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Il padre di Amy Winehouse perde la causa contro due amiche della cantante: al centro della vicenda 155 vestiti messi all’asta

31 Luglio 2026 - 13:58 Francesca Milano
Amy Winehouse
Amy Winehouse
L'uomo è stato condannato a pagare oltre un milione di euro ex coinquilina della figlia e alla sua storica stylist accusate di aver venduto abiti e accessori di Amy
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Mitch Winehouse, padre di Amy Winehouse e amministratore dell’eredità della cantante, dovrà versare quasi un milione di sterline a due delle più care amiche della figlia. L’uomo ha infatti perso la battaglia giudiziaria sugli oggetti personali dell’artista venduti all’asta negli Stati Uniti.

La High Court di Londra ha ordinato al padre della cantante, scomparsa il 23 luglio 2011, di pagare entro quattordici giorni 569.330,99 sterline (circa 665mila euro) a Naomi Parry, storica stylist della cantante, e 394.521,89 sterline (461mila euro) a Catriona Gourlay, sua amica ed ex coinquilina.

La disputa sugli oggetti messi all’asta

La causa era stata avviata nell’ottobre del 2023. Mitch Winehouse sosteneva che Parry e Gourlay non avessero il diritto di vendere 155 oggetti collegati ad Amy, messi all’asta dalla casa californiana Julien’s Auctions nel 2021 e nel 2023. Secondo il padre, i beni appartenevano all’eredità della figlia e le due donne avrebbero deliberatamente nascosto la vendita per incassarne i proventi.

Le imputate hanno sempre negato qualsiasi comportamento disonesto, sostenendo che gli oggetti fossero già di loro proprietà, fossero stati regalati da Amy durante gli anni della loro amicizia oppure fossero stati abbandonati dalla cantante. La giudice ha ritenuto credibile la loro versione e ha ricordato che lo stesso Mitch Winehouse aveva ammesso come la figlia fosse una persona molto generosa e avesse probabilmente donato loro almeno una parte dei beni.

Amy Winehouse con il vestito verde e nero indossato il 18 giugno 2011 a Belgrado, durante il suo ultimo concerto. ANSA/ WEB

Secondo la BBC, fra gli oggetti più preziosi venduti da Naomi Parry figuravano il minidress verde e nero indossato da Winehouse durante il suo ultimo concerto, a Belgrado nel giugno del 2011, battuto per 243.200 dollari, una borsa Moschino rossa a forma di cuore venduta per 204.800 dollari e un abito dorato Dolce & Gabbana acquistato per 150mila dollari. Gli oggetti di Parry raggiunsero complessivamente un prezzo lordo di circa 878mila dollari, mentre quelli di Gourlay fruttarono circa 344mila dollari.

«Sapeva della vendita fin dall’inizio»

Il punto centrale della decisione riguarda proprio la presunta segretezza delle aste. Secondo la High Court, Mitch Winehouse sapeva almeno dal 2019 che le due donne possedevano alcuni oggetti di Amy e intendevano venderli. La sentenza ricostruisce conversazioni con le amiche e con i responsabili di Julien’s Auctions, oltre a email, inventari e documenti nei quali erano indicati sia i nomi delle proprietarie sia la destinazione dei beni.

Nel dicembre 2019 un componente dello staff della casa d’aste avrebbe comunicato direttamente a Winehouse che alcuni oggetti provenivano da Parry e Gourlay. L’uomo, inoltre, manteneva contatti autonomi con Julien’s Auctions e avrebbe potuto chiedere in qualsiasi momento l’elenco completo dei beni consegnati dalle due donne. La corte ha quindi escluso che la vendita fosse stata deliberatamente nascosta.

Come è morta Amy Winehouse

Amy Winehouse è morta a 27 anni nella sua casa di Camden, a Londra, il 23 luglio 2011. L’inchiesta stabilì che la cantante era stata uccisa da un’intossicazione acuta da alcol, conseguenza involontaria di una forte assunzione di bevande alcoliche dopo un periodo di astinenza. Nel sangue furono rilevati 416 milligrammi di alcol per 100 millilitri, oltre cinque volte il limite previsto nel Regno Unito per mettersi alla guida e una concentrazione potenzialmente letale. Gli esami tossicologici non rilevarono invece la presenza di sostanze stupefacenti illegali. La morte fu classificata dal medico legale come accidentale.

Per anni aveva affrontato problemi di dipendenza da droghe e alcol: negli ultimi tempi era riuscita a smettere di assumere sostanze stupefacenti, ma continuava ad alternare periodi senza bere a ricadute, durante le quali consumava grandi quantità di alcol. Era seguita da medici e specialisti e assumeva anche farmaci per gestire l’astinenza e l’ansia. Secondo quanto emerso durante l’inchiesta, aveva ricominciato a bere pochi giorni prima della morte, dopo circa due settimane di astinenza.

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