Cosa possono imparare le aziende italiane dalla controversia tra Apple e OpenAI

La controversia nata negli Stati Uniti fra Apple e OpenAI è l’ultima in ordine di tempo in diversi settori industriali, dal farmaceutico alla moda. Secondo quanto recentemente appreso, Apple nel luglio di quest’anno ha infatti promosso un’azione giudiziaria dinanzi a una corte federale della California nei confronti di OpenAI, accusandola di sottrazione di segreti commerciali in violazione del Defend Trade Secrets Act. Apple avrebbe scoperto, a seguito di un’indagine interna, un sistema consolidato di sottrazione di informazioni riservate relative a tecnologie, processi e prodotti, perpetrato da propri ex dipendenti, passati alle dipendenze della società concorrente.
Il caso degli ex dipendenti Apple
Nel caso Apple v. OpenAI due ex dipendenti Apple sarebbero direttamente coinvolti nell’azione, in particolare un ingegnere elettronico già dipendente Apple, che avrebbe sfruttato una vulnerabilità del sistema di autenticazione, all’epoca dei fatti non nota, per accedere alla rete interna della società e scaricare decine di file riservati relativi allo sviluppo di prodotti non ancora commercializzati al pubblico, tra cui specifiche tecniche, presentazioni e dati di progetti proprietari, e un manager, sempre ex dipendente Apple, che avrebbe utilizzato informazioni riservate nell’ambito di attività di reclutamento di dipendenti Apple per portarli in OpenAI.
Secondo quanto è trapelato, peraltro, la questione non si limiterebbe ai due soggetti direttamente coinvolti nel procedimento, ma si estenderebbe a decine di dipendenti Apple passati in OpenAI, portando con sé non solo il patrimonio di conoscenze apprese nell’esercizio della propria attività lavorativa, ma anche – secondo la prospettazione di Apple – documentazione riservata Apple molto rilevante. La battaglia è resa più accesa dalla precedente collaborazione fra le due società, che fino al 2024 avevano sviluppato un progetto per integrare ChatGPT in Siri, collaborazione che si è fermata nel momento in cui OpenAI ha acquisito la startup “io Products” tra i cui fondatori risulta anche Jony Ive, ex designer di Apple), con l’obiettivo di lanciare una nuova linea di dispositivi AI.
Ti potrebbe interessare
La battaglia legale
Siamo solo all’inizio di una battaglia legale che potrebbe essere lunga ed è sicuramente incerta, perché le Corti americane hanno elaborato criteri stringenti per la valutazione della c.d. trade secrets misappropriation. Per esempio, in una decisione del 15 gennaio di quest’anno della Corte Distrettuale del Nord California (caso OpenAI v. XAI) le richieste di XAI non sono state accolte in mancanza di prova del coinvolgimento della società nelle attività di sottrazione di dati realizzate dagli ex dipendenti.
Il parere degli avvocati
Abbiamo dunque chiesto all’avvocato Roberto Valenti e all’avvocata Chiara D’Onofrio, esperti di diritto della proprietà intellettuale e di segreti commerciali dello studio legale internazionale DLA Piper, alcuni chiarimenti circa la normativa applicabile e la rilevanza e la frequenza di simili controversie in Italia.
Avvocato Valenti, qual è la normativa sulla base della quale negli Stati Uniti vengono avviate azioni di questo tipo?
«Si tratta di una normativa federale, il Defend Trade Secrets Act (DTSA), entrata in vigore negli Stati Uniti una decina di anni fa. Secondo il DTSA, è considerato segreto commerciale (trade secret) qualsiasi informazione di natura finanziaria, commerciale, scientifica, economica o ingegneristica, quali ad esempio codici, formule, progetti, prototipi o programmi, che abbia valore economico in quanto non nota né facilmente accessibile ad altri soggetti che potrebbero trarne vantaggio economico e competitivo. Nel diritto statunitense, per essere tutelate come segreti commerciali, le informazioni devono essere oggetto di misure ragionevoli di protezione, che possono essere anche clausole nei contratti con i dipendenti e collaboratori. L’acquisizione di segreti commerciali (trade secrets) è considerata illecita quando avviene tramite mezzi fraudolenti, tra cui la sottrazione e l’inadempimento di obblighi di riservatezza».
Avvocata D’Onofrio, quanto sono frequenti negli Stati Uniti azioni basate sulla sottrazione dei dati nel settore della tecnologia?
«Abbastanza, soprattutto negli ultimi tempi. Al di là della questione specifica, infatti, il caso evidenzia le tensioni che caratterizzano il settore tecnologico nella tutela dei segreti commerciali, soprattutto in un contesto di forte competizione per l’innovazione e di crescente mobilità dei lavoratori tra imprese concorrenti, con in gioco interessi economici considerevoli. Solo nel primo semestre del 2026 sono stati diversi i risarcimenti milionari accordi da corti federali americane per violazioni del Defend Trade Secrets Act. Fra questi, il caso Versata Software Inc. v. Ford Motor Co., relativo alla pretesa sottrazione di segreti commerciali relativi al software per la configurazione dei veicoli e violazione del relativo contratto di licenza, che ha portato ad un risarcimento di oltre ottanta milioni di euro».
