Ultime notizie HouthiPena di mortePrimarieSigfrido RanucciUcraina
POLITICAAvsCentrosinistraConsiglio europeoGoverno MeloniIsraeleItalia VivaM5SPDSenatoUcraina

Consiglio europeo, la maggioranza cambia in corsa la risoluzione su Kiev. Ma poi sdoppia i testi per provare a dividere il Campo largo

14 Ottobre 2026 - 15:13 Luca Graziani
Tabellone elettronico del Senato con risultato votazione della risoluzione di maggioranza n.6 sulle comunicazioni della presidente del Consiglio dei Ministri Giorgia Meloni in vista del prossimo Consiglio europeo, Roma,14 Ottobre 2026. ANSA/GIUSEPPE LAMI
Il centrodestra smussa il testo sull'Ucraina ma poi lo stacca dagli altri temi. L'opposizione è divisa ma (al Senato) esce dall'aula per non partecipare al voto. Cinque i testi di minoranza
Google Preferred Site

Le divisioni sull’Ucraina, dalla maggioranza alle opposizioni, non risparmiano nessuno. Se il campo largo, a meno di ventiquattr’ore dall’intesa sulle spese militari, su Kiev oggi torna a muoversi in ordine sparso, anche il centrodestra è costretto a scendere a compromessi. Modificando la propria risoluzione per trovare un compromesso con la Lega. E’ il caso nato attorno alle comunicazioni di Giorgia Meloni alle Camere, in vista del Consiglio europeo del 15 e 16 ottobre.

Risoluzione che, nel corso della mattinata, è stata invece sdoppiata in due testi, il secondo a prima firma Maurizio Gasparri, uno su tutti i temi discussi al Consiglio Ue e l’altra, specifica, solo sull’Ucraina. Un modo per provare a dividere l’opposizione (in molti hanno notato gli applausi nei confronti di Meloni da parte dei “moderati” su Kiev) che però non ha retto alla prova dei fatti, visto che al momento di votare l’opposizione non ha partecipato al voto. I due sì non sono però totalmente sovrapponibili: la prima mozione più generale ha ricevuto 104 sì, la seconda 108.

La maggioranza cambia la risoluzione in corsa: via il sostegno alle istituzioni di Kiev

La risoluzione presentata da Gasparri solo sull’Ucraina ha comunque assorbito l’impostazione su cui, nel corso della notte, c’era stata parecchia tensione all’interno del centrodestra, fino alle modifiche arrivate, raccontano, su pressing del Carroccio. Mentre nella prima bozza si chiedeva al governo di garantire la continuità del «sostegno multidimensionale alle istituzioni e alla popolazione ucraina», nell’ultima versione oggi, invece, il riferimento alle istituzioni di Kiev è scomparso: resta soltanto il «sostegno multidimensionale alla popolazione ucraina», senza una menzione esplicita alle forniture militari. Sempre su richiesta del Carroccio, sarebbe stato eliminato anche il passaggio secondo cui «nessuna decisione sulla sicurezza europea può essere assunta senza l’Europa», mantenendo però l’impegno al pressing sulla Russia.

A metà mattinata, al Senato, si è poi trovata una ulteriore mediazione. Una risoluzione è stata concentrata sull’emergenza energetica e l’inflazione. Con un testo che chiede a Bruxelles «un’applicazione pienamente coerente e flessibile del quadro di governance economica europea», per consentire agli Stati membri misure «temporanee e mirate» a tutela di famiglie e imprese. Nessun riferimento a Donald Trump, né all’accordo sul gasolio russo con Putin, che pure oggi Meloni ha definito in Senato «una scelta che considero molto rischiosa».

Ucraina, Pd e Italia Viva difendono gli aiuti. La linea dura del M5s

A rinunciare proprio alla mediazione è il campo largo, che come anticipato da Open, sulle comunicazioni di Meloni ha presentato oggi quattro risoluzioni distinte. Il primo spartiacque resta Kiev. Nella risoluzione del Pd si chiede al governo di «continuare a garantire pieno sostegno e solidarietà al popolo e alle istituzioni ucraine, mediante tutte le forme di assistenza necessarie al rispetto del diritto di autodifesa», richiamando l’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite. Anche se la formula non cita esplicitamente le forniture militari, nelle premesse i dem chiariscono che Italia e Ue devono continuare a sostenere l’Ucraina «non solo sul piano umanitario, economico e militare come hanno fatto finora, ma anche sul piano politico e diplomatico».

Ancora più esplicita Italia Viva. La risoluzione firmata, tra gli altri, da Matteo Renzi e Raffaella Paita chiede di «confermare il pieno sostegno politico, finanziario, militare e umanitario all’Ucraina», sollecitando anche nuove sanzioni contro la Russia e opponendosi «a qualsiasi allentamento della pressione su Mosca in assenza di un cessate il fuoco».

Ben diversa la posizione dei Cinque Stelle. Nel documento presentato al Senato si parla di un «approccio fallimentare dell’Italia e dell’Europa, che attraverso il continuo invio di armamenti contribuiscono ad allontanare qualsiasi prospettiva di pace». Da qui la richiesta di un «radicale mutamento» della strategia europea, attraverso una svolta negoziale. Da notare però che, rispetto alle precedenti risoluzioni, il M5S evita di inserire tra gli impegni una richiesta esplicita di interrompere le forniture militari. Chiede invece al governo di rendere pubblico «l’elenco dettagliato dei mezzi, dei materiali e degli equipaggiamenti militari oggetto di invio all’Ucraina dal 2022».

