Femminicidio Tania Terrin a Venezia, Dino Keber aveva 4 denunce per violenza. Parla un’ex: «Se non avessi ritirato la querela non sarei viva»

Quattro denunce, nell’arco di oltre vent’anni, e sempre per episodi di violenza di genere. È uno degli elementi che emerge dagli atti e dalle testimonianze raccolte sulla storia di Dino Keber, il 43enne accusato di aver ucciso la ex compagna 39enne Tania Terrin, a Camponogara, nel Veneziano, prima di togliersi la vita. Le prime segnalazioni nei confronti dell’uomo risalgono al 2002, poi ancora nel 2010 e nel 2021. A presentarle furono tre donne diverse, tutte sue ex compagne, e in tutti i casi si contestavano lesioni. Le querele furono successivamente ritirate e Keber non aveva quindi precedenti penali a suo carico, ma il suo nome era noto alle forze dell’ordine.
La quarta denuncia: il tentato strangolamento di Tania
L’ultima denuncia, quella che non è mai stata ritirata, è stata presentata da Tania Terrin lo scorso aprile. La donna aveva raccontato ai carabinieri che il 19 aprile Keber le aveva messo le mani al collo fino a farle perdere i sensi. Quando si era ripresa, aveva cercato qualcuno che potesse accompagnarla in ospedale, ma nessuno dei suoi conoscenti poteva e alla fine era stato lo stesso Keber a portarla al pronto soccorso. I medici avevano riscontrato alcuni segni sul collo e le avevano dato due giorni di prognosi. Nella querela la donna aveva inoltre raccontato di un’altra aggressione, avvenuta a dicembre, quando Keber l’aveva colpita all’orecchio, provocandole lesioni al timpano e dei graffi, per cui aveva ricevuto cinque giorni di prognosi.
La fine della relazione con Tania Terrin
La relazione tra i due era iniziata nell’aprile del 2025 e la convivenza era durata appena due mesi. Terrin aveva deciso di interromperla perché, secondo quanto riferito agli investigatori, Keber non tollerava la sua autonomia. Si irritava se usciva con le amiche o trascorreva tempo con i genitori. Il tentato strangolamento di aprile era stato quindi valutato dalla Procura di Venezia come una violenza particolarmente grave, anche alla luce del fatto che lo strangolamento è considerato un importante segnale di rischio nell’escalation della violenza domestica.
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Le otto segnalazioni della madre della vittima
La madre di Tania, Marinella Forner, ha raccontato di essersi rivolta più volte alle forze dell’ordine insieme alla figlia. «Sette o otto volte siamo state dai carabinieri. Mia figlia l’ha anche querelato», ha detto. Dopo l’aggressione di aprile, la Questura di Venezia aveva valutato il quadro complessivo e nei confronti di Keber era scattato un ammonimento. Nel provvedimento veniva evidenziata una sua «propensione alla violenza di genere». I carabinieri avevano inoltre intensificato i controlli nei pressi dell’abitazione della donna. Nelle settimane successive, però, la situazione sembrava essersi temporaneamente stabilizzata. La donna non aveva ritirato la denuncia ma, a giugno, aveva riferito alla magistratura che i rapporti con l’ex sembravano più tranquilli. I due si erano anche incontrati per una cena in pizzeria.
Il femminicidio-suicidio a Ferragosto
Poi la situazione è precipitata. La sera del 15 agosto Keber ha raggiunto Terrin nella sua abitazione di Camponogara, dopo essere rientrato dalla Riviera romagnola, dove si trovava con alcuni amici. La donna è stata trovata senza vita sul divano. Secondo la ricostruzione investigativa, sarebbe stata strangolata. Le telecamere hanno ripreso Keber aggirarsi nei pressi della casa quella sera, mentre sul tavolo del soggiorno sono stati trovati due bicchieri. Poco dopo l’uomo è tornato nella sua abitazione di Dolo e si è suicidato impiccandosi.
Parla un’ex di Keber: «Se non avessi ritirato quella denuncia…»
A confermare il quadro della storia di Keber è una sua ex compagna. «Oggi non so se la mia coscienza è pulita o sporca. Se non avessi ritirato quella denuncia, magari, Tania sarebbe ancora viva. Se non l’avessi fatto, però, mi chiedo anche se sarei ancora qui, a poter parlare», ha detto la donna al Gazzettino. Il racconto di chi conosceva l’uomo restituisce un copione che, secondo le testimonianze, si sarebbe ripetuto nel tempo. «Lui faceva credere loro che se lo avessero denunciato si sarebbe ucciso», ha raccontato un’amica di una delle ex. Keber avrebbe promesso di cambiare, attribuendo i propri comportamenti alla depressione, ai farmaci o alle sue condizioni di salute. Dinamica che, secondo chi lo frequentava, gli avrebbe permesso di ottenere più volte un riavvicinamento alle compagne dopo le denunce. L’uomo era stato seguito dai servizi sanitari per problemi di dipendenze.
La magistrata di Venezia: «50-70 denunce in media a settimana per codice rosso»
Sul caso è intervenuta anche Barbara Sargenti, procuratrice vicaria di Venezia e responsabile della sezione che si occupa dei reati da codice rosso. «Il tentato strangolamento è fatto grave», ha sottolineato, spiegando che la presenza o meno di evidenti segni sul corpo non cambia la gravità dell’episodio. «Non vi è alcun dubbio che si trattasse di una relazione tossica e disfunzionale», ha aggiunto, precisando però che le indagini sul caso sono ancora in corso.
Sargenti ha confermato che le quattro denunce a carico di Keber erano state valutate e il quadro aveva portato all’ammonimento del Questore. La procuratrice ha però ricordato quanto sia complesso intervenire nei casi di violenza domestica. Solo la Procura di Venezia gestisce tra 50 e 70 segnalazioni da codice rosso alla settimana, con sette magistrati dedicati su un organico complessivo di 22 procuratori. «La prevenzione è fondamentale. C’è una complessità nei casi di codice rosso che non affiora alle cronache. La prevenzione più efficace è quella della rete territoriale»