In Italia è prevista una forma di tutela per i segreti commerciali?
(D’Onofrio): «Nel diritto italiano possono essere tutelate come segreti commerciali le informazioni aziendali e le esperienze tecnico-industriali, comprese quelle commerciali, che presentino cumulativamente tre requisiti: la segretezza; il valore economico perché segrete; e l’adozione, da parte del titolare, di misure ragionevolmente adeguate a preservarne la riservatezza. Come si può vedere, si tratta di principi analoghi a quelli stabiliti dal Defend Trade Secret Act statunitense».
La normativa applicabile è di derivazione comunitaria?
(Valenti): «Sì e no. Il diritto italiano ha infatti recepito nel 2018 la direttiva comunitaria sui segreti commerciali, che ha uniformato le legislazioni degli Stati membri dell’Unione Europea. L’Italia però ha anticipato, e in qualche modo ispirato, la disciplina comunitaria, inserendo fin dal 2004 i segreti commerciali fra i diritti di proprietà industriale. Ciò spiega perché, secondo i dati messi a disposizione dall’Ufficio dell’Unione Europea per la proprietà intellettuale all’esito dell’analisi di centinaia di procedimenti, l’Italia è uno dei paesi europei con il più alto tasso di contenziosi (circa il triplo dei contenziosi di Francia e Germania) e di successo per le aziende che azionano i propri diritti sui segreti commerciali (circa il 40% di vittorie contro una media UE del 27%)».
In che modo la sottrazione di dati di cui abbiamo parlato all’inizio (il caso Apple v. Open AI) rileva per le imprese italiane?
(D’Onofrio): «In un contesto digitale in rapida evoluzione come quello odierno, la protezione dei segreti commerciali dalle minacce informatiche è diventata una priorità soprattutto per le piccole e medie imprese (PMI). In un’economia globalizzata, in cui le informazioni possono diffondersi rapidamente, la capacità di tutelare e sfruttare appieno i propri segreti commerciali rappresenta un aspetto cruciale per assicurare il successo a lungo termine di un’impresa, oltre che una componente essenziale della strategia di valorizzazione della proprietà intellettuale».
Si può concludere che le aziende nei diversi settori investono risorse significative nella protezione dei propri dati riservati?
(Valenti): «Non sempre. Certamente c’è oggi più attenzione nel mondo imprenditoriale rispetto al tema di una tutela adeguata delle informazioni riservate. Tuttavia, secondo una recente indagine svolta dalla Commissione europea, solo il 30% delle PMI europee considera fondamentale l’uso di software di gestione della proprietà intellettuale per prevenire furti informatici di informazioni aziendali e appena il 40% dispone di un piano specifico per la gestione della protezione dei segreti commerciali, incluse policy dedicate e procedure correlate. Inoltre, solo il 26% delle PMI europee tiene traccia dei propri segreti commerciali documentandoli in un registro ad uso interno, e solo il 55% adotta misure per limitare l’accesso alle proprie informazioni riservate dai dispositivi in uso ai dipendenti. Preoccupante è il dato per cui il 40% delle PMI percepisce il rischio di sottrazione di segreti commerciali come basso. Inoltre, molte PMI lamentano la mancanza nella normativa nazionale di linee guida chiare sui requisiti essenziali di cybersecurity».
Per concludere, che lezione si può trarre dal caso Apple v. OpenAI?
(Valenti e D’Onofrio): «Il caso Apple v. OpenAI conferma, negli Stati Uniti come in Italia, la crescente tensione nel settore tecnologico in merito alla protezione dei trade secrets, soprattutto in un momento in cui la concorrenza sull’innovazione nei dispositivi tecnologici si fa sempre più serrata. Conseguentemente, la tutela di segreti commerciali e informazioni confidenziali rappresenta una priorità strategica per le imprese, non solo del settore tecnologico. Per fronteggiare i rischi connessi alla dispersione o all’uso improprio di tali asset immateriali, le imprese a tutti livelli, anche le PMI italiane, devono adottare misure preventive e organizzative mirate, tra cui la stipula di accordi specifici con i dipendenti volti a disciplinare l’uso e la riservatezza dei dati aziendali e dei segreti commerciali. A ciò si affiancano protocolli rigorosi applicati nella fase di cessazione del rapporto di lavoro, che prevedono la restituzione dei dispositivi aziendali, la cancellazione di dati riservati da qualsiasi supporto nella disponibilità dell’ex-dipendente e l’obbligo formale di non trattenere documentazione proprietaria. Tali strumenti sono essenziali per salvaguardare l’integrità del patrimonio informativo delle società e per mitigare il rischio di esfiltrazione di segreti commerciali e informazioni riservate».

