Perché l’Italia si sta spopolando: natalità in calo o emigrazione?

Secondo il presidente dell’Istat Blangiardo, il calo demografico che stiamo vivendo è paragonabile a quello prodotto dalla prima guerra mondiale

L’ultimo rapporto dell’Istat del 2018 mostra che in Italia siamo sempre meno. Al 31 dicembre scorso i residenti in Italia erano 60.359.546, oltre 124 mila in meno rispetto al 2017 e oltre 400 mila in meno rispetto a quattro anni prima. La popolazione è in calo dal 2015, per la prima volta in 90 anni, e questo potrebbe avere ripercussioni gravissime sulla nostra economia. La natalità è in calo, l’emigrazione in aumento. Ma quale di questi due fattori influisce di più?

Natalità in calo

Quello che è sicuro è che a minare la popolosità dell’Italia non è il tasso di mortalità. Nella classifica della longevità, l’Italia è un’eccellenza: siamo il Paese con il maggior numero di ultracentenari in Europa (record che condividiamo con la Francia) e il secondo al mondo, dietro al Giappone.

Nella classifica della natalità, invece, l’Italia sta affrontando la crisi più grave di sempre, «paragonabile soltanto agli anni della prima guerra mondiale e all’epidemia di influenza spagnola» del 1918-1920, ha detto il presidente dell’Istat Blangiardo, presentando il rapporto annuale dell’istituto di statistica. Il saldo naturale (nascite-decessi) è infatti di -193.000 unità.

Il declino demografico è dovuto al calo delle nascite e all’aumento delle morti. Secondo i dati dell’Istat, nel 2018 sono stati iscritti all’anagrafe 449mila bambini, quasi 10.000 in meno rispetto al 2017, mentre i decessi sono stati 636mila, circa 50mila in più rispetto a 11 anni fa. Il dato dei 449mila bambini nati, spiega l’Istat, rappresenta un record negativo. Nel ’64, all’apice dei baby boomers, nacquero più di un milione di bimbi.

Secondo l’Istat, «la diminuzione della popolazione femminile tra i 15 e i 49 anni osservata tra il 2008 e il 2017 – circa 900mila donne in meno – basta a spiegare i tre quarti del calo delle nascite che si è verificato nello stesso periodo. La restante quota dipende dalla diminuzione della fecondità (da 1,45 figli per donna del 2008 a 1,32 del 2017)».

Sul calo ha influito certamente anche il fatto che gli italiani fanno meno figli: «La diminuzione delle nascite – spiega l’Istat – è attribuibile prevalentemente al calo dei nati da coppie di genitori entrambi italiani, che scendono a 359mila nel 2017 (oltre 121 mila in meno rispetto al 2008)».

Il fenomeno dell’emigrazione

Senza gli immigrati, la recessione demografica dell’Italia sarebbe cominciata negli anni Novanta. «La componente di origine straniera», dice il presidente dell’Istat Gian Carlo Blangiardo, è rappresentata da 5 milioni e 234mila residenti. Di questi, 1 milione e 316mila, pari al 13% della popolazione minorenne, sono giovani di seconda generazione, il 75% dei quali è nato in Italia.

Ora però i flussi in entrata sono diminuiti e sono cambiate anche le ragioni alla base delle migrazioni: sempre meno stranieri scelgono l’Italia per stabilizzarvisi e costruirvi un percorso professionale. Sono invece aumentati i flussi dettati dall’emergenza. Le iscrizioni all’anagrafe dall’estero sono state 494.000 nel 2008 e solo 349.000 nel 2018.

Aumentano anche gli italiani che lasciano l’Italia. Il saldo migratorio (persone che arrivano – persone che partono) è calato tra il 2008 e il 2018 passando da 433 mila a 190 mila unità, ma rimane comunque positivo. Il fattore preponderante che determina il calo demografico italiano, spiega l’Istat, è il calo della natalità.

I rischi per il mondo del lavoro e dell’economia

Secondo il presidente dell’Istat Blangiardo, i cambiamenti demografici potrebbero avere «ricadute negative sul potenziale di crescita economica, con impatti rilevanti sull’organizzazione dei processi produttivi e sulla struttura e la qualità del capitale umano disponibile».

Che significa? Che entro il 2050 la quota di persone in età da lavoro (15-64 anni) potrebbe scendere di 10 punti percentuali rispetto a oggi: tradotto in numeri, parliamo di 6 milioni di persone in meno, un record che ci consegnerebbe un altro primato a livello mondiale.

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