I risorti. Lo scherzo del destino che riunisce Gentiloni e Sassoli in Europa, e porta Gualtieri al Mef

di OPEN

Scherzando, avrebbe potuto chiedergli: dove ci siamo già visti?

L’immagine è di questa mattina, e arriva da Bruxelles. Il presidente del Parlamento europeo riceve il nuovo commissario agli affari economici. Scherzando, avrebbe potuto chiedergli: dove ci siamo già visti? Sì, perché le vite parallele di David Sassoli e Paolo Gentiloni sembrano la trama di un film su discese ardite e sorprendenti risalite della politica.

Sono entrambi di formazione cattolica e giornalisti professionisti. Ma mentre per Gentiloni l’apice fu il ruolo di portavoce del sindaco di Roma, con Rutelli Sassoli è stato conduttore di punta dell’edizione principale del Tg1 (peraltro anche il predecessore alla testa dell’Europarlamento, Antonio Tajani, è di formazione giornalistica).

E la storia li ha accomunati in una sconfitta che poteva essere tombale per le rispettive carriere politiche: nell’aprile del 2013 furono entrambi sonoramente battuti alle primarie per il candidato a sindaco della Capitale.

Ignazio Marino (sapete come gli è poi andata) si prese il 51% dei voti, doppiando Sassoli e relegando Gentiloni a un misero 15%. Ma mentre Sassoli l’anno dopo riprese a suon di voti la via di Bruxelles per un fruttuoso lavoro nel gruppo parlamentare del PSE, Paolo Gentiloni, che nel secondo governo Prodi (tra il 2006 e il 2008) era stato ministro delle Infrastrutture in quota alla Margherita, sembrava messo in disparte nel Partito Democratico in cui aveva deciso di restare anche dopo l’uscita di Rutelli.

Non figurava nei ranghi del governo Letta, né in quelli del successivo governo Renzi, pur essendo vicino all’ex sindaco di Firenze. La sua prima resurrezione ha la stessa matrice della seconda: la Commissione Europea.

Cinque anni fa Renzi si trovò a trattare sul ruolo e sul nome del commissario di nomina italiana. Scelse di investire sulla sua ministra degli esteri, Federica Mogherini, indicata per il ruolo di alto rappresentante per gli affari esteri e di sicurezza dell’Unione europea. Questo portò alla necessità di trovare un nuovo nome per la Farnesina.

Il premier andò al Quirinale, e propose all’allora presidente Napolitano un’altra giovane deputata, Lia Quartapelle. Il capo dello stato ritenne impossibile affidare un dicastero così importante a una esordiente, e – secondo quel che trapelò – lanciò il nome di Giorgio Tonini, un apprezzato senatore vicino a Veltroni. Tra i due spuntò il nome dell’affidabile Gentiloni, membro della commissione esteri della Camera, e renziano.

Poco più di due anni dopo fu un altro capo dello stato, Sergio Mattarella, a segnare di nuovo la sorte di Gentiloni, non concedendo a Renzi la via delle elezioni anticipate dopo la sconfitta del referendum, e imponendo di fatto un governo di decantazione. L’ideale successore non doveva oscurare e nemmeno tradire la strada di Renzi: Gentiloni parve l’uomo ideale.

Balzato a livelli di fiducia superiori al predecessore, provocò l’illusione che grazie a lui il Pd avrebbe mantenuto una percentuale elettorale che gli consentisse di restare nei giochi di governo. La batosta del 4 marzo 2018 portò al duro divorzio tra Renzi e Gentiloni, visto sempre di più come un traditore e un ingrato (categorie usate di nuovo moltissimo in queste settimane…) dal suo predecessore a Palazzo Chigi.

Con la super vittoria della Lega alle elezioni europee di quest’anno e il consenso del governo gialloverde, nessuno al mondo avrebbe scommesso un euro (la moneta più adeguata) sull’arrivo a Bruxelles di Gentiloni, nel frattempo divenuto presidente del Pd zingarettiano.

Per determinarlo c’è voluta una lunga catena di fattori impossibili da prevedere: la spallata autolesionistica di Matteo Salvini, l’indisponibilità di Grillo a andare a elezioni anticipate, il ribaltamento del no di Renzi a un governo M5s-Pd, la proposta di Di Maio di scambiare la conferma di Conte a Palazzo Chigi con il posto italiano in Commissione Europea, il sì dei 5 stelle alla scelta di Roberto Gualtieri all’economia… Già, perché l’uomo del Pd per Bruxelles poteva essere proprio Gualtieri, grande esperto delle questioni e delle dinamiche comunitarie.

E peraltro anche per lui il caso ha giocato una parte non secondaria: se solo pensiamo che alle europee di quattro mesi fa era stato bocciato dagli elettori, risultando primo dei non eletti nella lista del Pd in Italia Centrale, per essere poi provvidenzialmente salvato dalla rinuncia di Pietro Bartòlo, il medico di Lampedusa eletto in due circoscrizioni che ha optato per l’Italia Insulare. I casi della vita, e della politica.

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