Brescia, il fratello dell’ex sindaco ottiene 60mila euro dal Comune dopo 12 anni: la sentenza sulla movida che può fare scuola

Una sentenza storica della Corte d’Appello di Brescia ha messo fino a una causa durata 12 anni, stabilendo che il Comune di Brescia è tenuto a risarcire con una somma pari a 60mila euro una coppia di cittadini residenti nel centro storico per «immissioni di rumore» in casa. Un processo che aveva fatto da apripista a molti altri ricorsi a livello nazionale, ma che aveva anche fatto discutere per il legame familiare tra il promotore della causa, Gianfranco Paroli, insieme alla moglie Piera Nava, e il destinatario ultimo dell’accusa: il fratello minore e allora sindaco di Brescia, Adriano Paroli, oggi senatore di Forza Italia.
La vicenda giudiziaria: la sentenza del 2017 e il ricorso in Appello del Comune
La vicenda era iniziata nel lontano 2012, quando Gianfranco Paroli e la moglie avevano deciso di fare causa al Comune di Brescia. La loro abitazione, situata nel centro storico bresciano, all’interno del quartiere Carmine, popolato da bar e locali, era particolarmente colpita da schiamazzi notturni. Al centro della denuncia dei due coniugi, come si legge nelle carte processuali del 2014, gli «esercizi commerciali» che «nelle sere di fine settimana del periodo estivo, si trattenevano in strada recando disturbo alla quiete pubblica anche ben oltre l’orario di chiusura».
I querelanti si appellavano così all’ex art. 844 c.c., richiedendo la «cessazione immediata delle immissioni ovvero la messa in opera delle necessarie misure per ricondurre alla normale tollerabilità le immissioni»: in altre parole, stop al rumore o una sua diminuzione. Al testo stesso, veniva richiesto un risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali patiti. Nel 2017, una sentenza di primo grado del tribunale di Brescia riconosceva loro un diritto al risarcimento stimato in 50mila euro, ma un ricorso in appello del 2020 da parte del Comune aveva ribaltato il giudizio, sostenendo che l’amministrazione comunale non fosse tenuta a versare alcuna somma a titolo di indennizzo.
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Due sentenze storiche
Come racconta a Open l’avvocato Marco Piccoli, legale della famiglia, i momenti decisivi nella vicenda, da un punto di vista giurisprudenziale, sono stati due. Il primo, quello del 2017, quando un tribunale aveva riconosciuto per la prima volta un Comune responsabile del mancato controllo delle emissioni sonore sul suo territorio, costituendo «il primo caso italiano». Il secondo è stato invece nel 2023, quando «la Terza Sezione Civile della Corte di Cassazione ha stabilito il principio di diritto e ha quindi annullato la sentenza della Corte di Appello, rinviando la Corte di Appello di Brescia a una diversa sezione perché decidesse nella cornice del principio giuridico stabilito».
Si inscrive quindi in questo quadro la sentenza dello scorso 14 luglio, che ha stabilito un risarcimento del danno patrimoniale e non patrimoniale in favore dei signori Paroli, stimato in 60mila euro. L’avvocato sottolinea come la sentenza «ha rigettato la domanda di inibitoria, ossia la condanna a far cessare le emissioni rumorose, per il fatto che i signori Paroli e Nava sono stati costretti a trasferirsi altrove durante la vicenda giudiziaria in quanto talmente esasperati da vedersi costretti a vendere la loro abitazione».
La negligenza del Comune
Dalle carte processuali è emersa la responsabilità amministrativa del Comune. Sembra infatti, non solo che le emissioni sonore, di circa 20 decibel, fossero oltre la soglia di tolleranza, ma anche che non fossero state messe in atto azioni per disperdere gli assembramenti notturni, come emerge dalla testimonianza del comandante della Polizia locale. Ad aggravare la situazione, la mancanza di dispositivi in dotazione alle forze dell’ordine per misurare il rumore, ma anche l’assenza di un piano per il risanamento acustico, mai elaborato dal Comune.
La lotta fratricida
La vicenda giudiziaria aveva al tempo fatto molto discutere soprattutto per i legami familiari del querelante con l’allora sindaco di Brescia, di stanza nella sede del comune ospitata in Loggia, a pochi passi dall’abitazione dello stesso Gianfranco Paroli. «Abbiamo attraversato diverse amministrazioni perché questa vicenda nasce, come ormai è di dominio pubblico, quando il sindaco di Brescia era il fratello del signor Paroli che io ho patrocinato. Da allora si sono però susseguite più amministrazioni, fino ad arrivare a quella attuale», commenta Piccoli. Un modo come un altro per dire che, in fondo, non ci fossero motivazioni personali né politiche alla base della causa indetta dai suoi assistiti: «Semplicemente una lotta per far valere i propri diritti».
Possibili risarcimenti in arrivo: fino a 2 milioni per altri 70 residenti
Sul piatto ora possibili ulteriori risarcimenti riconosciuti dal tribunale di Brescia ad altri 70 residenti della zona che chiedono oltre 2 milioni di euro di danni al Comune. Di certo, la giurisprudenza sembra ormai aver tracciato una rotta che ben sperare per l’esito dei loro ricorsi.

