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Zelensky paga il caos-rimpasto: il ministro licenziato Fedorov vola nei sondaggi

22 Luglio 2026 - 17:32 Simone Disegni
La rimozione del capo dell'esercito Syrsky non placa la piazza: lo spettro di nuove proteste. Mikhelidze (Iai): «Ma l'Ucraina ne esce più forte»
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Dopo la settimana più caotica per la politica ucraina dall’inizio della guerra con la Russia, Volodymyr Zelensky paga dazio nei sondaggi. Secondo una rilevazione condotta nelle ultime 48 ore dal Rating Group, il gradimento del presidente ucraino è calato al 59%. Il personaggio più nel cuore degli ucraini resta l’ex comandante in capo dell’esercito, oggi ambasciatore a Londra, Valery Zaluzhnyi (70%), ma la vera novità del sondaggio è il boom di popolarità per Mykhailo Fedorov, il 35enne ministro della Difesa licenziato da Zelensky la scorsa settimana, scatenando l’incredulità degli alleati e la rabbia della piazze. Finora fuori dai riflettori prettamente politici, ora Fedorov sarebbe il secondo personaggio più popolare del Paese, con il 65% di approvazione. Zelensky sarebbe al momento appena quarto nell’indice di gradimento, dietro anche al suo consigliere ed ex capo dell’intelligence militare Kyrylo Budanov. Quando dal sentiment generale si passa all’eventualità concreta di elezioni, Zelensky resta però il primo nome degli ucraini: voterebbe per lui al primo turno il 22,3% della popolazione. Dietro, a «distanza di sicurezza», Zaluzhny (14,9%) e Fedorov (13,4%).

La retromarcia di Zelensky

Martedì sera Volodymyr Zelensky ha concesso di fatto la vittoria alla società civile – o meglio, alla sua parte più pimpante scesa in piazza negli ultimi giorni – rimuovendo dal suo incarico il comandante in capo dell’esercito Oleksandr Syrsky. Era la richiesta numero 1 dei manifestanti da quando era emerso con chiarezza come la scelta di cacciare Fedorov nel quadro dell’ennesimo rimpasto di governo fosse stata pressoché imposta da Syrsky. «O me o lui», era stato il senso dell’ultimatum del comandante dell’esercito a Zelensky, visti gli scontri e i rapporti diventati insostenibili tra i due. Di fronte a quel bivio, commenta a Open la senior fellow dello Iai Nona Mikhelidze, Zelensky «deve aver pensato che mandare via Fedorov fosse meno rischioso che cambiare il capo delle forze armate in piena guerra». Non aveva messo in conto però la reazione furente della società civile di Kiev, «imbeccata» anche dagli influenti blogger militari. E così dopo giorni di riflessioni e tormenti Zelensky è tornato su quella scelta, licenziando proprio Syrsky e insediando al suo posto Mykhailo Drapatyi.

L’offerta a Fedorov e le proteste di piazza

Un segnale di grande attenzione alle piazza, quello di Zelensky, che sottolinea ancora una volta la vivacità della democrazia ucraina. Una dinamica «impensabile non solo in Russia, ma perfino in Europa», che dimostra il grado di «dipendenza» del presidente ucraino dagli umori popolari, sottolinea Mikhelidze. Un dato che dovrebbe fare riflettere anche sui vincoli cui Zelensky è e continuerà ad essere soggetto nel caso dovesse mai concretizzarsi l’ipotesi di negoziati – anche sui territori – con la Russia. D’altra parte ora che hanno ottenuto lo scalpo di Syrsky, gli organizzatori delle proteste degli ultimi giorni non mollano, e chiamano a nuove mobilitazioni per ottenere il successo «totale», ossia il reinsediamento di Fedorov a ministro della Difesa.

Zelensky su questo non sembra voler cedere: per quella casella ha già indicato l’attuale capo dei servizi di sicurezza Yevhenii Khmara. A Fedorov ha sì offerto di tornare al governo, ma con un altro ruolo: un «incarico di leadership di rilievo che gli permetterebbe di riunire le capacità tecnologiche del nostro Paese e di garantirne il continuo sviluppo», ha spiegato su Telegram. Forte dell’ondata di popolarità, Fedorov per il momento non ha raccolto la proposta, puntando con ogni probabilità alla piena riabilitazione come ministro della Difesa. Con un occhio magari già su un futuro di ribalta politica al posto dello stesso Zelensky?

Il futuro di Zelensky e quello della guerra

Il 35enne ex ministro per la digitalizzazione «ha certamente le sue ambizioni politiche, ed è giusto così», concede Mikhelidze, «ma non è questa la chiave con cui leggere ciò che sta accadendo oggi». Con buona pace di certi schemi di lettura occidentale, spiega la ricercatrice, per il momento «non ha senso ragionare in termini di sondaggi perché siamo in stato di guerra, e finché ciò non cambierà non ci sarà alcuna elezione». Sinché durerà la guerra con la Russia, il presidente e simbolo del Paese resterà Zelensky, a meno di cataclismi. E quando il conflitto finirà, «non è neppure detto che “sprecherà” il credito conquistato ricandidandosi. Dipenderà da molte variabili, non ultima come finirà la guerra».

Resta il fatto, sostiene Mikhelidze, che dai cambiamenti di questi giorni l’Ucraina esce paradossalmente più forte, non solo per la vitalità della sua democrazia, ma anche perché il nuovo comandante in capo dell’esercito Drapatyi può riportare il sereno tra dirigenza politica, stato maggiore, ranghi dell’esercito e opinione pubblica, proseguendo sulla strategia di destabilizzazione della Russia tramite attacchi di medio e lungo raggio su obiettivi logistici e infrastrutturali strategici. Il presente e il futuro a breve/medio termine dell’Ucraina, insomma, resta la gestione della guerra, non di una campagna elettorale. Dopo mesi di “buio”, intanto, giovedì a margine del vertice Asean a Manila si incontreranno il segretario di Stato Usa Marco Rubio e il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov. Ma su possibili svolte negoziali, oggi come sempre, nessuno è disposto a scommettere un centesimo.

In copertina: Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky con il nuovo ministro della Difesa Yevhenii Khmara, il nuovo comandante in capo dell’esercito Mykhailo Drapatyi e il nuovo capo di stato maggiore Ihor Skybiuk (X)

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