Sulla stessa linea si colloca Avs, che propone di «superare la logica dell’escalation militare che ha monopolizzato la strategia di sostegno all’Ucraina», destinando «maggiori risorse al sostegno umanitario, alla protezione della popolazione civile e alla ricostruzione del Paese». Ma un punto d’incontro c’è. Pd, M5S e Avs richiamano tutti la necessità di una conferenza internazionale ispirata agli accordi di Helsinki. Italia Viva punta su un inviato speciale europeo per partecipare ai negoziati, proposta presente, con formulazioni diverse, anche nei testi di Pd e M5S.

Dal piano Nato al riarmo europeo: Avs vuole rivedere anche Safe

Le distanze riemergono sulla difesa. I Cinque Stelle ripropongono l’impegno già sottoscritto ieri dalle opposizioni: «Riconsiderare radicalmente gli impegni di spesa assunti in sede Nato e scongiurare ulteriori aumenti delle spese per i sistemi di armamento che insistono sul bilancio dello Stato». Al posto del riarmo dei singoli eserciti nazionali, il Movimento propone una vera difesa comune europea.

Avs si spinge oltre. Chiede di «opporsi ad ogni ulteriore incremento delle spese militari nazionali» ma soprattutto di «promuovere una revisione profonda del piano Readiness 2030, del programma SAFE e degli strumenti collegati». Non soltanto, quindi, un no agli aumenti della spesa nazionale: nel mirino anche i principali programmi europei per il rafforzamento della difesa.

Il Pd chiede invece di costruire «una vera difesa comune europea e non un riarmo degli eserciti nazionali privo di coordinamento», attraverso «una governance democratica chiara del settore e investimenti comuni necessari a realizzare l’autonomia strategica», introducendo anche «clausole vincolanti sul “Buy european”» per privilegiare gli acquisti europei. Qui il punto per i dem, insomma, non è escludere gli investimenti militari, ma coordinarli su scala continentale.

Italia Viva, pur avendo sottoscritto ieri l’impegno unitario contro ulteriori aumenti delle spese nazionali per gli armamenti, oggi chiede la «piena attuazione degli obiettivi di prontezza alla difesa entro il 2030», lo sviluppo di «una difesa e di un esercito comune europeo, in piena complementarità con la NATO» e persino l’avvio dell’iter parlamentare per ratificare gli accordi sulla Comunità europea di difesa firmati a Parigi nel 1952.

Israele, Pd e M5S chiedono l’embargo totale. Italia Viva no

Anche sul Medio Oriente è il partito di Matteo Renzi a marcare le distanze. Se il Pd chiede di «promuovere l’embargo totale di armi da e verso Israele» e di «sospendere qualsiasi forma di cooperazione militare», compresi acquisti, forniture e trasferimenti di armamenti attraverso Paesi terzi, la stessa richiesta compare nella risoluzione del M5S, che propone anche sanzioni contro il governo israeliano, la sospensione dell’accordo di associazione con l’Ue e misure restrittive all’ingresso in Europa per «chiunque abbia prestato o presti servizio» nell’esercito israeliano dall’inizio del conflitto. Proposta già avanzata a giugno.

Avs chiede a sua volta di sospendere l’accordo di associazione Ue-Israele, «rendere effettiva la proibizione della vendita e il trasferimento di armamenti verso Israele» e sanzionare i responsabili delle violazioni del diritto internazionale.

Nella risoluzione di Italia Viva, invece, non compare nessuna richiesta di embargo delle armi o di sospensione dell’accordo commerciale tra Bruxelles e Tel Aviv. I renziani sollecitano iniziative europee contro l’espansione degli insediamenti in Cisgiordania e il riconoscimento di uno Stato palestinese, ma con caratteristiche precise: «Democratico e smilitarizzato, guidato da un’Autorità palestinese riformata».

A dividere anche il piano di Trump

C’è poi il giudizio sul piano americano per Gaza. Nella risoluzione dem si parla di un «sostanziale tradimento» del mandato della risoluzione Onu 2803 del 2025 da parte del «cosiddetto Board of Peace di Trump», definito «un dannoso fallimento in cui il nostro Paese non avrebbe mai dovuto essere coinvolto».

Di tutt’altro tenore la richiesta di Italia Viva, che impegna il governo a sostenere «l’attuazione delle fasi successive del piano di pace per Gaza», pur ricollocandolo nella cornice delle Nazioni Unite. Il documento insiste sul «disarmo di Hamas e la sua esclusione da qualsiasi ruolo nel governo della Striscia», insieme al ritiro delle forze israeliane e alla ricostruzione. Almeno nelle premesse, i renziani però riconoscono che il piano promosso dagli Stati Uniti «stenta a superare la prima fase».

Le risoluzioni dell’opposizione sono comunque tutte cadute dopo il voto di quelle di maggioranza, ma lo stesso schema sarà ripresentato anche alla Camera (dove però il regolamento non prevede la decadenza automatica di quelle successive alla prima).

leggi anche