Europee, Eric Jozsef: «È vero, i gilet gialli votano Le Pen» – L’intervista

Il corrispondente in Italia del quotidiano “Liberation” commenta i risultati del voto francese e spiega la differenza con quello italiano

È la Francia, insieme all’Italia, a veder trionfare i sovranisti in queste elezioni europee 2019. Si conferma la vittoria della lista di destra Prenez le Pouvoir!, sostenuta dal partito Rassemblement National di Marine Le Pen con il 23,43% dei voti. Votazione che ha visto un’affluenza fuori dal comune – circa il 52%, quasi 10 punti in più rispetto alle precedenti elezioni. «C’è stato un sentimento molto forte sia di mobilizzazione di chi contesta la politica di Emmanuel Macron, sia di chi sentiva la necessità di mobilitarsi per bloccare in qualche modo l’avanzata del Front National», spiega a Open Eric Jozsef corrispondente da Roma di Libération e della radiotelevisione pubblica svizzera Rts.

In Francia «queste elezioni europee hanno riprodotto un po’ lo schema del secondo turno delle presidenziali», spiega il giornalista. «E c’erano 34 liste: era difficile per un elettore non trovare una lista che potesse in qualche modo corrispondere ai suoi orientamenti politici. Ma l’elemento principale resta la forte polarizzazione Macron-Le Pen con, sullo sfondo, la crisi dei gilet gialli. C’è stata una grande politicizzazione dello scrutinio».

Marine Le Pen. Epa/Christophe Petit Tesson

Jozsef, quanto ha influito il movimento dei gilet gialli sul voto?

«La lista ‘Alleanza gialla’, guidata dal cantante Francis Lalanne, ha raccolto circa lo 0,54% dei suffragi: politicamente, non c’è stata una traduzione della protesta. Era quello che ci chiedevamo da un po’ di mesi: sapere quale sarebbe stata l’espressione politica del movimento. Il tentativo dei 5 Stelle di cercare degli interlocutori nei gilet gialli non era così assurdo: nascono nella protesta di base, si diffondono a livello orizzontale e quindi pensare che potessero avere un’espressione politica aveva senso. Dopodiché – a parte che il M5S lo ha fatto male nei modi e trovando gli interlocutori sbagliati – il fatto che non ci sia stata una traduzione politica della lista dimostra l’eterogeneità del movimento: ha convogliato gente che proviene dall’estrema destra, dalla sinistra, cittadini esasperati, le provincie. E non c’è stato effetto perché non c’era offerta politica».

Per chi hanno votato?

«Possiamo immaginare che in molti abbiano votato Marine Le Pen: erano già per la Le Pen a monte, non è il movimento ad averli trasformati. Poi potrebbero aver votato piccole liste, e non è escluso che alcuni di loro abbiano votato Verdi o si siano rifugiati nell’astensione. Il grosso, secondo me, è andato a Marine Le Pen perché la destra moderata tradizionale non ha avuto un buon successo: anzi, è un disastro. Anche La France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon, che aveva cercato e sperato molto in un rilancio sul movimento dei gilet gialli, porta a casa una sconfitta notevole».

Cosa succederà adesso a livello nazionale? Marine Le Pen chiede lo scioglimento dell’Assemblea Legislativa.

«Non succederà. Quello che può succedere è un piccolo rimpasto governativo. Rimpasto che Macron non farà, eventualmente, proprio a caldo: aspetterà forse un po’ di tempo per cambiare alcuni ministri. Non dovrebbe cambiare il primo ministro: nella strategia di Macron di avere Edouard Phlippe come premier, l’obiettivo era quello di attrarre i voti della destra tradizionale. E ha funzionato, nel momento in cui i Repubblicani cadono all’8%. Se poi il movimento dei gilet gialli dovesse riprendere, allora potrebbero esserci dei problemi. Altrimenti, a priori no. In vista delle elezioni presidenziali, Macron oggi ha subito una sconfitta che tutto sommato è limitata. Un punto percentuale lo separa da Marine Le Pen, con tutta l’eredità di tanti mesi di manifestazioni di gilet gialli. Non è una sconfitta irrimediabile, poteva andare peggio. Soprattutto vuol dire che è riuscito, almeno per ora, a mantenere questa polarizzazione: lui contro la Le Pen. Dipenderà molto dalle altre forze politiche se riusciranno a esprimere qualcosa: ma se lo schema rimane questo, Macron continua a vincere al secondo turno».

Il presidente francese Emmanuel Macron, sinistra, e sua moglie Brigitte Macron lasciano il seggio dopo aver votato a Le Touquet, Francia settentrionale, 26 maggio 2019. Epa/Christophe Petit Tesson
Il presidente francese Emmanuel Macron, sinistra, e sua moglie Brigitte Macron lasciano il seggio dopo aver votato a Le Touquet, Francia settentrionale, 26 maggio 2019. Epa/Christophe Petit Tesson

Cosa farà Marine Le Pen in Europa?

«Probabilmente cercherà di formare il gruppo più forte possibile e quindi ci sarà un tentativo – ma questo sta più a Salvini – di cercare di dire ai popolari “fate l’alleanza con noi”. E useranno questo passaggio per poi dire: “ecco, si coalizzano tutti contro di noi”. Anche loro cercheranno di polarizzare lo scontro. Una prospettiva positiva per Macron: in passato l’accordo era tra Ppe e Pse. Questa volta però non hanno abbastanza voti insieme, e dovranno passare tramite il nuovo gruppo formato intorno all’Alde, l’alleanza dei democratici e dei liberali per l’Europa, e dunque La République en Marche di Macron. E il presidente avrà un peso determinante probabilmente nella nomina del presidente della Commissione europea».

Nella nuova cartina dell’Europa Francia e Italia sono i Paesi più a destra.

«Matteo Salvini e Marine Le Pen riescono a esprimere uno smarrimento della popolazione di fronte ai cambiamenti del mondo. Con due differenze notevoli: il primo è nel sistema istituzionale. Già con il 17% Salvini poteva ritrovarsi al potere, mentre con il 33% al secondo turno delle elezioni Marine Le Pen non è quasi nemmeno rappresentata all’assemblea. E secondo: Matteo Salvini è riuscito a crescere ancora elettoralmente. Marine Le Pen fa un buon risultato, mostra la via ma non sfonda. Lei e la famiglia Le Pen, per i francesi, incarnano veramente l’estrema destra. Matteo Salvini non proviene da un’estrazione di estrema destra: anche se adesso ha gli stessi temi, le stesse parole e gli stessi slogan di Le Pen, non viene identificato come espressione del post-fascismo. Non è un caso che Salvini faccia il 33% e Giorgia Meloni poco più del 5%. In Francia la famiglia Le Pen ricorda Vichy e le torture di Algeria: un’eredità che pesa».

In entrambi i casi, comunque, Francia e Italia sono due Paesi «smarriti»?
«Sì. Due smarrimenti diversi. Quello italiano proviene anche dall’esplosione della classe politica, la scomparsa dei corpi intermedi. Dalla caduta del muro di Berlino non c’è stata una classe dirigente che abbia spiegato e accompagnato i cambiamenti del mondo. C’è uno smarrimento dovuto all’esplosione – che risale all’inizio degli anni 90 e alla scomparsa della Prima Repubblica. Quello della Francia è uno smarrimento quasi indennitario, di un Paese che è stato grande sulla scena mondiale e non lo è più. Che fa fatica a fare il salto europeo e che ha avuto un forte fenomeno migratorio, e dove hanno pesato gli attentati terroristici di matrice islamica».

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