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Ucraina, il ritorno a scuola sotto le bombe: così insegnanti e psicologi proteggono i bambini (e i genitori) dai traumi di guerra – Il reportage

23 Settembre 2026 - 09:04 Alessandra Mancini
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Viaggio nei centri di AVSI nella regione di Odessa dove psicologi, educatori e insegnanti sono in prima linea per garantire il diritto all’educazione e aiutare le persone ad affrontare i traumi di un conflitto che dura da quattro anni
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Da Odessa – «Questo è il mio primo progetto da quando ho iniziato a disegnare». Mariyka mostra una delle sue marionette di carta. Braccia e gambe, separate dal busto, sono fissate sul retro con piccoli fermacampioni metallici che permettono agli arti di muoversi. «Il suo nome è Chloe». È bionda e, per lei, Chloe è il nome perfetto per una ragazza bionda. Disegna da quattro anni, e oggi passa il tempo a ricreare personaggi manga. Sceglie i colori, prova le combinazioni e aspetta di vedere come prenderanno forma. «Spesso comincio a disegnare quando non sto bene, e subito mi fa sentire meglio», dice. Il suo mondo non è fatto soltanto di disegni. Ci sono la scuola, i videogiochi, la musica e i libri. Ci sono le lingue che studia e quelle che vorrebbe imparare. «Da grande farò la traduttrice», ne è convinta.

Prima, però, c’è l’Ucraina, il Paese in cui è nata e dove vive, nella regione di Odessa. Ne parla con affetto, come qualcosa che sente di voler custodire. «Mi piace parlare della mia città, sai: noi abbiamo i fiori più belli del mondo, soprattutto i girasoli. La mia stagione preferita è agosto perché ce ne sono tantissimi». La guerra resta sullo sfondo. Non scompare, ma nemmeno occupa tutto il racconto. I fratelli sono nell’esercito, la sorella vive altrove. Ci sono i messaggi su Telegram, le telefonate, le distanze. E c’è la necessità di trovare piccoli spazi in cui tornare a essere semplicemente bambini. Spazi che, attorno a lei, qualcuno prova a proteggere. Una rete fatta di familiari, insegnanti, psicologi che la sostiene, anche nell’elaborazione dei traumi della guerra. Che da individuali, diventano così collettivi.

La ripresa delle lezioni: tra aule, didattica online e rifugi antiaerei

La «stagione dei girasoli», come la chiama Mariyka, è ormai agli sgoccioli. Le giornate si accorciano, e le scuole riaprono. È così un po’ ovunque. Anche in Ucraina. Il nuovo anno scolastico è cominciato il 1° settembre, il quarto dall’inizio dell’invasione russa su larga scala del 24 febbraio 2022. Anche Mariyka è tornata a scuola, insieme a oltre 3,5 milioni di alunni e agli insegnanti che li aspettano dietro le cattedre. Un momento che dovrebbe avere il sapore della ripartenza. Ma in Ucraina la parola «normalità» ha un significato diverso. La guerra non si ferma davanti ai cancelli delle scuole. Entra nelle aule.

Nell’ultimo periodo gli attacchi sono aumentati e le sirene sono diventate ancora più frequenti. «Ogni volta che entro a scuola e varco la soglia, spero che quel giorno non ci sarà un allarme e che potremo fare lezione», racconta Natalia Klimenko, dirigente del Liceo n. 2 di Biliaivka, nella regione di Odessa, dove insegna lingua e letteratura ucraina. «Purtroppo succede molto raramente», dice. Ma le lezioni non si fermano, per quanto possibile. «A prescindere da come noi insegnanti ci sentiamo e dalla paura che abbiamo, ci andiamo prima di tutto per i bambini». 

La paura non può essere semplicemente cancellata. Può essere però contenuta. «Facciamo di tutto per arrivare dai nostri studenti in uno stato di calma – sottolinea Klimenko -, per trasmettere loro la nostra tranquillità». Un obiettivo complesso, ma necessario: ridurre l’incertezza, mentre si è dentro la stessa incertezza. «La prima funzione è insegnare, ma la seconda è anche essere una sorta di psicologo». La giornata scolastica non è più una «successione di lezioni». È un tentativo di mantenere una continuità dentro una realtà che continua a interrompersi. 

