Legge elettorale, il sì del Senato. Renzi: «Testo nato perché avete paura di perdere», De Priamo (FdI): «Importante essere confermati dal voto popolare»

La nuova legge elettorale è stata approvata dal Senato con 113 voti favorevoli, 71 contrari, 2 astenuti. Ora la parola passa alla Camera, dove a luglio il testo era finito sotto il fuoco dei franchi tiratori. In mattinata, si sono svolti gli interventi conclusivi, con l’opposizione che alla fine ha mostrato dei cartelli contro la legge. I numeri però hanno lasciato ben pochi margini.
Matteo Renzi è tra i primi a parlare: «Se dio vuole abbiamo riscoperto il bipolarismo, tra Camera e Senato. Per la prima volta avete cambiato una norma passata alla Camera, avete introdotto le preferenze. Vi riconosciamo che sono state parzialmente introdotte, ve ne do atto. Questo stesso risultato politico, però, era stato proposto anni fa e nel 2016 la giovane deputata Giorgia Meloni sosteneva in televisione che con capolista bloccato più le preferenze si facesse un danno enorme, oggi presenta questo come un grande risultato».
Lo scontro sulle preferenze
Meloni, aggiunge Renzi, «non ha votato le preferenze perché ha avuto paura e avere paura di Salvini e Tajani è una cosa inedita, non per lei ma per il genere umano. Al netto delle nostre tecnicalità, oggi, c’è la famiglia che porta il 15 settembre e non dà la colpa agli Houthi ma si ricorda chi aveva detto che avrebbe tolto le accise, la politica che decide. Questa legge è nata perché avete paura di perdere e perderete.
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Maggioranza compatta
La difesa del testo da parte della maggioranza è netta, da parte di tutti i partiti: dalla Lega, che sottolinea come la approvazione del testo (e a detta del Carroccio la conseguente vittoria elettorale) porterà, nella prossima legislatura, Matteo Salvini nuovamente al Viminale e da parte di Forza Italia.
A prendere la parola per gli azzurri è Roberto Rosso, reduce della difficile mediazione col ruolo di sherpa del partito: «La sinistra si è ritirata da ogni confronto, c’è stata una curiosa amnesia collettiva dell’opposizione. Coloro che oggi criticano questo sistema, hanno votato l’Italicum, chi oggi chiede le preferenze aveva indicato le stesse come un viatico delle clientele. Chi oggi denucia i capilista bloccati non hanno avuto nessuna remora ad utilizzare il listino bloccato, ad esempio in Toscana. Si evoca la deriva antidemocratica, ma si mostra molto meno zelo quando le libertà non ci sono, come in Ucraina».
Lo scontro sull’emendamento per le preferenze
Andrea De Priamo, di Fratelli d’Italia, capogruppo anche in commissione Affari costituzionali e relatore sul testo in aula, dopo essersi scontrato con Pirondini del Movimento cinque stelle (che aveva accusato il governo di difendere la mafia), ribadisce che la legge in approvazione «mette tutti in grado di competere, con questa legge chi è il migliore vince e ognuno può giocarsela come può». Il punto più delicato è dedicato all’emendamento del centrosinistra sulle preferenze aperte che FdI, dopo averci pensato una notte, ha deciso poi di respongere: «E’ importante essere confermati dal voto popolare, ma i vostri emendamenti avevano l’obiettivo di far dimenticare il vostro festeggiamento alla Camera quando anche i capilista sono stati bocciati (emendamento del centrodestra poi bloccato dai franchi tiratori e ora approvato ndr)».
Durissima la critica del capogruppo al Senato, Francesco Boccia: «La gente ci chiede, non questo, ma di intervenire sulla scelta che hanno tra aspettare un anno per fare una Tac o rinunciare alla cure. Con la legge elettorale avete previsto che il 42% possa far scattare un premio fino a 70 deputati e 35 senatori, un premio enorme. Le preferenze, invece, piacevano a Giorgia Meloni solo quando faceva propaganda, quando poteva sceglierle veramente è scappata e non ha votato il nostro emendamento».
Infine la critica a quello che potrebbe essere un nodo della prossima votazione alla Camera, cioè la rimozione dell’alternanza di genere dalla distribuzione dei capilista: «State cacciando le donne dal parlamento – dice Boccia – basta celebrare il fatto che una donna abbia raggiunto la carica più alta del parlamento se poi da quella carica danneggia le donne».

