Più soldi a scuola e sanità tagliando le spese militari? Perché i fondi per la difesa non si possono spostare
In un Paese come l’Italia che deve fare i conti con lunghe liste d’attesa per la sanità pubblica, carenza di medici e scuole che ancora cadono a pezzi, aumentare le risorse per la difesa può apparire una scelta discutibile. Ma c’è un aspetto che nel dibattito politico viene spesso ignorato: buona parte dei soldi destinati alla difesa non può essere presa e trasferita da un capitolo di bilancio all’altro. Il motivo? Il grosso delle risorse aggiuntive che il governo si è impegnato a investire nelle spese militari nei prossimi anni rientra in due programmi europei – i prestiti Safe e la clausola di salvaguardia Nec – che possono essere attivati solo per investimenti ben precisi.
Quanto spende (davvero) l’Italia per la difesa?
Per comprendere la questione, è utile partire dai numeri. Secondo l’ultimo rapporto della Nato, aggiornato a luglio 2026, l’Italia spenderà per la difesa 48,31 miliardi di euro nel 2026, pari al 2,1% del Pil. Un bel salto rispetto ai 33,4 miliardi (1,52% del Pil) spesi nel 2024, ma i dati vanno comunque presi con le pinze. I quasi 15 miliardi aggiuntivi spesi quest’anno non corrispondono esclusivamente agli acquisti di armi o mezzi militari. Secondo l’Osservatorio sui conti pubblici italiani, una parte consistente della crescita della spesa dichiarata alla Nato si spiega con una riclassificazione di voci precedentemente escluse dal conteggio, tra cui alcune spese relative alla Guardia di finanza, allo spazio e alla cybersicurezza.
Tant’è che nel 2026, secondo le stime dell’Alleanza Atlantica rielaborate dalla Camera, più della metà della spesa italiana per la difesa (il 57,1%) riguarda il personale, il 24,45% i grandi equipaggiamenti e la relativa ricerca e sviluppo, il 6,85% le infrastrutture e l’11,61% le altre spese. Un altro elemento da tenere bene a mente è che c’è una differenza tra i dati Nato e quelli riportati nei documenti finanziari del governo. Il Documento programmatico di finanza pubblica (Dpfp), per esempio, indica una spesa per la difesa pari all’1,26% del Pil nel 2026 e nel 2027, destinata a scendere all’1,20% nel 2028. Una cifra decisamente più bassa di quanto riporta la Nato e che si spiega proprio con i diversi criteri di calcolo adottati.
Ti potrebbe interessare
- La Spagna di Pedro Sanchez è corsa al riarmo il doppio dell’Italia di Giorgia Meloni, e dal 2022 ha speso più di tutti in armi dopo Germania e Polonia
- Più debito per energia e Difesa, ma con 8 miliardi in meno per le spese militari: come ha fatto Meloni a convincere Crosetto. La lite con Urso: «Non ti azzardare»
- L’Ucraina entrerà nella Ue? Difesa, start-up, cereali: cosa c’è in ballo e perché Bruxelles ora frena

L’impegno sul 5% preso con la Nato
L’aumento delle spese militari promesso dal governo Meloni si inserisce all’interno di un impegno ben preciso: quello assunto al vertice Nato dell’Aia a giugno del 2025 in cui gli alleati si sono impegnati a portare la spesa annuale per difesa e sicurezza al 5% del Pil entro il 2035. L’obiettivo è diviso in due componenti: almeno il 3,5% per le esigenze militari fondamentali e fino all’1,5% per investimenti connessi alla difesa e alla sicurezza. In quest’ultima categoria rientrano, per esempio, la protezione delle infrastrutture critiche, la sicurezza delle reti informatiche, la preparazione civile, la resilienza e il rafforzamento dell’industria della difesa.
Nec e Safe, i due strumenti attivati da Giorgia Meloni
Per finanziare questo aumento della spesa militare il governo Meloni ha deciso di ricorrere a due strumenti. Il primo è la Nec (National Escape Clause), ossia la clausola di salvaguardia prevista dalle nuove regole europee di bilancio. In sostanza, Bruxelles consente agli Stati membri di aumentare la spesa netta e fare nuovo debito, entro certi limiti, purché i soldi spesi contribuiscano a raggiungere gli obiettivi del piano ReArm Europe. L’Italia ha presentato la richiesta a settembre, chiedendo di poter utilizzare una flessibilità cumulata fino allo 0,9% del Pil per le spese militari entro il 2028. In termini assoluti, si tratta di circa 14,4 miliardi. La stessa cifra è stata chiesta dall’Italia anche per le spese energetiche, sempre nell’ambito dello stesso meccanismo ma in questo caso per interventi legati alla transizione verde e per superare la dipendenza dai combustibili fossili.
Un secondo strumento fondamentale per il governo per rispettare gli impegni presi con la Nato è il programma Safe, acronimo di Security Action for Europe. In sostanza, si tratta di un meccanismo europeo che mette a disposizione degli Stati membri fino a 150 miliardi di euro sotto forma di prestiti a lungo termine per finanziare investimenti strategici nella difesa e rafforzare la capacità produttiva dell’industria militare europea. In un primo momento, l’Italia aveva chiesto 14,9 miliardi di euro, poi è scesa a circa 8 miliardi. Una cifra per cui è arrivato il via libera della Commissione europea il 13 ottobre scorso.

Quanti sono i fondi per la difesa che si possono davvero spostare altrove?
Tutte le mosse del governo menzionate finora – l’impegno del 5% preso con la Nato, l’attivazione della clausola di salvaguardia e la decisione di accedere ai prestiti Safe – sono perfettamente criticabili a livello politico. D’altronde, al di là del dibattito su riarmo e spese militari, c’è anche una questione contabile da non dimenticare. La Nec, per esempio, non eroga finanziamenti, ma consente all’Italia di derogare temporaneamente ai vincoli europei di bilancio, mentre i soldi chiesti tramite il programma Safe sono prestiti, e in quanto tali andranno ripagati. Ma c’è una cosa che a livello politico non ha senso chiedere o proporre, ossia spostare quei 22 miliardi complessivi chiesti in Europa per dirottarli su scuola e sanità. In entrambi i casi, infatti, le risorse servono a finanziare investimenti e acquisti nel settore della difesa, secondo i criteri stabiliti.
Ma quindi quali e quanti sono i fondi per la difesa che un governo di diverso colore politico potrebbe decidere di spostare su altre voci? Una cifra precisa, in realtà, non esiste. Per individuarla bisognerebbe analizzare i singoli capitoli di bilancio. Nel 2026, per esempio, il programma dedicato all’ammodernamento degli armamenti, alla ricerca e agli acquisti militari vale circa 8,8 miliardi di euro. È su una parte di questa cifra che, volendo, si potrebbe intervenire. Ma la questione di fondo rimane: le risorse per finanziare l’aumento delle spese militari si possono usare o non usare. Di certo, quei soldi non possono essere chiesti per la difesa e poi spostati verso altre priorità.
Foto copertina: ANSA/Frustaci