ALDO GIANFRATE / AVSI | Un’aula di una scuola di Biliaivka, nella regione di Odessa, dove le lezioni continuano nonostante i frequenti allarmi aerei

Oltre la cattedra, gli insegnanti sul «fronte educativo»

Dalla pandemia da Covid all’invasione russa, per gli insegnanti e gli studenti ucraini la scuola non ha più avuto un solo luogo. Le lezioni si spostano tra le aule e gli schermi dei pc. Secondo l’Onu sono oltre 1.600 le scuole danneggiate o distrutte, più di 4 mila per il ministero dell’Istruzione ucraino, e in molte manca l’elettricità. Ma anche un edificio scolastico intatto può rimanere chiuso. Sotto la legge marziale, per fare lezione in presenza l’istituto deve avere un rifugio adeguato per ogni studente, insegnante e membro del personale. In Ucraina ci sono ormai 74 scuole completamente “sotterranee”. E poi c’è la questione dei profughi. Studenti che hanno lasciato le proprie città, magari vicino al fronte, e che ora si ritrovano catapultati in un’altra realtà: una nuova scuola, a volte con difficoltà linguistiche, e con compagni che non hanno mai visto prima.

E gli effetti di questi anni si misurano anche nelle perdite educative. «Durante la didattica a distanza i bambini perdono completamente, o quasi, la voglia di studiare. Fanno fatica a concentrarsi», racconta Olha Yevčenko, direttrice del Liceo n. 1 di Velykyi Dalnyk, nella regione di Odessa, dove insegna storia. Per gli insegnanti, però, il compito non si esaurisce nel recuperare ciò che è andato perso. «Da noi esiste l’espressione “fronte educativo”», dice Yevčenko. È il fronte degli insegnanti, chiamati a fare molto più che insegnare. «Significa educare, influenzare, formare, aiutare, fare da guida e da mentore». La guerra si riflette nelle conseguenze, ma anche nel modo di fare scuola. È una presenza con cui insegnanti e studenti devono convivere ogni giorno. Ma non può diventare tutto ciò che resta. 

Dopo la campanella: il supporto psicologico e l’arteterapia nei centri di Odessa

Suona la campanella. Un’altra giornata di scuola è finita a Odessa, in una città che anche oggi ha fatto i conti con gli attacchi aerei. I bambini escono dalle aule o dai rifugi, raccolgono i quaderni, la giornata continua. Bogdana, 8 anni, arriva con il suo zainetto a forma di orsacchiotto nel centro comunitario alla periferia della città nel sud dell’Ucraina, uno degli spazi di AVSI, un’organizzazione della società civile attiva in 41 paesi del mondo con progetti di cooperazione allo sviluppo. Dopo la scuola, qui bambini e ragazzi possono recuperare le lezioni, ricevere supporto nello studio, partecipare ad attività dedicate alla salute mentale e al sostegno psicosociale.

Il centro fa parte di PROMO – Protezione e Resilienza per l’Infanzia a Mykolaiv e Odessa, un progetto finanziato dal ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale attraverso l’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (AICS) e realizzato da AVSI insieme a Terre des hommes Italia, Potribni tut e Culture of Democracy. Il progetto garantisce i servizi educativi e di protezione durante la guerra attraverso sostegno scolastico, attività psicosociali e supporto psicologico rivolto a bambini, adolescenti e le loro famiglie. Una parte delle attività si svolge nei centri comunitari mentre le équipe mobili raggiungono le località più isolate. «È molto bello venire qui dopo la scuola, mi diverto con le mie amiche e posso giocare a scacchi», dice sorridendo Bodgana. 

