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Rientro al lavoro, bastano 3 giorni perché i benefici delle vacanze inizino a svanire. Ecco come rallentare lo stress

03 Settembre 2026 - 10:26 Gemma Argento
rientro in ufficio dopo le ferie estive
rientro in ufficio dopo le ferie estive
Ricerche scientifiche dimostrano che il recupero psicofisico ottenuto durante le ferie sparisce in fretta. Per mantenerlo più a lungo possono aiutare esercizio fisico, musica o le foto scattate d'estate
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Con l’inizio di settembre, per milioni di italiani è tempo di tornare al lavoro e alla routine. Un passaggio che non riguarda soltanto l’organizzazione delle giornate, ma anche il nostro benessere psicofisico: dopo settimane di ritmi più lenti, maggiore riposo e minore esposizione alle richieste lavorative, stress, sonno e umore possono risentire del ritorno a scadenze, mail e carichi quotidiani. Nell’estate 2026 sono stati 36,2 milioni gli italiani che hanno programmato almeno un periodo di vacanza tra giugno e settembre e agosto si è confermato il mese centrale delle ferie, con 17,5 milioni di persone in viaggio. Ma quanto dura, una volta rientrati, il recupero psicofisico ottenuto durante le ferie? Quanto rapidamente tornano affaticamento, carico mentale e pensieri legati al lavoro? E le vacanze riescono davvero a produrre effetti duraturi sul benessere o il ritorno alle normali richieste lavorative può cancellarli nel giro di pochi giorni?

Tre giorni e l’effetto inizia a svanire

Bastano appena tre giorni perché l’equilibrio conquistato durante le vacanze inizi già a incrinarsi. A mostrarlo è uno studio pubblicato sul Journal of Applied Psychology, nel quale 76 lavoratori sono stati seguiti nel tempo per misurare l’andamento dello stress occupazionale e, soprattutto, del burnout prima, durante e dopo le ferie. Le rilevazioni sono state cinque: due nelle settimane precedenti alla partenza, una durante la vacanza e altre due dopo il ritorno al lavoro, la prima a tre giorni e la seconda a tre settimane. Questo ha permesso ai ricercatori non soltanto di fotografare il benessere dei partecipanti durante la pausa, ma di ricostruire la traiettoria del recupero e la sua successiva perdita. Prima delle ferie, tra le due misurazioni, non si osservava infatti alcun miglioramento significativo legato alla semplice attesa della vacanza. 

La riduzione del burnout compariva invece durante il periodo di riposo, a conferma di un effettivo recupero dalle richieste lavorative. Il cambiamento, però, era rapido una volta tornati alla routine: dopo appena tre giorni i livelli di burnout avevano già recuperato parte del terreno perso durante le ferie e, dopo tre settimane, erano tornati completamente ai valori precedenti alla partenza. È proprio questa curva, miglioramento durante la pausa e progressiva risalita al rientro, a descrivere il cosiddetto “vacation fade-out effect”, cioè la graduale erosione del recupero psicologico prodotto dalle ferie una volta ristabilita l’esposizione alle condizioni abituali di lavoro.

Il peso della ruminazione

A spiegare che cosa può accadere nella mente una volta tornati al lavoro contribuisce un nuovissimo studio pubblicato nel 2026 su Frontiers in Digital Health, che ha concentrato l’attenzione sulla cosiddetta “work-related rumination”, la ruminazione legata al lavoro: pensieri negativi, ripetitivi e difficili da interrompere che continuano a riportare la mente su problemi e preoccupazioni professionali anche durante il tempo libero. Non è un fenomeno irrilevante dal punto di vista della salute: la letteratura lo associa a una maggiore difficoltà di recupero dallo stress lavorativo e a burnout, sintomi depressivi, ansia e disturbi del sonno.

I ricercatori hanno coinvolto 190 lavoratori con livelli già elevati di ruminazione, dividendoli casualmente in due gruppi: 91 hanno utilizzato Holidaily, un’applicazione sviluppata per favorire comportamenti di recupero prima, durante e dopo le ferie, mentre 99 sono rimasti nel gruppo di controllo. La ruminazione è stata misurata due settimane prima della partenza, durante le vacanze, alla fine del primo giorno di ritorno al lavoro e due settimane dopo il rientro. 

A metà delle ferie era diminuita di circa il 34% nel gruppo che utilizzava l’app e del 30% nel gruppo di controllo, mostrando quanto il distacco dal lavoro fosse in grado, già da solo, di ridurre i pensieri professionali persistenti. È soprattutto dopo il rientro, però, che le traiettorie hanno iniziato a separarsi: a due settimane dalla ripresa la ruminazione rimaneva inferiore del 22,2% rispetto ai livelli precedenti alle ferie tra chi aveva continuato a praticare le attività di recupero proposte dall’app, contro appena il 6,9% nel gruppo di controllo. Una differenza statisticamente significativa che suggerisce un punto importante: il “fade-out” non sembra essere necessariamente inevitabile nella sua rapidità e ciò che facciamo una volta tornati alla routine può contribuire a rallentarlo.

Rallentare il fade-out

Se il ritorno alla routine tende a consumare rapidamente parte del recupero ottenuto durante le vacanze, la domanda diventa inevitabile: possiamo fare qualcosa per rallentare questo processo? Alcune indicazioni arrivano proprio dallo studio del 2026. L’intervento sperimentato dai ricercatori non puntava genericamente a rilassarsi, ma a mantenere attive anche dopo il rientro alcune dimensioni del recupero psicologico: il distacco mentale dal lavoro, il rilassamento, l’autonomia, il senso di competenza, il significato attribuito alle proprie attività e la connessione con gli altri.

Ogni giorno ai partecipanti venivano proposte attività semplici e concrete, come leggere, fare esercizio fisico, trascorrere tempo con amici e familiari oppure, una volta tornati, recuperare elementi positivi della vacanza attraverso la musica ascoltata durante il viaggio, un piatto legato a quei giorni o le fotografie scattate. L’obiettivo era evitare che problemi, compiti e pensieri professionali tornassero a occupare senza interruzione anche il tempo libero. Due settimane dopo il rientro, la ruminazione legata al lavoro risultava ancora ridotta del 22,2% rispetto ai livelli precedenti alle ferie nel gruppo che aveva seguito l’intervento, contro il 6,9% nel gruppo di controllo. Non significa che esista una singola attività capace di “conservare” l’effetto delle vacanze, ma che continuare a creare occasioni reali di distacco e recupero può aiutare a rallentare almeno alcuni aspetti del vacation fade-out effect.

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