qualcosa che ci distolga dai problemi di tutti i giorni. Per dire: all’interno del mio album c’è Al mio paese, ma ci sono poi tante altre canzoni nelle quali parlo delle malelingue, di come la Sicilia sia una terra che dà tantissimo ma che lascia poche opportunità».

Passiamo invece a tutto ciò che di bello ti è successo in questo primo periodo nella musica italiana…Qual è la cosa più bella?

«Sarò banale, ma stare a Sanremo. Tra l’altro come ospite di una cantante della quale io ero fan, che io ascoltavo. Ad oggi per me è la cosa più forte e importante che ho fatto».

Pensi di tornarci in gara?

«Sarei un’ipocrita a dire di no. Se capita, capita, se non capita si riprova e poi si ritenta, sempre».

Cosa ti piacerebbe che rimanesse di questo disco, in chi lo ascolta?

«Principalmente il fatto di non avere vergogna di essere ciò che si è, di essere orgogliosi delle proprie radici, di essere orgogliosi di avere qualcosa che ci differenzi dagli altri».

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