ALDO GIANFRATE / AVSI  | Bogdana, 8 anni, gioca all’esterno del centro comunitario allestito da AVSI alla periferia di Odessa

Fuori, intanto, suona un altro allarme. Ma il centro è sottoterra, e le attività possono andare avanti. Bogdana si blocca per un istante. Poi riprende fiato. «I nostri figli sono abituati alle sirene antiaeree», afferma la mamma di Bogdana, Kateryna Bondarenko, avvocata di Odessa. «Quando sente un suono – prosegue -, mi chiede subito se è un allarme o se è già cessato. A volte è spaventata e mi chiede se dobbiamo andare da qualche parte. Io cerco sempre di mantenere la calma». Lei, però, ora non sembra preoccupata. La sua paura è un’altra: «Solo del buio – ci dice -. Quando diventa buio mi immagino subito tutti i tipi di mostri. Quando spengo la luce, corro subito nel mio letto, così i mostri non mi prendono». Una paura innocente, di quelle che appartengono all’infanzia.

Al centro Bogdana partecipa a diverse attività: esercizi di rilassamento, respirazione e movimento, sandplay e percorsi pensati per sviluppare le capacità cognitive. Tra tutte, però, c’è il disegno. L’arteterapia, come la chiamano i grandi. «Vedo enormi cambiamenti nei bambini dopo le attività creative», racconta la psicologa Darja Zviékova. «Diventano più aperti, più allegri, più solari. Diventano più uniti». La creatività diventa così uno spazio in cui i bambini possono ritrovare una parte di sé che la guerra mette continuamente in discussione. 

Il disegno per «dare forma alle paure e all’ansia»

Sul tavolo c’è una pila di fogli bianchi. Su ciascuno, un cerchio chiuso da uno spago rosso. I bambini sono seduti e ascoltano l’educatrice. Restano in silenzio, gli occhi sul foglio, in attesa delle indicazioni. «Disegnate ciò che vi fa sentire al sicuro», dice. Le matite cominciano a muoversi. Sul bianco compaiono un albero, un cielo, un cuore. Tornano spesso il giallo e il blu, i colori della bandiera ucraina. «Con il disegno liberiamo le emozioni, cerchiamo le risorse e insegniamo loro ad affrontare autonomamente lo stress e le difficoltà», spiega Lyubov Lozova, psicologa di un altro centro gestito da AVSI a Bessarabske, un piccolo insediamento rurale situato nel sud-ovest dell’Ucraina nella regione di Odessa. «Disegnare – spiega – può aiutare a dare una forma alle paure e all’ansia».

L’obiettivo è fare in modo che i bambini imparino a ricorrere da soli a queste tecniche, quando ne hanno bisogno. «Quando sto male, cosa faccio? Respiro, disegno o utilizzo le tecniche corporee», dice Lozova. «Il nostro compito – aggiunge – è insegnare al bambino a riconoscere quello stato e a trovare da solo un modo per uscirne», anche perché «una situazione del genere potrebbe continuare per molti anni». 

ALDO GIANFRATE / AVSI | Un’insegnante con due bambine durante un’attività di supporto psicosociale a Bessarabske

Per proteggere i bambini bisogna prendersi cura dei genitori

L’arteterapia, i giochi, le attività ricreative permettono di alleggerire la tensione e di esprimere emozioni che non sempre è facile raccontare a parole. Ma il lavoro non può fermarsi ai bambini. «Aiutarli significa intervenire anche sulle relazioni che li circondano», sottolinea Olena Jurijivna, psicologa che lavora in un’altra struttura a Velykyi Dalnyk, un villaggio nel distretto di Odessa dove la ong italiana ha implementato attività di aiuto psicosociale destinato anche agli adulti. Perché la guerra pesa, inevitabilmente, anche sugli adulti. «I genitori oggi sono esausti. L’esaurimento significa mancanza di risorse. E la mancanza di risorse porta naturalmente a un aumento dell’ansia e a cambiamenti nel comportamento».

