Regina Coeli, 1.100 detenuti per 560 posti. L’attore Pietro Sermonti in visita al carcere racconta: «Non possiamo voltarci dall’altra parte» – Il video
Oltre il doppio dei detenuti rispetto alla capienza, fino a cinque persone per cella e temperature soffocanti. È la situazione denunciata fuori da Regina Coeli da due delegazioni in visita proprio all’interno della struttura, situata nel centro della Capitale, e nella sezione femminile di Rebibbia. Un’iniziativa promossa da Alleanza per l’articolo 27, che ha aperto le porte di 36 carceri italiane sparse in 31 città, a 350 delegati. L’intento, quello di riportare l’attenzione dell’opinione pubblica sulle condizioni delle carceri italiane. Tante le figure coinvolte, dalla senatrice Ilaria Cucchi, a personaggi del mondo dello spettacolo come l’attore Pietro Sermonti, ma anche rappresentanti di istituzioni locali, associazioni e della politica.

L’iniziativa delle carceri aperte in tutta Italia
L’idea di dedicare una giornata in cui in tutta Italia fosse possibile per diverse delegazioni entrare e poter vedere in prima persona le condizioni delle carceri italiane è partita da Alleanza per l’articolo 27 della Costituzione, che si ispira soprattutto al ruolo rieducativo della detenzione. Un’associazione, come racconta Hassan Bassi, responsabile dell’ufficio nazionale di CNCA (Coordinamento Nazionale Comunità Accoglienti), risultato di un percorso avviato nel 2025 contro il decreto sicurezza, che ha escluso l’automatismo per cui le donne incinte e i bambini potessero vivere fuori dal carcere. «Da allora oltre con oltre 400 organizzazioni in tutta Italia abbiamo avviato un percorso che vede società civile, organizzazioni, associazioni di volontariato e sindacati insieme per accendere i riflettori sulle condizioni disastrose degli istituti penali in Italia», dichiara Bassi.
A Regina Coeli, 1100 persone in 560 posti
«A Regina Coeli 1100 persone che si devono dividere 560 posti»: questo il numero shock all’interno del carcere di romano, condiviso una volta uscito dall’edificio da Patrizio Gonnella, presidente di Antigone. Strutture che, in estate, come dichiara Gonnella, si trasformano in «carceri dei morti e dei suicidi», con un tasso di affollamento del 200 per cento. Tanta «indignazione», non solo per limiti strutturali dei vecchi edifici, ma anche per la convinzione che, tutto sommato, ci si sia abituati all’idea che in carcere si finisca per morire. Assurda anche l’assenza di frigoriferi e ventilatori in ogni cella, che i detenuti debbano passare 20 ore rinchiusi a causa delle disposizioni ministeriali in vigore, ma anche che non possano telefonare quotidianamente ai famigliari: «10 minuti al giorno come ormai succede ovunque in Europa».
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Stefano Anastasia, Garante Detenuti Lazio, denuncia poi come i carcerati abbiano la possibilità di andare in “ora d’aria” due volte al giorno: una la mattina e una il pomeriggio. «L’aria del pomeriggio è dalle 13 alle 15. Potete immaginare cosa significhi» continua, «ma si può fare anche dopo le 17 o le 18»: dipende tutto dalle normative interne delle carceri che, sottolinea, possono sempre essere cambiate con un po’ di buon senso.
La denuncia dell’attore Pietro Sermonti: «Non possiamo voltarci dall’altra parte»
C’era anche l’attore Pietro Sermonti, volto noto del cinema e delle serie tv italiane a partire da Boris, tra i visitatori delle carceri romane di stamattina. «Per quasi tre ore ho visitato la casa circondariale di Regina Coeli», ha raccontato a Open: «In quanto attore ed essere umano la prima cosa che ho osservato è la condizione dei corpi dei detenuti», che sono «il doppio di quelli che potrebbe ospitare questo carcere». L’appello dell’attore è a immedesimarsi nella sofferenza vissuta per il calore all’interno delle celle, ma anche quello a compiere un atto di responsabilità collettiva: «Qui dentro ci sono persone che la Repubblica Italiana ha condannato a nome nostro. Non possiamo voltarci dall’altra parte». Infine, l’invito a smettere di vedere il «carcere solo come una punizione»: serve lavorare sul reinserimento dei detenuti.
Troppi giovani nelle carceri, ma «da qui si esce peggio di come si è entrati»
Un altro grido di protesta tra quelli che si sono levati all’uscita da Regina Coeli è quello che proviene dalla senatrice Ilaria Cucchi, sorella di Stefano Cucchi, che ha dichiarato: «Si spende veramente poco per il carcere perché, in fondo, il messaggio che passa è che i detenuti devono soffrire un po’ di più». Quasi si commuove quando ricorda di aver parlato con un ragazzo di 18 anni, da poco diventato maggiorenne, costretto in una cella con tutte persone più grandi di lui. Insieme a lei, anche Claudia Pratelli, Assessora alla Scuola, Formazione e Lavoro di Roma Capitale, racconta lo sdegno di essersi sentita confidare da un 19enne detenuto al Regina Coeli: «Voi pensate di no, ma da qui si esce peggio di come si è entrati».

La situazione nel carcere femminile di Rebibbia
Susanna Marietti, coordinatrice nazionale dell’associazione Antigone, ha visitato invece il carcere femminile di Rebibbia: «Un luogo dove in passato la vita quotidiana poteva essere migliore rispetto ad altri posti», dichiara con non poco rammarico. Ben diversa sarebbe invece la condizione attuale della sezione femminile del carcere di Rebibbia, dove si trovano «270 donne detenute per 230 posti effettivamente disponibili». Tra queste anche un’anziana con una bombola d’ossigeno o donne ex tossicodipendenti, per le quali – continua – il carcere non era sicuramente la soluzione più adatta. Tutte, stipate in «celle fatiscenti» con «materassi schifosi».
Foto e video: Le delegazioni romane di Alleanza per l’articolo 27 oggi a Roma fuori da Regina Coeli © Roberta Brodini

