Perché quando la temperatura supera i 32°C sentiamo di più il dolore fisico

Settembre, almeno sul termometro, assomiglia sempre meno all’inizio dell’autunno. Il caldo continua a occupare una parte sempre più lunga dell’anno e anche questi primi giorni del mese stanno facendo registrare temperature pienamente estive, mentre le proiezioni stagionali lasciano aperta la possibilità di valori sopra la media anche nelle prossime settimane. Sullo sfondo c’è inoltre un El Niño atteso molto intenso nei mesi a venire, destinato a incidere ulteriormente sugli equilibri climatici globali.
Le alte temperature stanno diventando sempre più anche una questione di salute: non soltanto per i rischi più noti legati alle temperature estreme, ma per il modo in cui il nostro organismo è costretto ad adattarsi quando l’esposizione si prolunga. E tra gli effetti meno immediati ce n’è uno che riguarda il dolore: le alte temperature possono farci percepire più intensamente mal di schiena, dolori articolari, muscolari o cronici? Secondo nuovi dati, sì: il fenomeno diventa particolarmente evidente quando la temperatura supera circa i 32 °C.
Gli studi scientifici
A indagare nel dettaglio se e quanto l’aumento delle temperature possa influire sulla percezione del dolore fisico è uno studio pubblicato nel 2026 su Science e Ecological Economics, che ha incrociato i dati meteorologici con quelli del Gallup-Healthways Well-Being Index. I ricercatori hanno analizzato le condizioni di oltre due milioni di adulti, raccolte tra il 2008 e il 2017, concentrandosi non su fastidi episodici ma sulla presenza di dolore fisico avvertito per una parte significativa della giornata.
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Dai dati emerge che la probabilità di avvertire dolore aumenta con la temperatura e resta più elevata nelle giornate molto calde, in particolare quando il termometro raggiunge o supera i 32 °C. Sotto la definizione di “physical pain” possono rientrare manifestazioni molto diverse, dal mal di testa ai dolori muscolari e articolari fino alla riacutizzazione di condizioni dolorose già presenti. Su questo punto interviene anche la letteratura precedente: temperature elevate e ondate di calore sono state associate, per esempio, a una maggiore frequenza di cefalea ed episodi di emicrania, mentre la disidratazione e la perdita di sodio, potassio e calcio attraverso la sudorazione possono favorire crampi e dolore muscolare. «Più complesso è invece il rapporto con il dolore articolare e muscolo-scheletrico cronico», spiegano i ricercatori, «per il quale temperatura, umidità e pressione atmosferica sembrano interagire in modo diverso a seconda della patologia esistente».
Ma sono soprattutto alcuni dettagli a rendere interessante il dato per i ricercatori. L’associazione rimane evidente anche tra le persone che trascorrono la maggior parte del tempo al chiuso, facendo pensare che a determinarla non sia semplicemente una maggiore attività o esposizione all’esterno. È inoltre più marcata nelle fasce di popolazione a reddito più basso, dove può pesare una minore possibilità di ricorrere a strumenti di raffrescamento come l’aria condizionata, mentre risulta più debole negli anziani, probabilmente anche perché tendono a proteggersi maggiormente dalle temperature estreme. E l’effetto non cresce all’infinito: alle temperature più elevate l’incremento tende a stabilizzarsi, un possibile “effetto soffitto” nella percezione e nel modo in cui il dolore viene riferito.
Perché il caldo può farci sentire più dolore?
Ma perché il caldo può farci sentire più dolore? I meccanismi sono diversi e spesso si sommano. Il primo riguarda la termoregolazione: per disperdere calore, il corpo aumenta il flusso di sangue verso la pelle e la sudorazione, perdendo così acqua ed elettroliti. Se questi liquidi non vengono reintegrati, si riduce il volume plasmatico, cioè la quantità della componente liquida del sangue che rimane in circolo, e la pressione può risentirne, aumentando lo stress fisiologico sull’organismo. Anche la disidratazione può avere un ruolo diretto: negli studi sperimentali è stata associata a una riduzione della soglia del dolore, quindi a una maggiore sensibilità agli stimoli dolorosi, e a cambiamenti nell’attività delle aree cerebrali che li elaborano. Può inoltre favorire o aggravare alcune forme di cefalea.
Il caldo, però, può aumentare il dolore anche per vie meno immediate. Per addormentarci il corpo deve abbassare la propria temperatura interna: quando anche le notti restano molto calde, questo processo diventa più difficile, il sonno si accorcia e si frammenta e dormire male, a sua volta, aumenta la sensibilità al dolore, alterando i sistemi cerebrali che normalmente lo modulano e influenzando anche alcuni segnali infiammatori.
C’è poi un altro effetto, più quotidiano ma non meno importante: con temperature molto elevate tendiamo a muoverci meno, proprio mentre l’attività fisica è uno dei meccanismi attraverso cui l’organismo può attenuare la percezione dolorosa. L’esercizio favorisce infatti il rilascio di sostanze prodotte naturalmente dal corpo, come oppioidi endogeni ed endocannabinoidi, che aiutano a ridurre la trasmissione e la percezione dei segnali di dolore. Il caldo estremo può quindi agire su più fronti insieme, mettendo sotto pressione l’organismo, alterandone idratazione e sonno e riducendo alcuni dei meccanismi che normalmente ci aiutano a tenere il dolore sotto controllo.