Il bambino, aggiunge Jurijivna, percepisce lo stato emotivo dell’adulto e può reagire a sua volta con ansia, aggressività o difficoltà a gestire le proprie emozioni. «Il rischio – precisa la terapista – è che il genitore interpreti quel comportamento soltanto come un problema disciplinare e reagisca punendo il bambino. Nasce così un circolo di incomprensione». Per questo, nei centri si lavora anche con i genitori. «Il bambino è il fiore – ci spiega la psicologa -, mentre genitori e insegnanti sono le due foglie che lo sostengono. Se entrambe sono presenti e c’è equilibrio, il fiore può crescere. Se manca una delle due parti, il bambino diventa più fragile». Per proteggerlo bisogna trovare il modo di proteggere anche chi se ne prende cura. È un percorso che si costruisce insieme.

ALDO GIANFRATE / AVSI | Alcuni bambini giocano in un centro comunitario ricavato in un seminterrato a Velykyi Dalnyk, nella regione di Odessa

Lo «Yoga mamma-figlia»: un’ora per dimenticare la guerra

Nel prato accanto allo stadio di Biliaivka, nel delta del Dnepr/Dniester, nella regione di Odessa, i tappetini sono disposti in cerchio. Uno dopo l’altro, genitori e figli prendono posto. Tra loro ci sono Natalia e Ksenia, sedute l’una accanto all’altra. La lezione comincia. I movimenti sono lenti, seguono il ritmo del respiro. Le voci si abbassano fino quasi a sparire. Per un’ora non ci sono allarmi, esplosioni o notizie dal fronte. Ci sono solo i movimenti del corpo e il silenzio interrotto dal rumore del vento. Natalia ha iniziato a frequentare le lezioni di yoga da sola. Da qualche tempo ha però deciso di portare con sé anche Ksenia, che ha quasi quattordici anni. È diventato un appuntamento condiviso, uno spazio «sottratto» alla quotidianità della guerra. «Durante la lezione di yoga dimentico che nel Paese c’è un conflitto. Mia figlia è accanto a me e io mi sento a mio agio», dice Natalia.

Quell’ora è soprattutto una pausa della tensione quotidiana. «Le spalle si rilassano, noi – dice – la tensione non la dimentichiamo nemmeno di notte». Anche gli abbracci fanno parte della lezione. Per Ksenia, però, non sono sempre facili. «Mi sento un po’ in imbarazzo», racconta. Per Natalia, invece, quella stretta significa sicurezza. «Quando l’abbraccio e sento che il suo corpo, inizialmente teso, si rilassa tra le mie braccia, per me questa è la ricompensa più grande», dice. «Le lezioni sono una piccola isola di sicurezza», ci spiega Olga Tugai, insegnante di Yoga e coreografa, che lavora nel centro AVSI di Biliaivka. «Per un’ora – prosegue – genitori e figli stanno insieme senza telefoni, e senza correre da un impegno all’altro». È uno spazio per pensare, respirare e restare per qualche minuto con se stessi.

La lezione è terminata. Un’ora soltanto. Abbastanza, però, per dimenticare – almeno per un momento – la guerra. Una guerra che distrugge, separa, costringe a lasciare le proprie case. Ma che crea, inevitabilmente, forme di comunità. Le persone si cercano, si sostengono, imparano a riconoscere paure e ansie e a prendersi cura gli uni degli altri. In Ucraina questa rete passa attraverso le persone: famiglie, insegnanti, educatori, psicologi. Ognuno contribuisce a costruire un sistema più grande, nel quale il benessere di un bambino dipende anche dalla capacità di un genitore di resistere, da quella di un insegnante di esserci e da quella di una comunità di non lasciare nessuno solo. È una rete che si rafforza e si alimenta continuamente. Così, giorno dopo giorno, si ricostruisce qualcosa che la guerra cerca incessantemente di spezzare: la possibilità di stare insieme, sostenersi e tornare a credere nel futuro.

ALDO GIANFRATE / AVSI | Natalia abbraccia la figlia Ksenia durante la lezione di yoga a Biliaivka

Foto copertina: ALDO GIANFRATE / AVSI  | Una bambina gioca in una vasca di palline nel centro AVSI di Bessarabske, nel sud della regione di Odessa, dove bambini e ragazzi partecipano ad attività educative e psicosociali

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