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«Questo fumo? Sto facendo pulizia». La risposta dell’ex marito di Federica Torzullo all’amico (mentre bruciava le prove del femminicidio)

08 Novembre 2026 - 14:06 Alba Romano
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All'amico che segnalava il fumo nero nel capannone di Anguillara l'uomo, rispondeva così. Ma in realtà stava invece distruggendo il telefono della moglie e i teli usati per asciugare il sangue dal pavimento. Cosa emerge dal faldone del processo in corso
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«Sto facendo un po’ di pulizia». Con queste parole Claudio Carlomagno aveva liquidato un elettricista, amico di famiglia, che lo avvisava di aver visto una colonna di fumo provenire dalla sua ditta di movimentazione terra, ad Anguillara. In realtà Carlomagno stava bruciando il cellulare della moglie, da lui uccisa in casa forse la sera prima, e i teli usati per lavare il sangue dal pavimento. A parlarne è oggi il Messaggero, riferendo che la conversazione si trova nelle 6.200 pagine del faldone del processo, appena iniziato, in cui l’uomo è accusato di femminicidio premeditato, soppressione e vilipendio di cadavere.

Come ha preso fuoco il cadavere di Federica

Il corpo della donna è stato poi trovato in una buca del cantiere, «deturpato sottoponendolo ad azione di fiamma con particolare coinvolgimento del volto», si legge nel capo di imputazione. Questo perché stando a quanto ha riferito poi Carlomagno dopo aver gettato il corpo di Federica nel cassone di uno dei mezzi della sua azienda, le fiamme si erano estese alla salma e lui aveva cercato di spegnerle cospargendola di sabbia e colpendola con una pala. Per gli inquirenti, invece, quelle «pulizie» servivano unicamente a cancellare le tracce del massacro.

Il racconto dell’elettricista

A confermare l’episodio ai magistrati di Civitavecchia era stato, il 19 marzo, l’elettricista Lorenzo Bernardini: «Ricordo nitidamente che il 9 gennaio di quest’anno mi trovavo a transitare nella zona dove insiste la ditta Carlomagno e, intorno alle 7,50, ho notato una colonna di fumo nero provenire dai locali che ospitano la sua azienda. Visto il colore intenso del fumo, ho pensato che un mezzo potesse aver preso fuoco. Ho avvisato Claudio Carlomagno che mi rispondeva tranquillizzandomi perché era lui che stava facendo un po’ di pulizia».

L’interrogatorio e la discrepanza oraria

Durante il faccia a faccia con i magistrati il 19 maggio, Carlomagno ha sostenuto di aver agito la mattina del 9 gennaio in bagno prima che Federica facesse la doccia, descrivendo l’accoltellamento come un gesto quasi fortuito al culmine di un litigio improvviso. «Mentre stavamo discutendo ho preso un coltello che avevamo in un mobile del bagno, volevo solo spaventarla ma lei è venuta verso di me e io l’ho colpita. Eravamo frontali, le ho sferrato una coltellata. Penso un’altra, ma alla prima si era già accasciata. È spillato del sangue», riporta il Messaggero. Incalzato dal procuratore Alberto Liguori con la domanda «Neanche di fronte al sangue si è fermato?», l’imputato si è giustificato: «È stato tutto velocemente. Io questo ricordo, due coltellate la seconda coltellata mentre ero accanto a lei. È stato un tutt’uno nell’andare per terra e il susseguirsi delle cose io sono caduto».

L’arrivo in cantiere

La vittima, ha aggiunto, «non ha urlato, non ha avuto il tempo». Poi il racconto delle fasi immediatamente successive al delitto: «Pensavo di fare lo stesso verso di me ma mi mancava il coraggio Ho fatto cadere a terra il coltello, non ho capito più niente perché c’era sangue subito non si muoveva più. C’era un tappetino da bagno, l’ho preso, c’abbiamo dei teli per asciugarci e l’ho coperta con quelli. L’ho messa in questi asciugamani era nuda perché si doveva fare la doccia».

E ancora, sulla discesa in garage: «Dopodiché l’ho trasportata per le scale verso la macchina: l’ho presa da sotto le ascelle, l’ho tirata, toccavano soltanto i talloni per terra ho aperto il bagagliaio, l’ho presa in braccio, prima ho messo una parte e ho fatto fatica, l’ho sollevata per metterla dentro ci stava orizzontale. L’ho coperta con uno stoino, sono rientrato a casa e ho preso quello che c’era a terra, asciugamani e tappetino. Poi è arrivato mio padre». Al genitore Carlomagno non rispose al citofono, adducendo in seguito un guasto elettrico. Infine il trasferimento nel capannone aziendale: «sono rimasto in macchina fermo per riflettere. E non c’era nessun tipo di soluzione», prima di seppellire il corpo con la giustificazione: «È caduta dentro la buca e l’ho ricoperta».

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