«La resistenza della donna va vinta dal marito», la Cedu condanna l’Italia per l’approccio sessista di una pm su un caso di violenza sessuale

La Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu) ha emesso una sentenza di condanna nei confronti dello Stato italiano, costretto a pagare una sanzione pecuniaria di 60mila euro a causa delle motivazioni messe nero su bianco da una magistrata di Benevento in un caso di violenza sessuale. I giudici di Strasburgo hanno infatti ravvisato un palese «approccio sessista in un provvedimento» giudiziario, accogliendo il ricorso presentato da Audrey Ubeda. La cittadina francese nel 2021 aveva denunciato il proprio ex compagno per maltrattamenti e violenze sessuali. «Per me è una svolta, un nuovo inizio, mi sento come una Fenice che rinasce dalle ceneri. Ma la soddisfazione maggiore è aver vinto una battaglia in nome di tutte le donne, affinché mai più si ripeta un caso come quello che aveva sconvolto la mia vita», ha detto la donna all’Ansa.
«È comune negli uomini dover vincere quel minimo di resistenza di ogni donna»
A scatenare il verdetto internazionale è stata la richiesta di archiviazione formulata dalla pm italiana, che ha liquidato le accuse sostenendo testualmente che: «È comune negli uomini dover vincere quel minimo di resistenza che ogni donna, nel corso di una relazione stabile e duratura, nella stanchezza delle incombenze quotidiane, tende a esercitare quando un marito, che nel caso di specie appare particolarmente amante della materia, tenta l’approccio sessuale».
Per l’organismo europeo, tale condotta ha violato apertamente il «divieto di trattamenti inumani e degradanti» e non ha garantito alla ricorrente il «diritto al rispetto della vita privata e familiare». Nel comunicato depositato il 2 luglio, la Corte ha infatti chiarito che «l’inchiesta contro il presunto abusatore non ha rispettato i requisiti di prontezza, accuratezza ed effettività richiesti dalla Convenzione. Inoltre, le osservazioni sessiste e stereotipate del pubblico ministero hanno sottoposto la signora Ubeda a ulteriore vittimizzazione».
Il racconto della vittima
A fare luce sui contorni di questa vicenda è il quotidiano La Verità, che ha ripercorso la cronologia dei fatti. Dopo aver appreso le argomentazioni della Procura, Ubeda ha manifestato tutto il suo dolore per gli abusi subiti tra le mura di casa: «Sono turbata perché non avrei immaginato una conclusione di questo tipo. La violenza che ho subito è stata prima psicologica, fatta di insulti e di minacce. Poi sono iniziati i pugni sul tavolo, le porte che sbattevano e i rapporti non consensuali la notte. Per esempio, alle 3 del mattino, mentre dormivo, mi tirava giù il pigiama e si metteva in mezzo alle mie gambe. Anche se accanto a noi dormiva il bambino piccolo».
Come riporta La Verità, i dettagli ignorati dagli inquirenti locali lasciano senza parole, al punto che «la pm aveva liquidato la questione non smentendola o ritenendola non provata, ma definendo uno «scherzo di cattivo gusto» un coltello puntato dal convivente alla gola della compagna mentre in televisione venivano trasmesse le immagini di un femminicidio».
La vittimizzazione secondaria nelle aule di giustizia
Il verdetto emesso dai sette magistrati europei mette sotto accusa non solo il singolo fascicolo, ma una deriva culturale che rischia di inquinare i tribunali della penisola. Secondo la Cedu, infatti, «l’approccio adottato dal pm riflette esattamente le segnalazioni del Gruppo di esperti del Consiglio d’Europa contro la violenza sulle donne». La denuncia si estende al rischio sistematico di spingere i magistrati «a dar credito agli stereotipi secondo cui una relazione intima è intrinsecamente basata sulla sottomissione, la prevaricazione e la possessività. In questo senso la Corte condivide le preoccupazioni espresse dal Gruppo sulla possibilità che le vittime di violenza domestica possano continuare a subire vittimizzazione secondaria nelle aule di giustizia».
I ritardi cronici del Tribunale dei minori
Oltre al danno psicologico inflitto dalle parole della pm, gli atti riportati da La Verità evidenziano una paralisi burocratica che ha prolungato a dismisura il calvario della donna e dei suoi figli. Sul fronte penale la situazione si è sbloccata solo di recente. Nel febbraio 2024, dopo una prima richiesta di archiviazione da parte dell’accusa, l’uomo è stato rinviato a giudizio. Una prima udienza, prevista per gennaio 2025, non ha apparentemente avuto luogo.
Parallelamente alla denuncia penale la signora Ubeda si era rivolta al Tribunale dei Minori nel maggio 2021 chiedendo l’affidamento esclusivo dei figli, l’autorizzazione a lasciare l’Italia, la revoca della responsabilità genitoriale del nonno e il mantenimento dei figli». I tempi della giustizia civile si sono rivelati estenuanti, dato che l’organo minorile «ha impiegato più di tre anni per emettere una sentenza definitiva che disponeva la revoca della responsabilità genitoriale del nonno e non sembrava che le altre richieste della signora Ubeda fossero state ancora accolte».
La permanenza nel centro di accoglienza
Durante tutta questa infinita attesa, la vittima e i suoi due bambini sono rimasti ospitati in un centro di accoglienza, senza tutele certe. La Cedu ha aspramente censurato anche questa gestione, rilevando che «non è stata presa alcuna decisione esplicita sulla richiesta della signora Ubeda di essere autorizzata a lasciare la struttura e a stabilirsi in Francia». Per Strasburgo l’Italia ha fallito su tutta la linea, avendo accertato che lo Stato «ha violato gli articoli 3 e 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo in relazione alle loro denunce di violenza domestica» e l’articolo 8 «per quanto riguarda l’inerzia del Tribunale dei minori in relazione ai diritti di affidamento e alla permanenza del minore nella struttura di accoglienza».

