Crisi Usa-Iran: cosa sta succedendo nel Golfo di Oman|In tre minuti

Secondo le ultime ricostruzioni le due petroliere sono andate in fiamme dopo essere state colpite. Gli equipaggi hanno dovuto abbandonarle

Cresce la tensione tra Stati Uniti e Iran dopo le accuse rivolte da Washington a Teheran a seguito dell’esplosione avvenuta su due petroliere nel Golfo di Oman.

Proprio mentre il primo ministro giapponese Shinzo Abe si trovava in visita nella capitale iraniana nel tentativo di mediare tra Stati Uniti e Iran sulla questione del nucleare, la petroliera Kokuka Courageous e la petroliera Front Altair, che trasportavano carichi legati al Giappone, sono state colpite andando in fiamme al largo dell’Oman.

Trump invia nuove truppe in Medio Oriente

Il 17 giugno, il portavoce dell’Agenzia iraniana per l’energia atomica, Behrouz Kamalvandi, ha reso noto che entro dieci giorni l’Iran supererà il limite delle riserve di uraniano a basso arricchimento consentiti dall’accordo sul nucleare del 2015.

In risposta all’annuncio di Teheran il Pentagono ha fatto sapere che invierà mille truppe americane in Medio Oriente: «I recenti attacchi iraniani validano l’intelligence che abbiamo ricevuto sul comportamento ostile delle forze iraniane, che minacciano il personale e gli interessi americani nell’area», ha dichiarato il segretario alla Difesa americano Patrick Shanahan.

L’accusa degli Stati Uniti: il video e le foto

Il 14 giungo, un giorno dopo l’attacco, l’esercito americano ha diffuso un video dove, secondo l’amministrazione statunitense, si vedrebbero membri della marina iraniana avvicinarsi a une delle due petroliere – la Kokuka Courageous – per rimuovere dalla fiancata una mina inesplosa.

Mike Pompeo, il Segretario di Stato americano, ha accusato gli iraniani di essersi avvicinati alla petroliera per voler recuperare le prove del loro attacco. L’Iran ha subito risposto alle accuse definendole «senza fondamenta». Anche Donald Trump, in un’intervista a Fox News ha ribadito che «ci sono immagini che mostrano che è stato l’Iran a provocare le esplosioni» sulle petroliere nel Golfo di Oman.

Il ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif è intervenuto sulla vicenda ribadendo che gli «Stati Uniti hanno fin da subito accusato l’Iran senza uno straccio di evidenza… Un sabotaggio diplomatico per coprire il terrorismo economico degli USA contro l’Iran».

L’armatore giapponese ha smentito che siano state delle mine a causare l’incidente. Secondo l’equipaggio i danni sarebbero stati provocati da «oggetti volanti», avvistati poco prima dell’esplosione.

In seguito l’intelligence americana ha pubblicato undici foto come ulteriore prova della colpevolezza iraniana. Una di queste immagini potrebbe mostrare – a colori e in maggiore dettaglio – l’imbarcazione iraniana mentre si avvicina alla petroliera giapponese prima di rimuovere la mina inesplosa.

Twitter / Una delle foto diffuse dall’intelligence americana

L’attacco alle petroliere

Secondo le ultime ricostruzioni le due petroliere – la Altair, battente bandiera delle Isole Marshall, e la Kokuka Corageous, battente bandiera di Panama – sono andate in fiamme dopo essere state colpite, e gli equipaggi hanno dovuto abbandonarle. Ad accorrere in loro aiuto sono state proprio le marine di Stati Uniti e Iran.

La Quinta flotta Usa, con base nel Bahrein, ha affermato di aver ricevuto una richiesta di aiuto dalle due navi, indicando che si è trattato di «due allarmi distinti, uno alle 6.12 del mattino e un altro alle 7.00 (ora locale)».

«Le navi americane – ha spiegato un comunicato – si sono recate sul posto e forniscono assistenza»; a sua volta, la marina di Teheran ha soccorso 44 membri degli equipaggi delle due petroliere e li ha trasferiti nel porto di Bandar-e-Jask.

I precedenti scontri nel Golfo

L’esplosione del 13 giugno e il conseguente scambio di accuse è solo l’ultimo capitolo dello scontro a distanza tra Stati Uniti e Iran. Dopo che Donald Trump ha deciso di ritirarsi dall’accordo sul nucleare iraniano nel maggio 2018 e la reimposizione delle sanzioni all’Iran a novembre i rapporti tra i due Paesi, sempre in equilibrio precario, sono anora più tesi.

Lo scorso 12 maggio, nelle acque territoriali degli Emirati Arabi Uniti, due navi saudite, una norvegese e una degli EAU sarebbero state, secondo gli Stati Uniti, sabotate dall’Iran. Qualche giorno dopo, il 13 maggio, alti funzionari americani hanno dichiarato a Cbs news di essere certi che ci sarebbe Teheran dietro al sabotaggio. «Non siamo alla ricerca di un’escalation ma ci siamo sempre difesi», aveva affermato il ministro degli Esteri Javad Zarif.

Gli attacchi erano avvenuti al largo di Fujairah, nello stesso mare che ha visto l’ingresso precauzionale in chiave anti-iraniana della portaerei Abraham Lincoln, base per 40 cacciabombardieri, a cui si aggiungono altri B-52 inviati di recente dall’amministrazione Trump.

Le reazioni internazionali

Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti già puntavano l’indice contro la Repubblica islamica mentre il Segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, ha ammonito che «il mondo non può permettersi un conflitto di vasta scala nel Golfo».

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